Il Consiglio delle nazioni Unite sui Diritti Umani ha le idee chiare. Da quando è nato, a partire dal marzo del 2006, ha espresso una chiara condanna in merito al delicato tema dei diritti umani contro un solo Paese, a riprova dei propri giudizi equilibrati e realisti. Nonostante gli Stati nemici dei diritti umani abbandoni, purtroppo, nel globo, il Consiglio si esprimi cum grano salis e non si fa trascinare dagli umori. Potete essere sicuri del suo giudizio. Quale sarà mai questo Stato canaglia? Iran, dove ti arrestano se sei gay, Burma, dove ti imprigionano se sei dissidente, Pakistan, dove ti uccidono se sei democratico, Darfur, dove ti uccidono e basta? La lista è lunga, purtroppo. Bene, il Paese condannato è stato Israele. Oibò, Israele è il più cattivo di tutti. E, a quanto pare, i nazisti antisemiti che gli si rivolgono contro, pronti a lanciare boicottaggi, a firmare appelli, e via demagoggizando, non finiscono mai in minoranza. L’ultima odiosa riprova ci giunge da Torino.
L’idea della Fiera Internazionale del Libro di invitare lo Stato d’Israele come ospite d’onore, in occasione dei sessant’anni dalla sua fondazione, cosa, fra l’altro, che la Fiera fa ogni anno dedicando particolare attenzione alla letteratura di un Paese in particolare, ha comportato l’annuncio del boicottaggio della kermesse da parte di vari intellettuali arabi, Paesi arabi e dei nostrani forum per la Pace in Palestina e via marciando in kefiah. Non è una novità. Il democratico boicottaggio, o il dissenso civile degli intellettuali della meglio gioventù è quasi un riflesso pavloviano quando si parla di Israele. Ricorderete i casini all’università di Firenze quando doveva parlare l’ambasciatore israeliano o il boicottaggio proposto da Ken Loach contro il Festival del Cinema di Tel Aviv. Ha sottolineato Bertinotti che bisogna distinguere fra la politica del governo di Israele, discutibile, e lo Stato, con il suo fisiologico diritto all’esistenza; ma in realtà è proprio nel non voler riconoscere alcuna legittimità allo Stato che si annida il cancro antisemita, nascosto dietro la foglia di fico dell’antisionismo. Che colpa avrebbero i vari Oz, Yehoshua o Grossman per meritare un boicottaggio, se non la colpa fattuale e deresponsabilizzata di essere ebrei? Con il nazismo, la logica amico-nemico fa, per così dire, un salto qualitativo: dal nemico razionale, in quanto contrario ai miei interessi, si sostituisce il nemico ontologico: tu sei mio nemico solo perché sei comunista, nero, ebreo: e questo non dipende dalla tua volontà, ma dalla tua semplice esistenza.
Questa è la logica dell’antisemitismo che sopravvive pericolosamente nelle nostre società: purtroppo ammantata da una sorta di legittimità ideologica fatta a suon di intellettuali che firmano appelli.
Mario Calabresi, allorquando intervistò i maitre a pensee che addossarono al padre la morte di Pinelli, riporta che quegli stessi intellettuali in parte ammisero di aver firmato per conformismo o perché “negli anni 70 così facevan tutti”. Ma possiamo ancora credere nella buona fede di questa casta di bramini che si legittima facendo comprare i propri libri agli studenti universitari, quando già dal 2003 l’Unione Europea - attraverso l’Osservatorio Europeo dei casi di razzismo e xenofobia ed il lavoro dei ricercatori Bergmann e Wetzel – ci ha dimostrato che il ruolo più pernicioso nelle attuali strategie antisemite è svolto, oltre che dai picchiatori nazisti, proprio da questa intellighenzia da Rive Gauche pronta a firmare gli appelli pro Chavez ed ad assistere alla nuova lectio magisralis di Oreste Scalzone?
Ritorniamo, infine, al Consiglio ONU: un grave disastro che mina alla base gli sforzi fin qui fatti per creare una cultura giuridica che renda azionabili universalmente i diritti umani; validi erga omnes, anche contro il proprio Stato d’origine, attraverso l’erosione di quel particolare aspetto della sovranità statuale che definiamo domino riservato. Ovvero la possibilità, per uno Stato, di fare quello che gli pare dei propri cittadini, anche imprigionarli ed ucciderli. La crema dei giuristi e dei politici a tutt’oggi si interroga ottimisticamente sulla possibilità che i diritti universali diventino subito azionabili, ad esempio, innanzi alla Corte di Giustizia Internazionale. Ma la speranza che il Consiglio ONU possa rappresentare un passo nell’edificazione di questa civiltà giuridica è vana. Il Consiglio fu istituito sulle ceneri della sputtanatissima Commissione ONU per i Diritti Umani, monopolizzata da un cartello di potenze sorte dalla decolonizzazione e largamente governati da dittature che orientavano i giudizi dell’esecutivo in termini politici. Oggi il Consiglio è nello scacco dell’Organizzazione della Conferenza Islamica che propone un giorno si e l’altro pure mozioni contro Israele. Contro i Qassam arabi sparati sugli israeliani non si solleva una voce. L’Islamic Conference ha il Consiglio in pugno: e l’Europa che fa? Nel migliore dei casi, si astiene. Forse, varrebbe la pena mandare in pensione anche il Consiglio.
