Sarah Palin ha la battuta pronta. Fantastica quella vibrata all’ultima convention repubblicana contro i Democratici: “C’è chi strumentalizza il cambiamento per promuovere la propria carriera, chi usa la propria carriera per promuovere il cambiamento”. Nel primo caso, il riferimento è Obama, nel secondo, è McCain. Ma, al di là dell’accezione di cambiamento che si sottende nell’uno e nell’altro caso, il cambiamento ci sarà. E consisterà, molto probabilmente, in uno spostamento a sinistra della politica. Ma le traiettorie di Obama o McCain, a seconda di chi sarà presidente, saranno molto diverse.
Obama starà molto più a destra di quanto molti oggi credano; nonostante il suo passato di attivista per i diritti civili e community manager nelle lotte alla povertà, Washington non è Chicago. E fare il presidente dell’impero americano non è come fare il senatore democratico dell’Illinois.
In modo specularmene opposto si comporterebbe McCain, qualora dovesse vincere la Casa Bianca. Il senatore dell’Arizona è un veterano ed un militare. Ma è soprattutto un Repubblicano liberal. Nonostante la Palin, con le sue credenziali di ultraconservatrice, limitate, però, soprattutto alla sfera civile o privata – fino ad ora la governatrice dell’Alaska non ha fatto un solo discorso di politica internazionale od economia – McCain starà più a sinistra di quanto non ti aspetteresti da un esponente del GOP.
Gli indizi, per Obama e McCain, di questa trasformazione che li attende qualora dovessero trasferirsi sulle rive del Potomac, non mancano.
A chi gli chiedeva del problema dei ragazzi di colore nei ghetti, Obama ha risposto molto bruscamente. Basta con i gangsta rapper, l’hip hop e le partite di basket. Il candidato Democratico non è sembrato per nulla indulgente. Anzi, ha aspramente criticato un certo lassismo ed una certa tolleranza liberal. Per farcela, quei ragazzi, devono dismettere la sottocultura del ghetto e percorrere quella strada che Obama e sua moglie, ad esempio, hanno già percorso. Al di là dei torti e delle ragioni, Obama ha dato una risposta wasp.
Così, sulla politica estera, il senatore dell’Illinois ha fugato l’immagine di colomba. Ha preso le distanze dal militarismo imperiale dei neocon, ma ha fatto capire che può gestire una crisi con l’Iran. Proprio come Kennedy seppe fare con la crisi missilistica a Cuba.
Dall’altra parte, ecco McCain. Mai una parola su Bush. L’endorsement del presidente in carica è arrivato alla convention repubblicana per telefono. Anche per McCain, quindi, il “cambiamento” è diventato il mantra.
Il candidato Repubblicano ha fatto capire che le lobby dei falchi verranno marginalizzate. Una eventuale amministrazione McCain sarà certamente alla sinistra di quelle di Bush. E non è un caso che i neocon non siano di buonissimo umore, in questo momento.
Solo due fattori potrebbero venir loro in aiuto. La Russia e l’Iran.
(Pubblicato su Notizie Verdi)





























Ma chi sono i
bene. Il fratello del presidente e governatore della Florida, Jeb Bush, sposò addirittura un’ispanica. Ma quei giorni sembrano lontani.
Obama stravince
Pubblicato da brasseriefoucault su Novembre 5, 2008
Grande vittoria di Obama. E il cambiamento ci sarà. Il programma del presidente è realmente innovativo, grazie al suo impegno per la lotta ai cambiamenti climatici, la riforma della sanità e la redistribuzione delle risorse. E’ la rivincita dei keynesiani. Ma, all’orizzonte, c’è un probabile conflitto con l’Iran.
Obama vince e stravince; ed è il nuovo presidente degli USA. Il senatore dell’Illinois stacca il rivale di più di 6 milioni di voti – 59.863.644 a 53.739.469, secondo le proiezioni del «NY Times» – e lo batte 338 a 155 voti elettorali.
