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Le missioni dell’Italia. Quali sono e quanto ci costano.

Pubblicato da brasseriefoucault su Dicembre 17, 2008

La presenza dei militari italiani in zone di crisi è fonte di dibattito e di confronto tra le forze politiche del Paese, ma in fondo se ne sa veramente poco.

23 miliardi e 352 milioni di euro fino al 2007, più altri 150 milioni approvati l’undici novembre per finanziare le missioni militari italiane fino al 31 dicembre*. 28 operazioni attualmente in corso.

Foto di AFP PHOTO/Antonio DASIPARU

Foto di AFP PHOTO/Antonio DASIPARU

Fare la guerra costa. E, soprattutto, tagli, crisi o deficit non sembrano mai riguardare questo settore della Pa.

Le lobby militari, però, rispediscono le critiche al mittente.
L’impegno militare di un Paese lo qualificherebbe dal punto di vista diplomatico; i nostri militari, inoltre, non “farebbero la guerra” ma parteciperebbero ad operazioni di peace building, in conformità con il diritto internazionale.

Peccato che sulle “nostre guerre”, umanitarie o meno, cali un ferale silenzio mediatico.
Il problema, infatti, per i realisti, non è convincere della bontà di molte operazioni militari quella fetta di cittadini che per motivi etici rifiuta il conflitto.
Ma celare l’antieconomicità di un’attività che – spesso e volentieri – costa più di quello che produce.

Grafico di proprietà di BBC

Grafico di proprietà di BBC

Economisti del calibro di Joseph Stiglitz e William Nordhaus hanno sottoposto, ad esempio, la guerra in Iraq ad analisi costi benefici: i conti sono stati disastrosi. Stiglitz ha parlato, infatti, di  Three Trillion Dollar War.

Alcuni dei conflitti che hanno visto il nostro Paese protagonista, inoltre, non sono solo antieconomici ma anche illegittimi**.

L’articolo 2 della Carta delle Nazioni Unite stabilisce, infatti, il divieto all’uso della forza nella risoluzione delle controversie internazionali, tranne il caso di legittima difesa; e tale principio è stato dichiarato jus cogens dalla Corte Internazionale di Giustizia nel 1986.

Venendo ai casi più recenti, gli interventi in Kosovo, Afganistan ed Iraq sono avvenuti tutti in violazione di tale principio.

Nella fattispecie, nel caso afgano, gli americani invocavano il principio di “legittima difesa” a fronte dell’attacco dell’undici settembre. Tale principio era stato parzialmente accolto dalle risoluzioni 1368 e 1373 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite: ma l’Onu né imputava l’attentato direttamente all’Afganistan né indicava la possibilità che la legittima difesa si spingesse al punto di rovesciare completamente il regime talebano.

La situazione non è molto diversa nel caso dell’Iraq: la risoluzione 1441 del Consiglio di sicurezza – che qualificava come “minaccia alla pace” l’inadempimento iracheno ai propri doveri in materia di disarmo – rimandava, infatti, ad una risoluzione successiva l’eventuale decisione di impiegare la forza: mentre gli Stati Uniti iniziavano la loro “guerra preventiva”. Seguiti dall’Italia.

*Dati elaborati da Luca Galassi, Peacereporter
**Secondo autorevoli pareri, quali quelli di Andrea Giardina e Claudio Di Turi pubblicati dall’Associazione Italiana dei Costituzionalisti

Le missioni militari italiane
(Leggi qui l’elenco completo)

Dall’Afganistan, all’Iraq, dal Marocco alla Palestina, dalla Georgia al Kosovo. Sedici nazioni per 28 missioni.
Circa ottomila militari dispiegati in contemporanea: il che significa che ce ne devono essere altrettanti mobilitati e pronti ad intervenire al prossimo scaglione od in caso di caduti.

I numeri pesano. E non sono quelli di un Paese non belligerante. Ma la cosa più impressionante è che questi dati sembrano confinati nell’universo dei tecnici.
E’ lecito per i governi impegnarsi in guerre, missioni, anche oltre la probabile legittimità – dibattuta- di alcuni conflitti che ci hanno visto protagonisti in questi anni recenti.
Il punto è che i cittadini devono essere informati chiaramente: obiettivi, finalità, costi.

I politici si prendano le proprie responsabilità: e gli elettori li giudicheranno nell’urna.
Ma perché il sistema funzioni, è necessario che i dati siano comunicati
.
E questo non sempre avviene.

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Georgia Russia Gli errori degli USA

Pubblicato da brasseriefoucault su Agosto 26, 2008

Gli errori delle democrazie sono più gravi di quelli di Stati che democratici non sono.

Che senso ha biasimare la Russia per l’attacco alla Georgia, quando l’intervento russo è stato causato dalla strategia aggressiva di Mikhail Saakashvili e di George Bush? Cosa diversa e giusta e lamentare l’uso sproporzionato della forza da parte di Mosca.

