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Osservatorio terrorismo: l’Emirato Caucasico e la jihad

Pubblicato da brasseriefoucault su Febbraio 6, 2009

Gli interessi in conflitto di Iran e Russia si scontrano nel Nord Caucaso, fra sanguinari jihadisti, generali mafiosi, Hamas e continue violazioni dei diritti umani, di tutti contro tutti.

Il Nord Caucaso è uno scenario strategicamente fondamentale per il terrorismo jihadista; il 31 ottobre del 2007, infatti, Dokka Umarov, già presidente della repubblica secessionista cecena della Ichkeria, ha dichiarato la costituzione dell’Emirato Caucasico.

shamil_basayev

L’emirato include tutta la Ciscaucasia: le repubbliche di Cecenia, Inguscezia, Dagestan, Nord e Sud Ossezia, Kabardino-Balkaria, Karachay-Cherkessia e la provincia di Krai.
Si tratterebbe di entità politiche autonome, in qualche modo legate alla Russia. Ma la vittoria di Mosca dopo la seconda guerra cecena, con la smobilitazione del governo de facto della Repubblica di Ichkeria, non ha assolutamente riportato la pace in un territorio conteso, dove la sovranità è ancora, a volte, esercitata dagli indipendentisti.

Lo stesso nazionalismo ciscaucasico, inoltre – grazie alle epurazioni e ai metodi mafiosi utilizzati dai capi guerilla (che in realtà sono tutt’uno con la mafia caucasica) -, coincide, oramai, quasi esclusivamente con l’islamismo jihadista; nonostante il nazionalismo locale abbia un’antica, nobile e lunga tradizione: la ciscaucasia è abitata, infatti, da popolazioni con una propria lingua ed una propria cultura ed è stata sottoposta ad un vero e proprio genocidio: ai tempi di Stalin, molti Ceceni furono deportati in Siberia dove trovarono la morte.

Le prove della penetrazione jihadista nel Caucaso risalgono al “famoso” Shamil Basayev, il “comandante” ceceno della strage di Beslan, anche autore de Il libro del Mujahid, bestseller e vero vademecum del perfetto terrorista.
Gli stessi interessi in campo caucasico, inoltre, cortocircuitano in una spirale di reazioni e controreazioni spiazzanti.

Alcuni osservatori russi, ad esempio, hanno suggerito che gli stessi Stati Uniti hanno in qualche modo aiutato il Fronte Caucasico (la sigla che ha combattuto i russi in occasione delle guerre cecene, nda) in chiave antirussa, appoggiando indirettamente Al Qaeda. Sicuramente i ribelli ceceni sono stati aiutati dall’Iran (che ha addestrato i miliziani nei propri campi militari) ed è stato provato il legame fra Fronte Caucasico e Hamas.
Le Ong riportano di sistematici abusi e torture da parte sia dei russi che dei gruppi indipendentisti. I signori della guerra che si sono legittimati come eroi nazionali contro l’oppressore russo sono spesso sanguinari assassini o mafiosi che hanno fiaccato l’opposizione interna democratica ed hanno costituito ingenti patrimoni all’estero.

La repubblica cecena ufficiale riconosciuta da Mosca, infatti, non è molto meglio dell’Emirato che agisce nell’ombra. L’attuale presidente Ramzan Kadyrov è subentrato al padre Akhmad, assassinato nel 2004. Questi, prima di passare dalla parte dei russi, era stato uno dei più crudeli soldati ribelli, mentore di un squadraccia di criminali capeggiata dal figlio, nota col nome di Kadyrovtsy: a detta dei Kadyrov erano le guardie scelte del presidente, ma Human Rights Watch li descrive come una sorta di SS.
Putin, per pacificare il Paese, ha accettato i Kadyrov: ma non è detto che sia stata una buona idea.

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War Games ai Caraibi

Pubblicato da brasseriefoucault su Ottobre 15, 2008

Esercitazioni navali delle flotte russa e venezuelana. Si rischia una nuova crisi?
E’ una semplice ritorsione contro gli Stati Uniti dopo le tensioni su Scudo spaziale, Kosovo e Georgia? La Russia sta allungando i suoi artigli sul Sud America. Ma, soprattutto, sta mettendo su un fronte la cui forza è il petrolio.

