La presenza dei militari italiani in zone di crisi è fonte di dibattito e di confronto tra le forze politiche del Paese, ma in fondo se ne sa veramente poco.
23 miliardi e 352 milioni di euro fino al 2007, più altri 150 milioni approvati l’undici novembre per finanziare le missioni militari italiane fino al 31 dicembre*. 28 operazioni attualmente in corso.

Foto di AFP PHOTO/Antonio DASIPARU
Fare la guerra costa. E, soprattutto, tagli, crisi o deficit non sembrano mai riguardare questo settore della Pa.
Le lobby militari, però, rispediscono le critiche al mittente.
L’impegno militare di un Paese lo qualificherebbe dal punto di vista diplomatico; i nostri militari, inoltre, non “farebbero la guerra” ma parteciperebbero ad operazioni di peace building, in conformità con il diritto internazionale.
Peccato che sulle “nostre guerre”, umanitarie o meno, cali un ferale silenzio mediatico.
Il problema, infatti, per i realisti, non è convincere della bontà di molte operazioni militari quella fetta di cittadini che per motivi etici rifiuta il conflitto.
Ma celare l’antieconomicità di un’attività che – spesso e volentieri – costa più di quello che produce.

Grafico di proprietà di BBC
Economisti del calibro di Joseph Stiglitz e William Nordhaus hanno sottoposto, ad esempio, la guerra in Iraq ad analisi costi benefici: i conti sono stati disastrosi. Stiglitz ha parlato, infatti, di Three Trillion Dollar War.
Alcuni dei conflitti che hanno visto il nostro Paese protagonista, inoltre, non sono solo antieconomici ma anche illegittimi**.
L’articolo 2 della Carta delle Nazioni Unite stabilisce, infatti, il divieto all’uso della forza nella risoluzione delle controversie internazionali, tranne il caso di legittima difesa; e tale principio è stato dichiarato jus cogens dalla Corte Internazionale di Giustizia nel 1986.
Venendo ai casi più recenti, gli interventi in Kosovo, Afganistan ed Iraq sono avvenuti tutti in violazione di tale principio.
Nella fattispecie, nel caso afgano, gli americani invocavano il principio di “legittima difesa” a fronte dell’attacco dell’undici settembre. Tale principio era stato parzialmente accolto dalle risoluzioni 1368 e 1373 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite: ma l’Onu né imputava l’attentato direttamente all’Afganistan né indicava la possibilità che la legittima difesa si spingesse al punto di rovesciare completamente il regime talebano.
La situazione non è molto diversa nel caso dell’Iraq: la risoluzione 1441 del Consiglio di sicurezza – che qualificava come “minaccia alla pace” l’inadempimento iracheno ai propri doveri in materia di disarmo – rimandava, infatti, ad una risoluzione successiva l’eventuale decisione di impiegare la forza: mentre gli Stati Uniti iniziavano la loro “guerra preventiva”. Seguiti dall’Italia.
*Dati elaborati da Luca Galassi, Peacereporter
**Secondo autorevoli pareri, quali quelli di Andrea Giardina e Claudio Di Turi pubblicati dall’Associazione Italiana dei Costituzionalisti
Le missioni militari italiane
(Leggi qui l’elenco completo)
Dall’Afganistan, all’Iraq, dal Marocco alla Palestina, dalla Georgia al Kosovo. Sedici nazioni per 28 missioni.
Circa ottomila militari dispiegati in contemporanea: il che significa che ce ne devono essere altrettanti mobilitati e pronti ad intervenire al prossimo scaglione od in caso di caduti.
I numeri pesano. E non sono quelli di un Paese non belligerante. Ma la cosa più impressionante è che questi dati sembrano confinati nell’universo dei tecnici.
E’ lecito per i governi impegnarsi in guerre, missioni, anche oltre la probabile legittimità – dibattuta- di alcuni conflitti che ci hanno visto protagonisti in questi anni recenti.
Il punto è che i cittadini devono essere informati chiaramente: obiettivi, finalità, costi.
I politici si prendano le proprie responsabilità: e gli elettori li giudicheranno nell’urna.
Ma perché il sistema funzioni, è necessario che i dati siano comunicati.
E questo non sempre avviene.





























