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Presidenziali Brasile 2010, Lula sceglie Dilma Rousseff

Pubblicato da brasseriefoucault su Marzo 11, 2009

L’ex guerrigliera lancia la sfida ai socialdemocratici. Nonostante il grande consenso di Lula, le elezioni saranno difficili.

L’investitura è, in fine, giunta. «Mi piacerebbe che il Paese, dopo di me, fosse governato da una donna. Lei c’è già: è Dilma Rousseff».
Il presidente del Brasile, Luiz Inácio da Silva, detto Lula, quindi, ha chiaramente indicato chi dovrebbe succedergli alla carica di presidente. Per le elezioni presidenziali del 2010, il candidato del partito del presidente, il Pt (Partito dei lavoratori), sarà l’attuale Capo Gabinetto.

Dilma-e-Lula

La scelta arriva al momento opportuno. Lula, infatti, gode di un consenso fortissimo, stimato intorno all’80%. Ma, secondo alcuni analisti, questo stesso consenso non è facilmente “trasportabile” in capo ad un altro candidato. Non basta l’indicazione di Lula, quindi; ma una campagna organizzata per tempo.
Il presidente avrebbe scelto l’attuale Capo Gabinetto per due ordini di motivi. Innanzitutto, Lula ha escluso una modifica della costituzione per rimuovere il divieto di tre mandati consecutivi – come ha fatto recentemente Chavez in Venezuela -.
Egli, quindi, deve individuare un successore nel Pt. La scelta sarebbe caduta sulla Rousseff, secondo quanto sostenuto dal magazine conservatore Vieja, in quanto i due avrebbero raggiunto un accordo dietro le quinte.
La Rousseff, al termine del proprio mandato, si farebbe da parte per lasciare il posto, nuovamente, all’attuale presidente.

Quale che sia la fondatezza di questa malevola supposizione, quel che è certo è che la scelta di Lula non era affatto scontata. Molti ritenevano che il candidato in pole position fosse l’attuale ministro della Giustizia Tarso Genro.
Ma chi crede che Lula avrebbe potuto scegliere una sua controfigura, sbaglia.
La Rousseff non rappresenta il classico candidato “fantoccio”, di basso profilo. La biografia della Capo Staff è una avvincente pagina di storia delle passioni del “secolo breve”.
Figlia di un esule, poeta e militante comunista bulgaro, la Rousseff, durante gli anni bui della dittatura militare in Brasile, si è unita alla Resistenza dandosi alla macchia e diventando una guerrigliera della Vanguarda Armada Revolucionária Palmares. Acciuffata dai militari, è stata anche imprigionata e torturata.

Fino alle amministrative dello scorso ottobre, invece, era stato Genro a credere di poter spuntare l’investitura presidenziale. L’attuale guardasigilli è, anch’egli, una figura forte: ed anche ex presidente del Pt. La stampa italiana lo ricorda come il ministro dell’affaire Battisti; ma egli è anche e soprattutto l’ex sindaco di Porto Alegre; colui che ha inventato l’esperienza dei Forum sociali.

Genro, ovviamente, è parso visibilmente amareggiato per la scelta di Lula. Per motivarla, il ministro ha dichiarato al Paìs che, qualora Lula l’avesse designato come successore, si sarebbe incrinata la stabilità del Pt. Genro, infatti, in questi anni, ha rappresentato l’opposizione interna del partito.
Anche se il Pt esce rafforzato dalla vittoria interna di Dilma Rousseff, le elezioni si prospettano difficili.

I candidati del Partido de la Social Democracia Brasileña – un partito socialdemocratico che si colloca alla destra del Pt – godono di molto credito. Nel Psdb, la lotta sarà fra due governatori a capo di Stati forti e popolosi: José Serra, presidente del distretto di San Paolo, e Aecio Neves, dello Minas Gerais.