Vi sentireste al sicuro se il vostro vicino fosse un appassionato di giochi pirotecnici? E se nel suo cortile, dietro alla vostra casa, avesse un fantastico arsenale di petardi?

La situazione, per gli Stati Uniti, fra poco, sarà questa. La settimana scorsa i governi russo e venezuelano hanno messo a punto gran parte del programma di esercitazioni militari che le flotte dei due Paesi terranno congiuntamente, a novembre, nei Carabi.

Sergei Lavrov, ministro degli Esteri russo, ha dichiarato alla ‘Rossiiskaya gazeta‘ che “Russia e Venezuela non hanno intenzione di attaccare nessuno, coopereranno sulla base del diritto internazionale” e il gesto non ha nessun significato aggressivo. Peccato che l’esercitazione avvenga in un mare considerato “il cortile” degli States, in ossequio alla dottrina Monroe per la quale l’emisfero Atlantico è di interesse strategico americano.

Il governo russo ha, inoltre, incominciato ad usare il potenziale energetico nazionale per tessere una nuova trama diplomatica con Paesi tradizionalmente vicini agli Stati Uniti, come Messico e Colombia; entrambi visitati da Lavrov in recentissimi incontri bilaterali. Nonostante le assicurazioni del ministro degli Esteri russo, quindi, gli americani hanno buon gioco nel sostenere si stia delineando una strategia per lo meno di provocazione, seppur non di aperta aggressività. E’ colpa, forse, degli stessi americani?

L’affaire dello Scudo spaziale, in fin dei conti, è stato portato avanti unilateralmente dal governo Bush; gli americani hanno siglato gli accordi con Polonia e Repubblica Ceca, portando “i loro fuochi pirotecnici” nel cortile russo.
In realtà già oggi l’America Latina è il terzo più grande mercato per la Russia; la degenerazione dei rapporti russo-americani, in seguito all’indipendenza del Kosovo, alla crisi georgiana e allo Scudo spaziale, non po’ quindi da sola spiegare interamente il forte interesse di Mosca per il Sud America.

Di certo, oggi, il Cremlino può impudicamente controbattere ai colpi di forza statunitensi, dichiarando “punteremo i missili russi sull’Europa”, anche grazie alla condotta hawkish dell’amministrazione Bush. Ma non è neanche plausibile ipotizzare ci sia stata scientemente una strategia russa di “invadere il cortile americano” in Sud America.

Gli States, già da alcuni anni, avevano allentato i propri legami con l’emisfero Sud.
Robert Munks, del Jane’s Information Group, ha infatti dichiarato a Radio Free Europe che “Quello a cui stiamo assistendo è che, quando l’egemonia regionale incomincia a diminuire, c’è un processo naturale di riempimento di vuoti da parte di quelle nazioni che stanno cercando di sfruttare le opportunità che sono emerse con il ritiro statunitense dalla regione”.

Un vuoto che fisiologicamente viene riempito? Soltanto?
Venezuela, Russia, Cina ed Iran condividono un progetto di nuovi equilibri multipolari. Ma se esiste un asse così forte fra questi Paesi, e non con il Brasile di Lula, ad esempio, che pure condivide un progetto strategico multipolare, un motivo ci sarà.

Oltre alla fisiologia delle cose, la spiegazione la si può trovare anche nella volizione dei leader di questi Paesi. Terzomondismo, una nuova caricatura del socialismo reale o semplice antiamericanismo? Forse, solo capacità di fare bene i conti.
Russia, Cina, Iran e Venezuela sono rispettivamente il secondo, il quarto, il quinto e il nono produttore di petrolio al mondo. Questi Paesi, ad eccezione della Cina, sono anche degli ottimi esportatori; la Russia è il secondo maggiore esportatore dopo l’Arabia Saudita. La forza di quest’asse, quindi, è soprattutto petrolifera. E petrolifera è la maggiore debolezza degli USA: a causa di un sistema economico che brucia di più di quanto può permettersi. Nonostante gli Stati Uniti siano il terzo maggior produttore di oro nero, sono anche il maggior importatore al mondo. Il consumo totale di barili al giorno, infatti, è per gli Stati Uniti quasi di 21.000. Al secondo posto è la Cina ma solo con solo 7.200 barili. Ecco perché l’idea che il Messico, sesto maggiore produttore di petrolio al mondo, si segga al tavolo con Medved e Chavez leva il sonno a Washington.