E’ stato il presidente georgiano, infatti, lo scorso 7 agosto, ad inviare le truppe militari in Ossezia del Sud, credendo di essere spalleggiato dall’amministrazione americana, debole perché a fine mandato; la situazione di drammatica balcanizzazione che esiste nel Caucaso obbliga la Russia a risposte ferme. Ed è tristemente facile che il gigante autocratico del duopolio Medvedev-Putin sia incline a dare risposte sproporzionate.

Il problema di fondo è che l’amministrazione Bush non ha saputo gestire correttamente i rapporti con Mosca. Lo spauracchio della nuova Guerra Fredda agitato da Condoleezza Rice e dal ministro della Difesa Robert Kagan è solo un alibi per i propri errori.

L’immagine di una Russia cattiva ed imperiale diffusa da molta stampa in questi giorni non fa altro che sostenere le scuse dell’amministrazione statunitense che, in questo frangente come in molti altri, è stata ispirata da un un’agenda neoconservatrice assai bellicosa che assolutamente non serve gli interessi dell’UE.

Per ridimensionare le colpe di Mosca e per imputare più chiaramente le responsabilità degli Stati Uniti bisogna partire da lontano.
Già alcuni mesi fa avevo sostenuto come il riconoscimento statunitense dell’indipendenza autoproclamata del Kosovo avrebbe costituito un precedente pericoloso per il Caucaso.

Era “giusto” che il Kosovo si staccasse dalla Serbia, ma in politica non sempre ciò che è giusto si rivela utile.

La stampa, in quell’occasione, aveva rivelato come il riconoscimento del Kosovo fosse avvenuto attraverso una manovra assolutamente non trasparente fra Stati Uniti e Slovenia, a quell’epoca presidente di turno dell’UE, che urtava ulteriormente la sensibilità filoserba di Mosca.
L’indipendenza di Pristina, inoltre, avveniva come caso eccezionale e assolutamente non poteva trovare la propria legittimità nel diritto internazionale: il principio di autodeterminazione dei popoli che confusamente si invocava per il caso kosovaro sarebbe stato azionabile da uno Stato colonizzato ed assorbito da una potenza straniera, non da una provincia praticamente da sempre parte della Serbia.

Ma i falchi neocon, nonostante le divisioni interne all’UE e le varie opzioni, per lo meno di metodo, presenti sul tavolo, perseguivano la loro strategia non preoccupandosi di urtare Mosca. Allo stesso modo l’amministrazione Bush ha proceduto sullo Scudo Spaziale, rendendo i rapporti con il Cremlino sempre più tesi.

Infine giungiamo all’autogol di Saakashvili e l’attacco ai cittadini russi in Sud Ossezia.

Il presidente georgiano forse sperava di riguadagnare popolarità interna con questo intervento. Gli Stati Uniti, d’altronde, è su di lui che avevano puntato: ma anche in questo caso la scelta non si è rivelata azzeccata.

Come già in Ucraina, in furori antirussi scoppiati all’indomani della varie rivoluzioni rosa ed arancione sono andati scemando. Saakashvili è passato dal 96 per cento dei consensi ottenuto alle presidenziali del 2004 ad un risicato 52% nelle elezioni dello scorso marzo, dopo aver spento le contestazioni interne a suon di mazzolate poliziesche ed aver financo chiuso la rete televisiva dell’opposizione. In questi ultimi mesi le tensioni interne avevano raggiunto l’apice: e sicuramente, per gli USA, non si è rivelato opportuno appoggiare una presidenza tanto debole in un’operazione tanto insensata.

Oggi, i piani di pace americani che invocano il principio dell’integrità territoriale georgiana possono suonare beffardi alle orecchie di Mosca dopo aver ingoiato un rospo chiamato Kosovo. La situazione del Caucaso è altamente instabile ed aree come il Nagorno Karabakh o la Cecenia sono una polveriera.
Se è vero che Mosca ha interesse a cavalcare le tigri indipendentiste in Sud Ossezia, Abcazia e Nagorno, la cosa potrebbe ritorcerlesi contro per la Cecenia.

Il desiderio segreto del Cremlino sarebbe quello di mettere le mani sulle pipeline georgiane costruite da europei ed americani; ma per ora la politica di Medvedev prevede esclusivamente la creazione di una zona cuscinetto.

La Russia è un partner fondamentale su energia, lotta al terrorismo islamico ed equilibrio geopolitico, con riferimento alla funzione di bilanciamento regionale di Mosca nei riguardi dell’Iran. Inasprire i toni non giova a nessuno.

Ora Sarkozy ha convocato un vertice d’emergenza della UE per il I settembre per discutere le misure da adottare contro la Russia. Sarebbe opportuno che il filoatlantismo di molte capitali europee non si appiattisse sulle posizioni dei falchi di Washington o di quelli che, per motivi storici, sbocciano copiosi fra Baltico e Varsavia.