Alessio Postiglione
(pubblicato su Notizie Verdi)





























Nominato Koh, prosegue la strategia multipolare americana
Pubblicato da brasseriefoucault su Giugno 5, 2009
Il preside della facoltà di legge di Yale alla posizione di consulente legale del Dipartimento di Stato, mentre i neocon insorgono
Obama ha inaugurato una nuova politica estera americana più internazionalista e multilaterale, che si sostanzia, anche, in un differente approccio verso gli strumenti di diritto internazionale. Una strategia realista – nonostante le critiche dei conservatori che lo accusano di seguir più gli ideali che gli interessi – che elabora il lutto della fine dell’egemonia americana ed accetta l’idea di un mondo multipolare.
Da questa impostazione discende la nomina di Harold Hongju Koh, preside della facoltà di legge di Yale, alla posizione di consulente legale del Dipartimento di Stato. Per i conservatori si tratta della fatidica goccia che ha fatto traboccare il vaso: Koh sarebbe il campione del “transnazionalismo”, quell’approccio che postula la superiorità del diritto internazionale sull’ordinamento nazionale. Il New York Post l’ha bollato come “l’asso della disobbedienza”.
Gli USA hanno boicottato la conferenza Onu di Ginevra, la cosiddetta “Durban 2” dedicata al tema dei diritti umani, perché già sapevano ci sarebbe stato il consueto teatrino antisemita di Ahdaminejad; ma hanno, al contrario, deciso di aderire al contestatissimo Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni unite: erede dall’altrettanto contestata Commissione, famosa per produrre più risoluzioni contro lo Stato d’Israele che contro tutti gli altri Paesi messi insieme. Le critiche politiche degli americani, quindi, per Obama, non possono tradursi in un rifiuto delle istituzioni. L’idea di fondo del presidente si sostanzia nell’accettare la legittimità di una struttura terza, pur contestando la realtà di ciò che un’organizzazione effettivamente è. Lo stesso Consiglio dei Diritti Umani, d’altronde, soffre di quegli stessi problemi che azzopparono la Commissione. Vedi la maggioranza ai Paesi della Conferenza internazionale islamica.
Ciò non di meno, Obama dimostra un’altra sensibilità diplomatica, rispetto a Bush. Il presidente ha, ad esempio, aperto a Chavez e, al termine della conferenza di Trinidad e Tobago del Sudamerica, la fine dell’embargo a Cuba – richiesto dai Paesi membri dell’Alternativa Bolivariana per le Americhe (ALBA), che non hanno votato la dichiarazione finale del vertice – sembra una possibilità più che concreta. Obama, in realtà, non si è trasformato in un radical chic socialisteggiante: ha concesso l’impunità ai torturatori di Guantanamo, non avvia un processo di critica della politica statunitense in Sudamerica che includa l’appoggio CIA alle dittature, o ancora quello attuale concesso ad Alvaro Uribe, in Colombia. Ciò non di meno, Obama compie una scelta realistica. L’inversione di rotta che egli sta tentando di imprimere è una conseguenza dei fallimenti delle politiche neoconservatrici. Il modello economico neoliberale, infatti, ha prodotto una crisi che ha affossato gli Stati Uniti.
La condotta americana tesa a forzare il diritto internazionale è ugualmente fallita. La mostruosità giuridica rappresentata dalle “guerre preventive” ha dimostrato quanto possa essere destabilizzante per il pianeta; mentre il riconoscimento del Kosovo ha portato ad un drammatico effetto domino in Abcazia ed Ossezia; che può estendersi, potenzialmente, a tutto il Caucaso. Gli incidenti che hanno visto protagoniste le navi americane (si pensi al recente caso Impeccable) o le esercitazioni di Iran, Cina e Russia nel mare dei Caraibi sono la dimostrazione che la politica USA di tenersi in posizione defilata rispetto agli accordi internazionali e la non sottoscrizione della Convenzione sui diritti del mare sono un errore. Non è un caso che nell’agenda di Obama ci sia la ratifica di questa convenzione.
Allo stesso modo, gli USA – dopo non aver sottoscritto il protocollo di Kyoto – hanno compreso che il futuro delle energie è nelle rinnovabili. La nomina di Harold Hongju Koh si muove, quindi, in questa direzione. Koh non è un attivista: ha lavorato sia con Clinton che con Reagan. E’, invece, uno studioso che ritiene che il diritto internazionale sia una cornice indispensabile entro la quale perseguire legittimamente gli interessi nazionali. A differenza dei teorici hawkish neocon per i quali il diritto era un inutile fardello, e l’interesse nazionale (neoconservatore) un moloch di fronte al quale sacrificare il resto.
Ma, nonostante la reazione scomposta dell’opinione pubblica conservatrice che ha avuto l’ardire di sostenere che Koh avrebbe introdotto elementi di sharia nell’ordinamento interno (è il caso del National Review), il cambiamento obamiano, resosi indispensabile dopo l’era Bush, prosegue.
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