Alessio Postiglione - pubblicato su Notizie Verdi

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E’ Khamenei che muove i fili

Pubblicato da brasseriefoucault su Ottobre 15, 2008

La politica antioccidentale iraniana? Le opinioni pubbliche incolpano Ahmadinejad, ma non è solo lui il problema.
L’ayatollah Ali Khamenei controlla tutto il sistema politico e sociale. Apparentemente ci sono dei contropoteri: in realtà li sceglie sempre lui. Un vero cambio politico non può avvenire solo con una nuova presidenza.

Quante sortite infelici ha fatto fin d’ora Ahmadinejad? L’opinione pubblica occidentale ha perso il conto. Nonostante le sue grette pochade sul concorso di barzellette sull’Olocausto, però, i media occidentali hanno imparato a prenderlo sul serio. Ahmadinejad è il responsabile della condotta politica iraniana, ogni giorno sempre più antioccidentale, militarista ed aggressiva. Ma forse, in Occidente, c’è il rischio di prenderlo anche troppo sul serio.


Semplicemente perché il presidente non è l’unico responsabile della politica nazionale. Anzi, non è avventato sostenere, egli è solo un fine interprete di un disegno strategico che ha nell’ayatollah Ali Khamenei l’architetto principale.
L’organizzazione costituzionale dello Stato iraniano è, infatti, una piramide formalmente bicefala ma, in realtà, centrata fortemente sul potere assoluto del wali-e fiqiyye, la Guida Suprema: l’ayatollah Khamenei.

La Guida, infatti, viene eletta a vita dall’Assemblea degli Esperti che avrebbe il potere di supervisionare l’operato di Khamenei e, al limite, di destituirlo.
L’Assemblea è votata dal popolo; peccato che sui membri dell’Assemblea, però, pesi il potere di veto del Consiglio dei Guardiani, per metà nominato dalla stessa Guida Suprema. Così il controllato controlla i controllori, impedendo di fatto il rovesciamento della posizione politica espressa dalla Guida in carica.

Il sistema iraniano, quindi, lascia spazio politico al presidente, eletto dal popolo, soltanto quando questi aderisce scrupolosamente alla politica delineata dalla Guida Suprema; esiste una situazione di conflitto costituzionale permanente e sistemico, ma non si vedono, però, crisi all’orizzonte; fino a questo momento Ahmadinejad e Khamenei hanno cantato all’unisono.

Dal 1989, suo anno di elezione a Guida Suprema, Khamenei è anche riuscito ad ampliare il suo potere. Il controllo viene esercitato de jure sui poteri esecutivo, legislativo e giudiziario, de facto, sull’economia o la cultura attraverso le Guardie della Rivoluzione, il cui capo viene scelto sempre dall’ubiquo ayatollah.

Sovrastimare la cifra politica di Ahmadinejad, d’altronde, può indurre l’Occidente in un errore marchiano; credere che cambiando il presidente, cambino le cose.
E’ dalla presidenza Rafsanjani, d’altronde, che Khamenei ha avocato la prerogativa di scegliere i ministri chiave. A tutto questo si aggiunge il potere di nominare i principali dirigenti amministrativi e le supreme cariche militari.
La Guida Suprema, inoltre, ha la facoltà di “scremare” il Parlamento dai candidati “non adatti”, attraverso il Consiglio dei Guardiani che deve vigilare sulla corretta applicazione della costituzione. Anche in questo caso ci troviamo di fronte ad un capolavoro di contorsionismo costituzionale.
Il Consiglio è formato da sei giuristi nominati dalla Guida Suprema e da altri sei scelti dal Parlamento; scelti, però, da una rosa di eleggibili individuata dal Capo del potere giudiziario che è stato incardinato, pensate un po’?, sempre dalla Guida Suprema.

Se tutto ciò non bastasse a garantire la subordinazione del Parlamento alla linea politica di Khamenei, il Consiglio dei Guardiani ha sempre il potere di veto su ogni legge di iniziativa dei deputati. Di fronte alla costituzione sostanziale che vige in Iran, un vero cambio politico non può avvenire solo con una nuova presidenza. E’ bene ricordarselo. Chi muove i fili comanda.