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Ambiguità, politiche e biocarburanti

Pubblicato da brasseriefoucault su Luglio 11, 2008

La strada che conduce all’inferno è lastricata di buone intenzioni, dicono gli inglesi. E la politica non fa eccezione. Il ruolo giocato dai biocarburanti – che a questo punto si potrebbero benissimo ribattezzare tanatocarburanti – nella recente biocarburanti sembra essere un buon esempio.
La faccenda ci consente di sostenere come l’ambiguità delle politiche possa dispiegare effetti assolutamente contrari alle premesse di partenza. E, là dove l’ambiguità è voluta, ciò è possibile attraverso la machiavellica capacità dei decisori di manipolare il capitale simbolico dei gruppi di pressione di opposizione. Facciamo il punto. Come già sostenuto su queste pagine, l’amministrazione americana aveva avuto un’inaspettata svolta verde. Basta petrolio, guerre per il petrolio, eccetera. Puntiamo sui carburanti ecologici per sottrarci al ricatto degli Stati canaglia produttori di greggio. Un buon modo per quadrare il cerchio fra le esigenze di realpolitik, la riduzione dell’inquinamento legata ai combustibili fossili, soddisfare un’opinione pubblica sensibile alle tematiche verdi.

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Oggi, ahinoi, nel valutare gli effetti di queste misure, ci accorgiamo che gli obiettivi sono stati assolutamente disattesi, al meno per quanto riguarda gli aspetti che erano stati patrocinati dai gruppi progressisti ed ambientalisti. Il recente aumento nella produzione di biocarburanti è, infatti, una concausa della crisi dell’aumento del prezzo del cibo. La riconversione di terre destinate alla produzione agricola alla produzione di biofuel ha ingenerato una riduzione dell’offerta della materia prima ed un aumento del prezzo del bene finale.
Ma il gioco non è semplicemente “ambiente Vs poveri”, come già successo altre volte nelle relazioni internazionali fra Stati eco sensibili perché ricchi e i Paesi di più recente industrializzazione pronti a devastare l’ambiente pur di veder migliorare le proprie condizioni di vita. Vari studi stanno evidenziando come il ciclo totale di produzione dei biocarburanti attualmente in uso generi più gas serra rispetto ai combustibili fossili. Le colture utilizzate per il biofuel, infatti, assorbono meno CO2 rispetto le altre coltivazioni che rimpiazzano. Insomma, una politica che doveva essere ambientalista e progressista si svela regressiva ed inquinante. Come è possibile? Grazie all’intrinseca ambiguità delle politiche.
Lungo l’iter decisionale, gli attori impegnati nel policy making possono manipolare il provvedimento a vari livelli fino a cambiarne sostanzialmente la natura, grazie ad una ambiguità politica che, lungi dall’essere avversata dalla classe dirigente, è incoraggiata, anche se “sotto banco”. I politici, in genere, hanno due obiettivi: mantenere la poltrona il più a lungo possibile ed implementare le politiche che favoriscano il gruppo d’interesse di cui sono espressione.
Sono, quindi, a loro agio in un ambiente decisionale fumoso che consenta loro di approvare provvedimenti che poco o nulla hanno a che fare con “il bene comune” e che renda impossibile una chiara imputazione delle responsabilità da parte dell’opinione pubblica che, da parte sua, si trova in una chiara situazione di asimmetria informativa cronica.

Venendo all’Italia, un buon esempio è proprio il decreto sicurezza, dove Berlusconi ha cercato di infilare norme ad personam per risolvere i suoi guai giudiziari.
Il caso del biocarburante, però, ci dice di più. Bush è riuscito a manipolare un capitale simbolico ambientalista e di sinistra per raggiungere obiettivi di segno completamente opposto. Partiamo da Bush perché il cuore della crisi è negli States. Gli Stati Uniti sono il più grande produttore globale di biocarburanti, quindi, a meno che l’amministrazione attuale non inverta la rotta, nulla o poco cambierà sul prezzo del cibo. Ma se ora l’appoggio dei progressisti e degli ambientalisti è venuto meno, l’opzione biofuel ha già saldato le file dei soli veri beneficiari.

Ed il nulla di fatto raggiunto nell’ultimo G8 sul prezzo del cibo ne è la prova. Per l’UE e l’America i sussidi pubblici per il biofuel non sono stati altro che una distorsione di mercato per proteggere il settore agricolo dei Paesi industrializzati. Una politica che, notoriamente, danneggia i Paesi del Sud del mondo e che molte lobby occidentali perseguono grazie all’ambiguità politica. Una strategia che potremmo riassumere nel principio secondo il quale va praticato il liberismo solo nei settori dove siamo forti ed il protezionismo in tutti gli altri. Non c’è nulla di male che i governi perseguano interessi di parte. Ma, per cortesia: smettiamola con la menzogna dei politici di destra che fanno politiche progressiste ed ambientaliste.

