Politiche

Biopotere, società, democrazia e conflitto

Posts contrassegnato dai tag ‘Israele’

Nominato Koh, prosegue la strategia multipolare americana

Pubblicato da brasseriefoucault su Giugno 5, 2009

Il preside della facoltà di legge di Yale alla posizione di consulente legale del Dipartimento di Stato, mentre i neocon insorgono

Obama ha inaugurato una nuova politica estera americana più internazionalista e multilaterale, che si sostanzia, anche, in un differente approccio verso gli strumenti di diritto internazionale. Una strategia realista – nonostante le critiche dei conservatori che lo accusano di seguir più gli ideali che gli interessi – che elabora il lutto della fine dell’egemonia americana ed accetta l’idea di un mondo multipolare.

Da questa impostazione discende la nomina di Harold Hongju Koh, preside della facoltà di legge di Yale, alla posizione di consulente legale del Dipartimento di Stato. Per i conservatori si tratta della fatidica goccia che ha fatto traboccare il vaso: Koh sarebbe il campione del “transnazionalismo”, quell’approccio che postula la superiorità del diritto internazionale sull’ordinamento nazionale. Il New York Post l’ha bollato come “l’asso della disobbedienza”.

HaroldKohLe preoccupazioni conservatrici hanno delle ragioni: c’è un’ostilità globale verso gli USA, in gran parte legata all’approccio unilateralista e guerrafondaio di George W. Bush. Molti organismi internazionali si ispirano ad un terzomondismo anticapitalista per il quale gli USA sono “il grande Satana”. Ma l’approccio riformista di Obama si svolge dentro le istituzioni non fuori o contro di esse. Il presidente ha, fin’ora, invertito la rotta: ma con senso della misura.

Gli USA hanno boicottato la conferenza Onu di Ginevra, la cosiddetta “Durban 2” dedicata al tema dei diritti umani, perché già sapevano ci sarebbe stato il consueto teatrino antisemita di Ahdaminejad; ma hanno, al contrario, deciso di aderire al contestatissimo Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni unite: erede dall’altrettanto contestata Commissione, famosa per produrre più risoluzioni contro lo Stato d’Israele che contro tutti gli altri Paesi messi insieme. Le critiche politiche degli americani, quindi, per Obama, non possono tradursi in un rifiuto delle istituzioni. L’idea di fondo del presidente si sostanzia nell’accettare la legittimità di una struttura terza, pur contestando la realtà di ciò che un’organizzazione effettivamente è. Lo stesso Consiglio dei Diritti Umani, d’altronde, soffre di quegli stessi problemi che azzopparono la Commissione. Vedi la maggioranza ai Paesi della Conferenza internazionale islamica.

Ciò non di meno, Obama dimostra un’altra sensibilità diplomatica, rispetto a Bush. Il presidente ha, ad esempio, aperto a Chavez e, al termine della conferenza di Trinidad e Tobago del Sudamerica, la fine dell’embargo a Cuba – richiesto dai Paesi membri dell’Alternativa Bolivariana per le Americhe (ALBA), che non hanno votato la dichiarazione finale del vertice – sembra una possibilità più che concreta. Obama, in realtà, non si è trasformato in un radical chic socialisteggiante: ha concesso l’impunità ai torturatori di Guantanamo, non avvia un processo di critica della politica statunitense in Sudamerica che includa l’appoggio CIA alle dittature, o ancora quello attuale concesso ad Alvaro Uribe, in Colombia. Ciò non di meno, Obama compie una scelta realistica. L’inversione di rotta che egli sta tentando di imprimere è una conseguenza dei fallimenti delle politiche neoconservatrici. Il modello economico neoliberale, infatti, ha prodotto una crisi che ha affossato gli Stati Uniti.

La condotta americana tesa a forzare il diritto internazionale è ugualmente fallita. La mostruosità giuridica rappresentata dalle “guerre preventive” ha dimostrato quanto possa essere destabilizzante per il pianeta; mentre il riconoscimento del Kosovo ha portato ad un drammatico effetto domino in Abcazia ed Ossezia; che può estendersi, potenzialmente, a tutto il Caucaso. Gli incidenti che hanno visto protagoniste le navi americane (si pensi al recente caso Impeccable) o le esercitazioni di Iran, Cina e Russia nel mare dei Caraibi sono la dimostrazione che la politica USA di tenersi in posizione defilata rispetto agli accordi internazionali e la non sottoscrizione della Convenzione sui diritti del mare sono un errore. Non è un caso che nell’agenda di Obama ci sia la ratifica di questa convenzione.