Alessio Postiglione – (pubblicato su Notizie Verdi)

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La nuova ALBA del Sol dell’Avvenir

Pubblicato da brasseriefoucault su Luglio 16, 2008

Puno, nel Perù meridionale, non lontano dai confini con la Bolivia, non è sicuramente una meta turistica. Non perché il posto non lo meriti: sorge nelle montagne, nel cuore dell’impero Incas, sulle sponde del lago Titicaca, non lontano da Machu Picchu. Ma, a Lima, sembrano essersi dimenticato di questo pueblo indio devoto alla Santìsima Virgen Marìa de la Candelaria che, durante la festa patronale, viene scorrazzata per le strade, addobbata con piume d’aquila come un imperatore quechua, facendo slalom fra le buche; a Puno, infatti, mancano anche i servizi più basilari come l’acqua e l’elettricità. Il paese versa in condizioni pietose ed i collegamenti con Lima sono solo tre volte alla settimana. Eppure su questo quarto stato creolo brilla l’alba di un nuovo sol dell’avvenir.


ALBA è l’acronimo che campeggia su più di 100 strutture a Puno. La prima casa ALBA risale solo al 2004. In quattro anni questa associazione ha raggiunto una presenza capillare sul territorio. Proprietà immobiliari ed un giro d’investimenti di capitali stranieri da lasciare di stucco: ma di che si tratta?

L’Alternativa Bolivariana para los pueblos de nuestra Amèrica (ALBA) non si discosta da altri gruppi di estrema sinistra latinoamericani; ha un forte background culturale basato su marxismo, terzomondismo e panamericanismo. Un calderone con dentro Francisco de Miranda, Simon Bolivàr e Che Guevara che dovrebbe operare attraverso il principio cooperativo, come una sorta di associazione transnazionale che promuove self-help e reti di solidarietà, fornendo le comunità locali di servizi primari. Già nel nome, infatti, si gioca con le parole in opposizione all’ALCA,

l’Area de Libre Comercio de las Americas, accordo di libero scambio patrocinato dagli States e criticato da molte sinistre latinoamericane come l’ennesima operazione neoliberista, ossequiosa della dottrina Monroe, che null’altro interesse se non quello delle elites latifondiste può realisticamente perseguire. ALBA, d’altronde, è penetrata nel Perù a seguito di un progetto benemerito a latere del quale si forniscono cure sanitarie per i non abbienti.

Peccato che sull’organizzazione pesi come un macigno il fatto di essere una creatura del ministero per il commercio estero venezuelano e di essere presieduta da Hugo Chavez. Una commissione d’indagine del Congresso peruviano avrebbe scovato una rete dentro ALBA che lega il presidente venezuelano, Evo Morales e Fidel Castro direttamente con Sendero Luminoso e Tupac Amaru, fra i gruppi rivoluzionari di ispirazione comunista più sanguinari del Perù. Ovviamente quando si analizza la storia di questi gruppi ci si confronta con situazioni di estrema complessità .

Sendero Luminoso, ad esempio, è un gruppo maoista-polpottista (!) che alle operazioni di guerrilla affiancava una fitta rete di solidarietà volta ad assistere i più umili, tanto da essere considerato interlocutore per alcuni gruppi religiosi ed aver financo ricevuto – a detta del Congresso USA – finanziamenti dai gesuiti inglesi. In quegli anni, inoltre, era presidente del Perù Alberto Fujimori, attualmente detenuto in un carcere di massima sicurezza cileno e in attesa di giudizio per casi di violazione di diritti umani di rara atrocità. Anche su Sendero Luminoso, d’altronde, pesano gravi accuse, come l’aver ucciso molti innocenti e vari missionari dell’operazione Mato Grosso, nonostante i presunti legami con la chiesa. Da questo punto di vista ALBA sarebbe un cavallo di Troia attraverso il quale la nuova leadership latinoamericana coagulatasi attorno a Chavez cerca di destabilizzare gli altri Paesi.

La rete del presidente venezuelano è a maglie larghe. Soprattutto gli Stati Uniti sono convinti che i suoi finanziamenti spazino dalle FARC, IRA, ETA fino alle varie sigle islamiste presenti dalla Cecenia all’Iraq. Il Venezuela, d’altronde, ha siglato un importantissimo accordo con la Cina e l’Iran per lo sfruttamento dei giacimenti di Yadavaran.
Nel frattempo si è acuita la frattura fra le varie sinistre latinoamericane, divise fra Lula – oramai filoamericano – la riformista Michelle Bachelet ed il terzomondismo radicale di Chavez.

