Politiche

Biopotere, società, democrazia e conflitto

Posts contrassegnato dai tag ‘McCain’

Obama stravince

Pubblicato da brasseriefoucault su Novembre 5, 2008

Grande vittoria di Obama. E il cambiamento ci sarà. Il programma del presidente è realmente innovativo, grazie al suo impegno per la lotta ai cambiamenti climatici, la riforma della sanità e la redistribuzione delle risorse. E’ la rivincita dei keynesiani. Ma, all’orizzonte, c’è un probabile conflitto con l’Iran.

Obama vince e stravince; ed è il nuovo presidente degli USA. Il senatore dell’Illinois stacca il rivale di più di 6 milioni di voti 59.863.644 a 53.739.469, secondo le proiezioni del «NY Times» – e lo batte 338 a 155 voti elettorali.
E’ una vittoria a valanga, travolgente, ottenuta in quegli Stati chiave che si erano recentemente espressi a favore del GOP, come la Florida – che aveva fatto la differenza per portare Bush alla Casa Bianca nel 2000 e nel 2004 – o che erano tradizionalmente vicini ai Repubblicani, come la Virginia, dove il partito dell’Asinello non vinceva addirittura dal 1964. Altri Stati chiave come Pennsylvania e Ohio vanno ad Obama.

La forza del neopresidente è stata quella di lottare in tutti gli Stati, voto per voto, come attesta la sua chiusura di campagna elettorale proprio a Des Moine, in Iowa.
E’ partito da lontano; ha attraversato le durissime primarie Democratiche da inseguitore, mentre Hillary Clinton – la candidata dell’establishment – lo guardava dallo specchietto retrovisore. Che cosa significherà, adesso, questa vittoria per gli Stati Uniti?
Il tono dei principali media americani è solenne. Il «NY Times» titola “Le barriere razziali cadono e gli elettori abbracciano la richiesta di cambiamento”. Il «Washington Post» e il «Wall Street Journal» parlano entrambi di “Elezioni storiche”.

Ad Obama, infatti, è riuscita una (parziale) vittoria al Sud, rovesciando l’idea del Democratico amato sulle due coste ed odiato nell’America profonda.
Le vittorie in Colorado e, soprattutto, in Florida e New Mexico dimostrano che ha abbattuto le barriere razziali perché è stato votato dal Sud e dai latinos, tradizionalmente Repubblicani. Solo Clinton, recentemente, fece di più, strappando all’Elefantino Kentucky, Georgia, Lousiana e Tennessee; ma Clinton era bianco e dell’Arkansas, giova ricordarlo.

Mentre Obama porta a casa questa storica vittoria, c’è già chi – realista o pessimista? – ritiene che l’America non cambierà.

E’ Obama solo una faccia nuova per un vecchio establishment? La forza del senatore dell’Illinois e del suo fundraising è la prova che le lobby ne hanno disinnescato la carica progressista?
Il programma di Obama ci dice di no. Il neopresidente non è un “socialista” – come l’ha bollato McCain a mo’ di insulto per far fuggire quel ceto medio terrorizzato dall’aumento delle tasse – ma molte sue proposte sono assolutamente progressiste.
I tre punti principali del programma di Obama sono la redistribuzione della ricchezza, la riforma del sistema sanitario e la lotta al cambiamento climatico.

In un Paese dove aumentare le tasse ai ricchi è percepito come una mortificazione della meritocrazia; riformare la sanità più costosa ed inefficiente dell’Occidente praticamente impossibile; parlare di Protocollo di Kyoto è paragonabile ad essere luddisti: in questo contesto, il programma del presidente è assolutamente innovativo. Ma c’è di più.

Dalla rivoluzione neoliberale di Reagan in poi, i Democratici – ma anche le sinistre europee socialdemocratiche – hanno sempre inseguito i Conservatori su temi come le liberalizzazioni e la obama_shep_print_final22deregulation.
Ma ora, dopo la crisi finanziaria, quando proprio i Repubblicani hanno deciso di imboccare una strada interventista, ecco che la tradizione keynesiana dell’Asinello sembra essere l’antidoto migliore e più credibile.