E’ una vittoria a valanga, travolgente, ottenuta in quegli Stati chiave che si erano recentemente espressi a favore del GOP, come la Florida – che aveva fatto la differenza per portare Bush alla Casa Bianca nel 2000 e nel 2004 – o che erano tradizionalmente vicini ai Repubblicani, come la Virginia, dove il partito dell’Asinello non vinceva addirittura dal 1964. Altri Stati chiave come Pennsylvania e Ohio vanno ad Obama.
La forza del neopresidente è stata quella di lottare in tutti gli Stati, voto per voto, come attesta la sua chiusura di campagna elettorale proprio a Des Moine, in Iowa.
E’ partito da lontano; ha attraversato le durissime primarie Democratiche da inseguitore, mentre Hillary Clinton – la candidata dell’establishment – lo guardava dallo specchietto retrovisore. Che cosa significherà, adesso, questa vittoria per gli Stati Uniti?
Il tono dei principali media americani è solenne. Il «NY Times» titola “Le barriere razziali cadono e gli elettori abbracciano la richiesta di cambiamento”. Il «Washington Post» e il «Wall Street Journal» parlano entrambi di “Elezioni storiche”.
Ad Obama, infatti, è riuscita una (parziale) vittoria al Sud, rovesciando l’idea del Democratico amato sulle due coste ed odiato nell’America profonda.
Le vittorie in Colorado e, soprattutto, in Florida e New Mexico dimostrano che ha abbattuto le barriere razziali perché è stato votato dal Sud e dai latinos, tradizionalmente Repubblicani. Solo Clinton, recentemente, fece di più, strappando all’Elefantino Kentucky, Georgia, Lousiana e Tennessee; ma Clinton era bianco e dell’Arkansas, giova ricordarlo.
Mentre Obama porta a casa questa storica vittoria, c’è già chi – realista o pessimista? – ritiene che l’America non cambierà.
E’ Obama solo una faccia nuova per un vecchio establishment? La forza del senatore dell’Illinois e del suo fundraising è la prova che le lobby ne hanno disinnescato la carica progressista?
Il programma di Obama ci dice di no. Il neopresidente non è un “socialista” – come l’ha bollato McCain a mo’ di insulto per far fuggire quel ceto medio terrorizzato dall’aumento delle tasse – ma molte sue proposte sono assolutamente progressiste.
I tre punti principali del programma di Obama sono la redistribuzione della ricchezza, la riforma del sistema sanitario e la lotta al cambiamento climatico.
In un Paese dove aumentare le tasse ai ricchi è percepito come una mortificazione della meritocrazia; riformare la sanità più costosa ed inefficiente dell’Occidente praticamente impossibile; parlare di Protocollo di Kyoto è paragonabile ad essere luddisti: in questo contesto, il programma del presidente è assolutamente innovativo. Ma c’è di più.
Dalla rivoluzione neoliberale di Reagan in poi, i Democratici – ma anche le sinistre europee socialdemocratiche – hanno sempre inseguito i Conservatori su temi come le liberalizzazioni e la
deregulation.
Ma ora, dopo la crisi finanziaria, quando proprio i Repubblicani hanno deciso di imboccare una strada interventista, ecco che la tradizione keynesiana dell’Asinello sembra essere l’antidoto migliore e più credibile.
E’ infatti tutto il Partito democratico che vince in questa elezione, anche al Congresso. E’ la vittoria di un Obama neoprotezionista, allora? Fra i suoi piani, c’è l’idea di rivedere il NAFTA, è vero.
Ma l’attenzione del neopresidente prestata all’Europa nell’ambito del suo recente viaggio è un chiaro segnale di apertura al dialogo, in opposizione all’unilateralismo di Bush. In fine, la vittoria di Obama è la prova che l’American Dream può conquistare ancora. Una vittoria dell’emozione e della passione che non è retorica, in quanto a queste elezioni hanno partecipato cittadini che non si recavano più alle urne.
Un sogno, linfa vitale, per le democrazie occidentali che non se la stavano passando tanto bene; fra crisi di rappresentatività e partecipazione. Un cambiamento vero, in sintesi. Che farà bene agli States e anche all’Europa. Non solo alle elite liberal.
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