Allo stesso modo, gli USA – dopo non aver sottoscritto il protocollo di Kyoto – hanno compreso che il futuro delle energie è nelle rinnovabili. La nomina di Harold Hongju Koh si muove, quindi, in questa direzione. Koh non è un attivista: ha lavorato sia con Clinton che con Reagan. E’, invece, uno studioso che ritiene che il diritto internazionale sia una cornice indispensabile entro la quale perseguire legittimamente gli interessi nazionali. A differenza dei teorici hawkish neocon per i quali il diritto era un inutile fardello, e l’interesse nazionale (neoconservatore) un moloch di fronte al quale sacrificare il resto.

Ma, nonostante la reazione scomposta dell’opinione pubblica conservatrice che ha avuto l’ardire di sostenere che Koh avrebbe introdotto elementi di sharia nell’ordinamento interno (è il caso del National Review), il cambiamento obamiano, resosi indispensabile dopo l’era Bush, prosegue.

Pubblicato su Commenti, Medio Oriente, Politica e politiche, Relazioni Internazionali, USA | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento »

La Fiera del libro e i boicotaggi contro Israele

Pubblicato da brasseriefoucault su Maggio 6, 2008

Il Consiglio delle nazioni Unite sui Diritti Umani ha le idee chiare. Da quando è nato, a partire dal marzo del 2006, ha espresso una chiara condanna in merito al delicato tema dei diritti umani contro un solo Paese, a riprova dei propri giudizi equilibrati e realisti. Nonostante gli Stati nemici dei diritti umani abbandoni, purtroppo, nel globo, il Consiglio si esprimi cum grano salis e non si fa trascinare dagli umori. Potete essere sicuri del suo giudizio. Quale sarà mai questo Stato canaglia? Iran, dove ti arrestano se sei gay, Burma, dove ti imprigionano se sei dissidente, Pakistan, dove ti uccidono se sei democratico, Darfur, dove ti uccidono e basta? La lista è lunga, purtroppo. Bene, il Paese condannato è stato Israele. Oibò, Israele è il più cattivo di tutti. E, a quanto pare, i nazisti antisemiti che gli si rivolgono contro, pronti a lanciare boicottaggi, a firmare appelli, e via demagoggizando, non finiscono mai in minoranza. L’ultima odiosa riprova ci giunge da Torino.

L’idea della Fiera Internazionale del Libro di invitare lo Stato d’Israele come ospite d’onore, in occasione dei sessant’anni dalla sua fondazione, cosa, fra l’altro, che la Fiera fa ogni anno dedicando particolare attenzione alla letteratura di un Paese in particolare, ha comportato l’annuncio del boicottaggio della kermesse da parte di vari intellettuali arabi, Paesi arabi e dei nostrani forum per la Pace in Palestina e via marciando in kefiah. Non è una novità. Il democratico boicottaggio, o il dissenso civile degli intellettuali della meglio gioventù è quasi un riflesso pavloviano quando si parla di Israele. Ricorderete i casini all’università di Firenze quando doveva parlare l’ambasciatore israeliano o il boicottaggio proposto da Ken Loach contro il Festival del Cinema di Tel Aviv. Ha sottolineato Bertinotti che bisogna distinguere fra la politica del governo di Israele, discutibile, e lo Stato, con il suo fisiologico diritto all’esistenza; ma in realtà è proprio nel non voler riconoscere alcuna legittimità allo Stato che si annida il cancro antisemita, nascosto dietro la foglia di fico dell’antisionismo. Che colpa avrebbero i vari Oz, Yehoshua o Grossman per meritare un boicottaggio, se non la colpa fattuale e deresponsabilizzata di essere ebrei? Con il nazismo, la logica amico-nemico fa, per così dire, un salto qualitativo: dal nemico razionale, in quanto contrario ai miei interessi, si sostituisce il nemico ontologico: tu sei mio nemico solo perché sei comunista, nero, ebreo: e questo non dipende dalla tua volontà, ma dalla tua semplice esistenza.

Questa è la logica dell’antisemitismo che sopravvive pericolosamente nelle nostre società: purtroppo ammantata da una sorta di legittimità ideologica fatta a suon di intellettuali che firmano appelli.
Mario Calabresi, allorquando intervistò i maitre a pensee che addossarono al padre la morte di Pinelli, riporta che quegli stessi intellettuali in parte ammisero di aver firmato per conformismo o perché “negli anni 70 così facevan tutti”. Ma possiamo ancora credere nella buona fede di questa casta di bramini che si legittima facendo comprare i propri libri agli studenti universitari, quando già dal 2003 l’Unione Europea - attraverso l’Osservatorio Europeo dei casi di razzismo e xenofobia ed il lavoro dei ricercatori Bergmann e Wetzel – ci ha dimostrato che il ruolo più pernicioso nelle attuali strategie antisemite è svolto, oltre che dai picchiatori nazisti, proprio da questa intellighenzia da Rive Gauche pronta a firmare gli appelli pro Chavez ed ad assistere alla nuova lectio magisralis di Oreste Scalzone?