Alessio Postiglione
pubblicato su Notizie Verdi

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Gli strani giri di valzer delle alleanze e i biocombustibili

Pubblicato da brasseriefoucault su Marzo 7, 2008

Le strategie che non t’aspetti. Il presidente brasiliano Lula, icona progressista del social forum di Porto Alegre, ha infatti siglato, nel marzo di quest’anno, un accordo sull’etanolo con George W. Bush, sicuramente non celebre per la sua sensibilità ambientale. Cosa sta succedendo? Lo scacchiere internazionale cambia e anche la politica USA e brasiliana? Forse.

Il 40% delle auto in Brasile va ad etanolo. Una bella soddisfazione per tutti quelli che chiosano contro i giganti del petrolio e per i disastri che le politiche energetiche americane hanno causato in termini militari ed ambientali. L’amministrazione Bush afferma di voler portare la soglia di consumo interno di etanolo al 10%. Il fratello di George W., Jeb Bush, ex governatore della Florida presiede a Miami la Commissione Interamericana per l’Etanolo, partecipata da grosse lobby brasiliane di industriali e proprietari terrieri. Le recenti aperture americane verso il protocollo di Kyoto in occasione dell’ultimo G8 segnano, infine, una trasformazione epocale delle politiche energetiche dell’Impero: ma è proprio così?

Innanzitutto il carattere “verde” del bioetanolo andrebbe problematizzato. Varie associazioni radical e new global, soprattutto brasiliane, come il Via Campesina, segnalano i grandissimi costi sociali ed ambientali che ha comportato la coltivazione estensiva della canna da zucchero, con espulsioni forzate di intere popolazioni, la distruzione di habitat sociali, ed una concentrazione della proprietà terriera dove le logiche latifondistiche dei grandi junker bianchi si sono sommate a quelle delle multinazionali pronte a localizzarsi in contesti normativi più laschi dal punto di vista dei diritti economici e sociali.

Bush l’ecologista, in realtà, vuole emanciparsi dal potere petrolifero di Chavez che, con la trasformazione di Lula, resta fra i puri e duri del fronte antiamericano. La condotta del presidente venezuelano è ispirata da una nuova strategia globale imperniata su un asse Cuba-Venezuela-Iran-Cina che preoccupa seriamente la presidenza USA. Mentre il progressista Lula riceve l’avallo statunitense affinché il Brasile diventi una potenza regionale e mondiale di grande rilievo e di ispirazione “atlantica”, Chavez, con un realismo degno del patto URSS/nazisti Molotov-Ribbentrop, accoglie terroristi dell’IRA e dell’ETA, finanzia il FARC in Colombia (movimento rivoluzionario marxista che controlla i traffici di coca) e flirta con Ahmadinejad. Il tutto grazie ad una certa cappa benevola che si è guadagnato con una propaganda da romantico Che Guevara antimperialista.

La situazione per gli Stati Uniti non è rosea. Dopo aver esteso la propria influenza in Iraq (e Chavez aveva accordi anche con Saddam Hussein), il fronte dei paesi produttori di petrolio ostili a Washington aumenta la propria sfera d’influenza. Sia l’India (politicamente filoamericana) che la Cina hanno, infatti, siglato vari accordi per la fornitura di gas e petrolio con Venezuela ed Iran; l’accordo commerciale della Sinopec Group (Cina) per lo sfruttamento dei giacimenti di Yadavaran (Iran) è il più grande business mai siglato da Pechino.

Ecco, allora, che la politica energetica americana è, in questo momento, tesa a smarcarsi da quest’asse ostile. Nell’ottica dell’approvvigionamento energetico atlantico il passo successivo all’invasione dell’Iraq è stata l’inaugurazione dell’oliodotto azero Baku-Tbilisi-Ceyhan, presenziata dal segretario all’energia USA Samuel Bodman. Con la dissoluzione dell’impero sovietico, l’Europa ha infatti attratto l’Azeirbajan nella propria sfera d’influenza per il tramite della Turchia. Baku è entrata, inoltre, nel Consiglio d’Europa nel 2001: ottima mossa.

Fondamentale diventa, infine, la stabilità della Turchia (“storico” paese NATO), magari con il suo ingresso nell’UE. Ultimamente, però, si assiste ad un preoccupante risveglio dei partiti filoislamici avversi al modello di Ataturk; un altro problema per Washington. Già…

 

Alessio Postiglione

(pubblicato su Notizie Verdi del 27/06/2007)

 

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