E’ infatti tutto il Partito democratico che vince in questa elezione, anche al Congresso. E’ la vittoria di un Obama neoprotezionista, allora? Fra i suoi piani, c’è l’idea di rivedere il NAFTA, è vero.
Ma l’attenzione del neopresidente prestata all’Europa nell’ambito del suo recente viaggio è un chiaro segnale di apertura al dialogo, in opposizione all’unilateralismo di Bush. In fine, la vittoria di Obama è la prova che l’American Dream può conquistare ancora. Una vittoria dell’emozione e della passione che non è retorica, in quanto a queste elezioni hanno partecipato cittadini che non si recavano più alle urne.
Un sogno, linfa vitale, per le democrazie occidentali che non se la stavano passando tanto bene; fra crisi di rappresentatività e partecipazione. Un cambiamento vero, in sintesi. Che farà bene agli States e anche all’Europa. Non solo alle elite liberal.

Social Bookmarks:

Pubblicato su Commenti, Elezioni, Politica e politiche, USA | Contrassegnato da tag: , , | Lascia un commento »

McCain Obama. Quali presidenze?

Pubblicato da brasseriefoucault su Settembre 24, 2008

Sarah Palin ha la battuta pronta. Fantastica quella vibrata all’ultima convention repubblicana contro i Democratici: “C’è chi strumentalizza il cambiamento per promuovere la propria carriera, chi usa la propria carriera per promuovere il cambiamento”. Nel primo caso, il riferimento è Obama, nel secondo, è McCain. Ma, al di là dell’accezione di cambiamento che si sottende nell’uno e nell’altro caso, il cambiamento ci sarà. E consisterà, molto probabilmente, in uno spostamento a sinistra della politica. Ma le traiettorie di Obama o McCain, a seconda di chi sarà presidente, saranno molto diverse.

Obama starà molto più a destra di quanto molti oggi credano; nonostante il suo passato di attivista per i diritti civili e community manager nelle lotte alla povertà, Washington non è Chicago. E fare il presidente dell’impero americano non è come fare il senatore democratico dell’Illinois.

In modo specularmene opposto si comporterebbe McCain, qualora dovesse vincere la Casa Bianca. Il senatore dell’Arizona è un veterano ed un militare. Ma è soprattutto un Repubblicano liberal. Nonostante la Palin, con le sue credenziali di ultraconservatrice, limitate, però, soprattutto alla sfera civile o privata – fino ad ora la governatrice dell’Alaska non ha fatto un solo discorso di politica internazionale od economia – McCain starà più a sinistra di quanto non ti aspetteresti da un esponente del GOP.

Gli indizi, per Obama e McCain, di questa trasformazione che li attende qualora dovessero trasferirsi sulle rive del Potomac, non mancano.

A chi gli chiedeva del problema dei ragazzi di colore nei ghetti, Obama ha risposto molto bruscamente. Basta con i gangsta rapper, l’hip hop e le partite di basket. Il candidato Democratico non è sembrato per nulla indulgente. Anzi, ha aspramente criticato un certo lassismo ed una certa tolleranza liberal. Per farcela, quei ragazzi, devono dismettere la sottocultura del ghetto e percorrere quella strada che Obama e sua moglie, ad esempio, hanno già percorso. Al di là dei torti e delle ragioni, Obama ha dato una risposta wasp.
Così, sulla politica estera, il senatore dell’Illinois ha fugato l’immagine di colomba. Ha preso le distanze dal militarismo imperiale dei neocon, ma ha fatto capire che può gestire una crisi con l’Iran. Proprio come Kennedy seppe fare con la crisi missilistica a Cuba.

Dall’altra parte, ecco McCain. Mai una parola su Bush. L’endorsement del presidente in carica è arrivato alla convention repubblicana per telefono. Anche per McCain, quindi, il “cambiamento” è diventato il mantra.