Ritorniamo, infine, al Consiglio ONU: un grave disastro che mina alla base gli sforzi fin qui fatti per creare una cultura giuridica che renda azionabili universalmente i diritti umani; validi erga omnes, anche contro il proprio Stato d’origine, attraverso l’erosione di quel particolare aspetto della sovranità statuale che definiamo domino riservato. Ovvero la possibilità, per uno Stato, di fare quello che gli pare dei propri cittadini, anche imprigionarli ed ucciderli. La crema dei giuristi e dei politici a tutt’oggi si interroga ottimisticamente sulla possibilità che i diritti universali diventino subito azionabili, ad esempio, innanzi alla Corte di Giustizia Internazionale. Ma la speranza che il Consiglio ONU possa rappresentare un passo nell’edificazione di questa civiltà giuridica è vana. Il Consiglio fu istituito sulle ceneri della sputtanatissima Commissione ONU per i Diritti Umani, monopolizzata da un cartello di potenze sorte dalla decolonizzazione e largamente governati da dittature che orientavano i giudizi dell’esecutivo in termini politici. Oggi il Consiglio è nello scacco dell’Organizzazione della Conferenza Islamica che propone un giorno si e l’altro pure mozioni contro Israele. Contro i Qassam arabi sparati sugli israeliani non si solleva una voce. L’Islamic Conference ha il Consiglio in pugno: e l’Europa che fa? Nel migliore dei casi, si astiene. Forse, varrebbe la pena mandare in pensione anche il Consiglio.

Alessio Postiglione
(pubblicato su Notizie Verdi)

Social Bookmarks:

Pubblicato su Antropologia culturale, Commenti, Filosofia, Religione | Contrassegnato da tag: , , , , , | Lascia un commento »

Medioriente e nucleare

Pubblicato da brasseriefoucault su Aprile 2, 2008

Samuel Huntington è un vecchio conservatore pessimista e scettico. Ha fatto parte della Commissione Trilaterale e nel 1993 anni fa diede alle stampe quello “Scontro di civiltà” che oggi sembra essere uno dei paradigmi più accreditati nella comprensione Occidente-Oriente: libro che, come diceva Churchill a proposito del Capitale di Marx, tutti citano ma nessuno legge. Ad Huntington non sono mai piaciuti i terzomondisti e i sostenitori dell’economia della dipendenza; ovvero, non ha mai creduto che tutti i problemi dei Paesi sorti dalla decolonizzazione fossero imputabili ai perfidi Occidentali. Uno dei suoi cavalli di battaglia era l’analisi del budget militare e nucleare. Se questi Paesi non hanno uno stato sociale degno di questo nome e soffrono per un’estesa povertà, come è mai possibile che spendano la maggior parte del proprio PIL in armamenti? Tralasciando le spiegazioni, che pure ci sono, Huntington lamentava, ad esempio, l’inutilità di spese relative alla bomba nucleare per il Pakistan. Se al tempo della corsa agli armamenti c’era una diffusa percezione nelle opinioni pubbliche mondiali che il nucleare fosse cattivo e pericoloso, oggi esistono diversi gruppi di pressione che riabilitano l’atomo: basti pensare al nostrano Casini. Non stupisca allora se è venuto meno un freno inibitorio nei confronti del nucleare e si assista drammaticamente ad una corsa al reattore proprio da parte di quei Paesi che avrebbero ben altri problemi a cui pensare. Sia detto senza offesa ma, in un momento in cui l’atomo sembra essere assurto al ruolo di status symbol della potenza dello Stato, si diffonde, parafrasando Lenin, un vero e proprio nuclearismo degli straccioni.