(pubblicato su Notizie Verdi)

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Quel pasticciaccio brutto del Kosovo indipendente

Pubblicato da brasseriefoucault su Aprile 7, 2008

La dichiarazione d’indipendenza unilaterale del Kosovo è arrivata.

La presidenza slovena di turno della UE ha fatto sapere che “prende atto che gli Stati membri possono decidere – in accordo con le pratiche nazionali e le norme legali – di stabilire loro relazioni con il Kosovo in quanto Stato indipendente sotto supervisione internazionale”. Il Kosovo viene, così, subito riconosciuto da Francia, Gran Bretagna e Stati Uniti. Altri Paesi seguiranno; poco importa che la stessa posizione UE sia ingarbugliata e confusa; con Spagna, Bulgaria, Cipro, Grecia e Slovacchia che non intendono riconoscere il nuovo Stato.

Poco importa che, recentemente, era venuta a galla una possibile combine orchestrata fra States e Slovenia per far riconoscere l’indipendenza di Pristina sotto la presidenza UE di Lubiana e mettere la comunità degli Stati di fronte un dato di fatto.

La UE, dal canto suo, crede di aver salvato il diritto internazionale accogliendo la richiesta della Spagna di considerare il Kosovo un caso sui generis; purtroppo l’affaire Kosovo è perlomeno di dubbia legittimità, con riferimento al diritto internazionale: e questo dovrebbe preoccupare soprattutto la UE che ha basato il suo ruolo strategico sulla legittimità internazionale, piuttosto che sulla sola forza imperiale, come hanno fatto gli Stati Uniti sotto le presidenze Bush. La posizione di Bruxelles è una posizione ambigua, fondata su considerazioni pro aequitate che non trovano solide basi in ambito giuridico. E purtroppo i pasticciacci possono nascere sotto l’auspicio delle migliori intenzioni.

La risoluzione del Consiglio di Sicurezza n. 1244 del 10 giugno 1999 che istituiva la presenza internazionale in Kosovo al fine di assicurare un’amministrazione provvisoria autonoma, precisava tra i compiti fondamentali della Presenza Civile Internazionale, di provvedere ad una amministrazione di transizione. Si è fatto richiamo al principio di autodeterminazione dei popoli per il caso kosovaro, quando quel principio ha un ambito di applicazione ben definito e limitato ai popoli sottoposti a un governo straniero, poiché fu pensato soprattutto per favorire il processo di decolonizzazione: gran parte della dottrina ritiene, inoltre, che il soggetto titolare del diritto siano gli Stati appartenenti alla comunità internazionali né i popoli, né gli individui. La Commissione Badinter, incaricata dalla Comunità Europea di pronunciarsi sulla dissoluzione della ex-Iugoslavia nel 1991, infine, affermò che la secessione poteva realizzarsi sulla base dei confini amministrativi esistenti e il Kosovo non veniva neanche citato.

L’UE, o almeno alcuni Paesi, accettano di riconoscere lo Stato kosovaro attraverso valutazioni pertinenti la weberiana etica della convinzione, ovvero valutazioni moralmente condivisibili ma che nulla c’entrano con la realpolitik. E che possono ingenerare una perniciosa instabilità politica.

Se l’autodeterminazione dei kosovari è immediatamente azionabile, perché non dovrebbe essere riconosciuto un eguale diritto ai baschi, ai curdi, alle exclavi russe in Georgia, in Moldavia o a quelle serbe in Bosnia e nello stesso Kosovo attorno a Mitrovica?

S’impone, poi, ulteriormente, un modello statuale che tanta fortuna ha avuto nel Novecento e la cui affermazione è stata una concausa di I e II Guerra Mondiale. Uno Stato-Nazione animato da logiche esclusive e che rimandano all’infausto concetto di Volk.

L’etnie sono distribuite a macchia di leopardo; la speranza di creare confini certi e territori omogenei si può fallacemente perseguire solo con le deportazioni e le migrazioni forzate tanto care ai totalitarismi novecenteschi. Desta, poi, particolare perplessità la rapidità con la quale alcune nazioni si sono lanciate nel riconoscere il Kosovo; Stato presieduto, vale la pena sottolinearlo, da Hashim Thaçi, detto Gjarpëri, il serpente, un ex guerrigliero prima marxista-leninista e poi solo ultranazionalista che ha ampiamente utilizzato la violenza politica e che ha strettissimi legami, anche familiari, con la potente mafia albanese. E’ una scelta di realpolitik, allora?

Il Presidente statunitense Roosevelt, una volta, parlando del dittatore nicaraguense Somoza disse: “sarà anche un figlio di puttana, ma è il nostro figlio di puttana”. Siamo sicuri che Thaçi sia quello giusto?

Alessio Postiglione
(pubblicato su Notizie Verdi)

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