Il candidato Repubblicano ha fatto capire che le lobby dei falchi verranno marginalizzate. Una eventuale amministrazione McCain sarà certamente alla sinistra di quelle di Bush. E non è un caso che i neocon non siano di buonissimo umore, in questo momento.
Solo due fattori potrebbero venir loro in aiuto. La Russia e l’Iran.

(Pubblicato su Notizie Verdi)

Social Bookmarks:

Pubblicato su Politica e politiche, Relazioni Internazionali, USA | Contrassegnato da tag: , , , , , , | Lascia un commento »

Repubblicani, Obama e il voto latino

Pubblicato da brasseriefoucault su Agosto 26, 2008

La caccia al voto latino è cominciata. Non ci riferiamo alle preoccupazioni adolescenziali di Obama e McCain per le versioni di Cicerone, ma al “peso” complessivo della comunità Spanish-speaker che è sempre più determinante in alcuni stati chiave. Le statistiche parlano del 12% dei votanti del Colorado e del Nevada, del 14% in Florida e del 37% in New Mexico.

Ma chi sono i Latinos e qual è il loro comportamento elettorale?
Anche se alcuni giornali americani trattano i Latinos come un soggetto sociale chiaro e ben definito, le cose stanno diversamente. Il gruppo è accomunato dalla lingua spagnola, ma è composto da varie comunità. In gran parte si tratta di esuli cubani e di messicani, ma altre nazioni latinoamericane stanno aumentando la loro presenza.

L’orientamento politico di questi gruppi non è omogeneo. Tradizionalmente gli esuli cubani sono sempre stati repubblicani radicali: votavano a destra e spingevano per un attacco statunitense contro il regime di Castro.
Diverso è il caso dei messicani. La politica repubblicana di “tolleranza zero” verso gli immigrati clandestini, in gran parte provenienti dal vicino Messico, ha assunto, a volte, un atteggiamento antimessicano tale da portare molti votanti a sinistra.
In America si è sempre sostenuto che i Latinos erano conservatori e, anche se non lo fossero stati, mai avrebbero votato un nero. Ma con Obama queste certezze stanno venendo meno.

Solo nel 2004 George Bush vinse la presidenza grazie proprio a questi Stati. Il presidente in carica ha sempre ostentato una certa familiarità con la comunità latina parlando in spagnolo. La dinastia Bush ha seminato bene. Il fratello del presidente e governatore della Florida, Jeb Bush, sposò addirittura un’ispanica. Ma quei giorni sembrano lontani.
La comunità messicana non ha apprezzato la stretta del Gran Old Party sull’immigrazione clandestina e certe dichiarazioni dei falchi conservatori che hanno paragonato i messicani ai terroristi. Il fronte latino-repubblicano si è spaccato. Non è detto che Obama saprà mantenere le preferenze dei messicani delusi, ma ora le poll sembrano dargli ragione. Eppure, durante le primarie democratiche, gli ispanici si erano espressi chiaramente per la Clinton. E’ probabile che oggi l’America possa eleggere un presidente nero: ma può fare altrettanto la comunità ispanica? Quel che è certo è che per McCain i peggiori incubi stanno diventando realtà. Trattare gli ispanici come un feudo conservatore non è più possibile.
Gli errori dei repubblicani sono stati grossolani. All’inizio, infatti, Obama era apertamente inviso ai latinos. Troppi atteggiamenti liberal, percepiti come anti-patriottici, gli avevano completamente alienato le simpatie degli ispanici, molto sensibili all’iconografia nazionalista dell’American Dream. Gli analisti avevano addirittura inizialmente ipotizzato che McCain avrebbe potuto surclassare la performance elettorale di Bush.
In poche settimane la situazione è cambiata. Sicuramente la volatilità delle proiezioni degli orientamenti di voto rende sempre più difficile fare previsioni. Ma la sensazione è che i messicani preferiranno il gospel nero al country bianco.

(pubblicato su Notizie Verdi)

Pubblicato su Elezioni, Politica e politiche, USA | Contrassegnato da tag: , , , , , , | Lascia un commento »