Il Medioriente è oramai una polveriera. Gli ultimi venuti sono, ora, gli Emirati Arabi: 100 milioni di dollari sono stati stanziati per un’agenzia nucleare a Dubai, con l’aiuto tecnologico della Francia. Un progetto colossale, fanno sapere, che servirà solo per scopi pacifici come la desalinizzazione dell’acqua. Come se gli Emirati Arabi Uniti fossero un Paese con cronica deficienza energetica(!): per chi non lo sapesse, si tratta dell’ottavo produttore al mondo di petrolio e del terzo esportatore globale. Con l’eccezione dell’Iran, nell’area, tutti i governi strombazzano la natura civile dei loro progetti, mentre l’Agenzia Atomica Mondiale si limita a registrare queste dichiarazioni. Peccato che di tanto in tanto spuntino fuori notizie – non tutte verificate – che turbano questo clima idilliaco: proprio gli Emirati avrebbero intrattenuto rapporti con scienziati cinesi e pachistani al fine di importare le tecnologie militari e starebbero costruendo una centrale, non civile questa volta, ad El Solayil. Le notizie che trapelano suggerirebbero la costituzione di equivoche alleanze: come quella fra Siria e Corea del Nord per dotare Damasco di armi atomiche. Mentre la Francia, ubiqua, presta ingegneri specializzati ai novelli Stranamore. Allo stato attuale quasi tutti i Paesi dell’area hanno avviato o dichiarato di voler attuare un programma “pacifico”. Arabia Saudita, Giordania, Yemen, Qatar. Poi ci sono le nazioni che hanno avviato un progetto congiunto nell’ambito del Consiglio di Cooperazione del Golfo: Bahrein, Oman, Kuwait. Infine, il Mediterraneo: Libia, Marocco, l’Egitto, che iniziò gli esperimenti già negli anni 50, l’Algeria che negli anni 80 si era già dotata di reattori costruiti illegalmente con l’aiuto di Argentina e Cina, e, come se tutto ciò non bastasse, la Turchia, che costruirà una centrale a Sinop.

Nell’area, ovviamente, c’è Israele che per motivi di difesa e deterrenza è da tempo dotato di un vero e proprio arsenale nucleare tecnologicamente innovativo. Questa escalation, comunque, camuffata dietro la foglia di fico degli “usi pacifici”, è stata innescata dall’Iran. C’è poi il problema degli Stati dotati di infrastrutture e materie prime nucleari, nonostante dal punto di vista giuridico abbiano aderito alla non proliferazione. Kazakhstan, Krygyzstan, Tajikistan, Turkmenistan, and Uzbekistan hanno sottoscritto due anni fa il Central Asian Nuclear Weapon Free Zone (CANWFZ); eppure in questi Paesi c’è ancora materiale nucleare che risale all’Unione Sovietica, come nel famoso caso del plutonio della centrale di Semipalatinsk in Kazakhstan. In Uzbekistan, fra l’altro, è presente una fortissima organizzazione terrorista islamista, il Movimento Islamico del Turkestan. Come il nome lascia intendere, il loro obiettivo non è solo rovesciare il presidente uzbeco Islam Karimov ma creare un grande califfato comprendente tutti i Paesi turcofoni dell’area e giungere ad includere anche lo Xinjiang, regione della Cina a maggioranza mussulmana. La presenza di gruppi organizzati legati ad Al Qaeda rende il quadro geopolitico ancora più rischioso. Uranio impoverito e plutonio potrebbero essere trafugati ed utilizzati per costruire ordigni artigianali dalla grande forza distruttiva.

Alessio Postiglione
(pubblicato su Notizie Verdi del 01 04 08)

Social Bookmarks:

Pubblicato su Caucaso, Economia, Medio Oriente, Politica e politiche, Relazioni Internazionali, Russia | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , , , , | Lascia un commento »

Equivicinanza? La Sinistra e Israele

Pubblicato da brasseriefoucault su Marzo 7, 2008

Assolutamente pretestuose sembrano le polemiche suscitate dalle recenti dichiarazioni di D’Alema in occasione di una festa dell’Unità a San Miniato, vicino a Pisa: “Hamas è una forza reale che rappresenta tanta parte del popolo palestinese”, aveva detto il Ministro. A quel punto, leader dell’opposizione e svariate testate giornalistiche, anche straniere, hanno fatto gonfiare e rimbalzare la polemica. D’Alema appoggerebbe Hamas, organizzazione fondamentalista nel cui statuto si legge chiaramente della volontà di distruggere lo stato d’Israele. Ma D’Alema aveva solo posto il problema che questa forza politica, per quanto terroristica od antisemita possa essere, rappresenta i palestinesi ed anche il governo di Gaza: insomma, le sue parole erano una constatazione di fatto, oltre che di buon senso. Senza cadere nell’errore dell’appeasement, in questa fase del processo di negoziazione della pace in Medioriente, non si può non trattare con chiunque. La democrazia è negoziazione, anche con chi si pone, evidentemente, al di là della democrazia.