Di certo a Puno, in un distretto dove la povertà supera il 75% della popolazione, secondo un indagine del giornale El Universàl, cresce la fiducia dei cittadini verso ALBA e verso il presidente venezuelano. Interrompere le attività dell’associazione sarà molto difficile, anche qualora si dovesse svelare incontrovertibilmente la natura di copertura di attività terroristiche legate a Sendero Luminoso.

(pubblicato su Notizie Verdi)

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Iran-Russia. Alleanza stabile?

Pubblicato da brasseriefoucault su Marzo 17, 2008

Putin a Tehran. Un’attesa durata 40 anni ed anticipata dalle terribili notizie che il leader russo avrebbe rischiato un attentato. Ma l’incontro s’è fatto; e non poteva essere altrimenti. Due attori strategici fondamentali nello scacchiere asiatico e sulla scena globale, grazie ad un patrimonio energetico invidiabile, capace di essere “pesato” su ogni bilancia diplomatica, sia per l’UE che per l’ONU.

La Russia e l’Iran condividono anche l’infelice condizione di essere due sistemi sociopolitici instabili, con evidenti deficit di democrazia. I due paesi si dichiarano amici; ma è la loro alleanza veramente stabile? La storia ci dice di no.

L’ultimo leader del Cremlino a giungere in Persia fu Leonid Brezhnev, nel 1963. Allora i due Stati erano rivali. Troppi interessi in conflitto, lungo il cordone degli Stati cuscinetto turcofoni satelliti di Mosca e l’Afganistan. L’antagonismo fra i due Paesi risale all’Ottocento. A quell’epoca le truppe zariste combattevano i persiani per sloggiare la loro influenza dal Caucaso. La Russia si alleò, poi, con l’Inghilterra per cercare di assoggettare la Persia ai propri interessi coloniali. Le due potenze europee, durante la II Guerra Mondiale, invasero l’Iran per impossessarsi del petrolio. L’URSS ha cercato lungamente di instaurarvi uno stato fantoccio ed ancora in occasione della guerra Iran-Iraq aiutò Saddam.

Ma oggi è tutto diverso. Mosca appoggia il programma nucleare iraniano ed ha estensivamente utilizzato il proprio potere di veto in seno al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per bloccare qualsiasi risoluzione utile contro Tehran.

I due paesi condividono molti interessi; innanzitutto sarebbero entrambe nazioni asiatiche, come ha sottolineato Ahmadinejad per rinsaldare simbolicamente l’alleanza. La doppia natura euroasiatica della Russia è la sua croce e delizia. Asiaticità rinfacciata dalle potenze europee antirusse, mentre l’elites di Mosca hanno sempre esaltato il carattere occidentale e bizantino (la III Roma) della propria cultura. Tehran e Mosca, indubbiamente, sono contro il potere unipolare degli USA. Va detto, tra l’altro, che è proprio l’embargo statunitense ad aver spinto i capitali persiani a Mosca.

Russe sono le aziende che forniscono armi, aerei civili e che hanno costruito la centrale di Bushehr.

Ma il futuro è incerto; il Presidente russo è stato messo all’angolo da Sarkozy nel loro ultimo incontro bilaterale. Il Capo di Stato francese ha espresso una posizione di grande rigore e severità verso il programma nucleare iraniano che lo stesso Putin – abituato a minacciare di puntare missili contro l’Europa, nel caso dello Scudo Spaziale – non s’aspettava. Una vittoria importante per l’Eliseo che si inserisce in un cambiamento diplomatico verso Mosca che dalle pagine di Notizie Verdi già avevamo auspicato. Ciò significa che Putin potrebbe sganciarsi dalla Cina, assolutamente contro le sanzioni all’Iran, qualora gli ispettori dell’IAEA (l’agenzia atomica delle Nazioni Unite) reportassero negativamente al Palazzo di Vetro circa la collaborazione di Tehran con gli ispettori.

A quel punto USA ed UE lancerebbero il terzo round di sanzioni, ancora più dure, e Putin potrebbe cedere. Forse, proprio per evitare di essere stretto fra due fuochi, il Presidente Russo può giocare il ruolo decisivo per far sgonfiare le tensioni fra Iran ed Occidente.

 

Alessio Postiglione

pubblicato su Notizie Verdi del 18/10/2007

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