Ma, purtroppo per la Farnesina, l’argomento toccato è un nervo scoperto della Sinistra. E’ strumentale scambiare le parole di D’Alema per un messaggio filoterroristico o, peggio, antisemita. Ma, evidentemente, il clima creato dalle manifestazioni formate da reduci del 68 o da giovanissimi dei collettivi con kefhie e bandiere di Israele bruciate in piazza, è uno scotto da pagare. Da far pagare a D’Alema. In realtà, per quanto la polemica circa l’inopportunità delle parole del Ministro sia pretestuosa, c’è un problema che cova nel ventre molle della sinistra radicale: l’antisemitismo di sinistra.

Il rapporto dell’Osservatorio Europeo dei casi di razzismo e xenofobia del 2003 parlava chiaro: e, soprattutto, parlava all’Italia. C’è nel nostro paese, sostenevano i ricercatori Bergmann e Wetzel,  un antisemitismo di sinistra nascosto dietro la foglia di fico dell’antisionismo. Quando lo stato d’Israele viene associato a simboli nazisti, imputandogli di compiere genocidi e deportazioni, si assiste ad un fenomeno di omologazione degli ebrei ai nazisti, scambiando le vittime per carnefici e depotenziando simbolicamente la Shoah. Gli Ebrei fanno ai Palestinesi quello che hanno subito dai nazisti. Ecco che le camere a gas, nel pattume del revisionismo, diventano una giustificazione inventata per legittimare uno stato abominevole, Israele, che pratica politiche fasciste. E tutto questo prescinde dai colori dei governi dello stato. Anche senza essere negazionisti, il linguaggio politico è, quindi, quello dell’antisemitismo. Il rapporto citato avvertiva come questo antisemitismo di sinistra era ed è anche più subdolo. Di certo dai centri sociali non ci aspettiamo agguati o profanazioni di cimiteri ebraici. Ma questo sentimento rinvigorisce ed alimenta altre forme, magari violente e più pericolose, di antisemitismo. Si tratta di un pregiudizio, per certi versi, più rispettabile, che si insinua nei salotti buoni, fra i giornalisti  sensibili alle sorti “degli ultimi e dei più deboli”. E’ una storia vecchia, in realtà, che risale alla Guerra Fredda. Gli intellettuali comunisti, al di là dei rapporti fra Palestinesi e URSS, sono sempre stati filoarabi. La costituzione dello stato d’Israele, inoltre, si è iscritta nel complesso processo di decolonizzazione. Ecco che molte posizioni filopalestinesi si colorano di terzomondismo, anticolonialismo ed antimperialismo, per cui “tifare Palestina” diviene moralmente accettabile anche a costo di non vedere quali folli posizioni abbia assunto, a suo tempo, ad esempio, Arafat, proprio nei riguardi del popolo palestinese; e che cosa rappresenti, oggi, l’integralismo islamico.

C’è poi un altro problema che la querelle D’Alema ha evidenziato. Da quando il PCI si è trasformato in un partito socialdemocratico, è come se una serie di test di moderazione istituzionale, da partito di governo e non più di lotta, venissero regolarmente somministrati dall’opinione pubblica agli ex compagni.  Fra questi il filoatlantismo è spesso una prova del nove. A quest’ultimo sembra essersi aggiunta una valutazione molto severa circa le politiche della Farnesina in Medioriente e la possibilità che ricadano nel calderone ideologico di posizioni aprioristicamente filoarabe. Interpellato sulla questione israelo-palestinese il Ministro degli Esteri, con una frase ad effetto, ha parlato di una politica di equidistanza, anzi, di equivicinanza fra Israele e Palestina. Parole ragionevoli. Autorevoli osservatori come Magdi Allam, però, hanno bocciato quest’uscita. Come si può essere equivicini ad uno stato democratico come Israele e ad organizzazioni che legittimano il ricorso alla violenza, sostiene Allam? Eppure l’equivicinanza ad un popolo non può essere ristretta ad un movimento terrorista come Hamas. In realtà, per quanto sensate ed equilibrate possano essere le posizioni di D’Alema e del Governo sulla faccenda, c’è un problema ancora non risolto fra certe frange della sinistra radicale ed una vera equivicinanza fra Israele e Palestina; tutto ciò rende la faccenda una buccia di banana per tutto il Governo. Una buccia schivata, ma sulla quale l’opposizione ti spinge.

 

Alessio Postiglione

(pubblicato su Notizie Verdi il 28 07 07)

Pubblicato su Politica e politiche, Relazioni Internazionali, Religione | Contrassegnato da tag: , , , , , , , | Lascia un commento »