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Praga summit, via all’Eastern Partnership

Pubblicato da brasseriefoucault su Giugno 5, 2009

L’Eastern Partnership è stata lanciata. Il sette maggio sono convenuti a Praga i 27 Paesi membri dell’Ue e sette nazioni dell’Est dell’ex blocco sovietico: Armenia, Azerbaigian, Bielorussia, Georgia, Ucraina e Moldavia. Si tratta del più ambizioso progetto dell’Unione europea dai tempi dell’allargamento.

La solenne dichiarazione della Conferenza di Praga impegna la Ue a favorire pace, stabilità e prosperità in una regione, storicamente europea, e attualmente geopoliticamente strategica. Un obiettivo meno solenne, ma non meno importante, è, infatti, controbilanciare l’influenza russa nell’Est. E’ anche per questo che, alla fine, anche la Bielorussia è stata invitata: il Paese- definito “Stato canaglia” dall’ex presidente americano George W. Bush – lascia molto a desiderare dal punto di vista del rispetto dei diritti umani. Ma il rischio che fosse completamente assorbito nell’orbita d’influenza del Cremlino pesa di più dell’acquis comunitarie.BELGIUM-EU-SUMMIT-PRESIDENCY-MERKEL-BARROSO

Ma, si badi bene, con questa mossa la Ue cerca solo di frenare l’influenza russa, non la neutralizza. Ed ancora esistono forti divergenze di interessi fra i 27 membri dell’Unione in merito ai Paesi invitati al summit. Dove si vuole andare con questa Eastern Partnership ancora non è chiaro.

La Ue vuole “strappare” questi Paesi a Mosca, ma cosa offre?
La controparte Ue richiede libera circolazione di uomini e merci e, in ultima istanza, ingresso nell’Unione. Peccato che molte nazioni Ue temano sia l’aumento dei flussi migratori – una vera spada di Damocle sulla testa dei governi di centro-destra – che la competizione al ribasso che i nuovi lavoratori dell’Est imporrebbero agli europei nei settori meno qualificati del mercato del lavoro – e questo è lo spauracchio per gli esecutivi di sinistra -. Quanto agli accession talk, tutti i 27 sembrano orientati a slegarli dagli accordi dell’Eastern Partnership.

Inoltre, non mancano le tensioni domestiche interne all’Unione. Ad esempio, Nicolas Sarkozy e Jose Luis Zapatero non sono direttamente presenti a Praga in segno di ostilità verso le nazioni di più recente ingresso, come la Repubblica Ceca, la Slovenia e la Polonia, forti sostenitrici di un allargamento ad Est: visto con sospetto sia da Madrid che da Parigi, in quanto capace di spostare l’equilibrio degli interessi ad ovest di Berlino. Ci sono state anche piccolissime dispute sulle frasi da scrivere nella dichiarazione che sono spie di grandi problemi: Germania, Francia e Italia volevano eliminare la definizione “Nazioni europee” utilizzata per descrivere i Paesi dell’Est convenuti, timorosi che ciò potesse significare un via libera all’allargamento.

Oggi, la dichiarazione fissa il minimo indispensabile. Una conferenza ogni due anni e quattro piattaforme di collaborazione: “Democrazia, governance e stabilità”, “Integrazione economica e convergenza con le politiche Ue”, “Sicurezza energetica” e un blando “Contatti fra i popoli”, che ha sostituito sia le più solenni dichiarazioni in merito alla libera circolazione degli individui che le più prosaiche richieste di eliminazione dei visti. Anche se la realtà della cooperazione svela un livello di integrazione ancora basso, la Conferenza di Praga è abbastanza per far arrabbiare Mosca.

Il ministro degli Esteri russo Sergei Lavrov ha apertamente definito l’Eastern Partnership una versione rinnovata della politica delle “sfere di influenza”, un tentativo di influenzare alcuni Paesi dell’Est, come la Russia bianca, al fine di non riconoscere l’indipendenza di Abcazia ed Ossezia (tuttavia assai discutibile dal punto di vista del diritto internazionale). Con la caduta del muro di Berlino, infatti, la Ue ha incominciato a sviluppare una nuova politica verso l’Oriente – che è stata definita da Mark Leonard Eurosfera – appoggiata direttamente da Barroso.

L’Eurosfera si estenderebbe fino al Kazakistan e all’Iran. Zone storicamente oggetto dell’espansionismo russo, già ai tempi dello zar. Negli ultimi anni, però, la rinnovata forza diplomatica di Mosca ha portato il Cremlino a rivendicare quella che un tempo era la propria sfera. Laddove la Ue cerca di cooptare con incentivi e stabilità, la Russia ha optato per una strategia opposta. Fatta di ritorsioni (energetiche, in primis) e destabilizzazione, attraverso le riottose enclavi russe che ha dispiegato nel Caucaso. Attualmente, la politica di Brussel sembra orientata al realismo: l’Europa ha chiuso un occhio sulla situazione dei diritti civili in Moldavia e Bielorussia, ad esempio (anche se, alla fine, Brussel è riuscita a far desistere i presidenti bielorusso e moldavo Alyaksandr Lukashenka e Vladimir Voronin dal partecipare direttamente alla conferenza).
Si tratta di capire, però, fino a che punto la realpolitik europea si potrà spingere, data la frantumazione degli interessi dei 27 Paesi membri in campo. Per ora la controparte Ue ha rifiutato di riconoscere la contestata indipendenza di Abcazia ed Ossezia. Sia Est che Ovest perseguono la sicurezza energetica. Ma cosa è realmente disposta ad offrire la Ue ai Paesi dell’Est?

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Il mercato nero dei visti Ue e il risentimento dell’Est verso Brussels

Pubblicato da brasseriefoucault su Giugno 5, 2009

A Berlino, nell’89, non è scomparso l’ultimo muro. Ce n’è ancora un altro, che allora come oggi, divide in due l’Europa. Quella “politica” da quella geografica.

Lo si potrebbe definire “il muro di Schengen”. I confini europei fra i Paesi membri dell’Unione europea e i non membri. Un vero shock per nazioni, come quelle balcaniche, che da sempre si considerano parte integrante dell’Europa. Non è casuale, ad esempio, che i serbi si siano sempre tradizionalmente sentiti i difensori dell’Europa – a seguito del sacrificio della nobiltà serba contro le truppe ottomane nella battaglia di Kosovopolje del 1389, che farà sì che i turchi non riescano a raggiungere Vienna, ad esempio – eppure, a Belgrado, hanno guadagnato consensi partiti profondamente euroscettici.

Circa il 70% dei giovani dell’ex Yugoslovia, con l’eccezione di Slovenia e Croazia, ora nella Ue, non hanno mai potuto mettere piede fuori dal proprio Paese, d’altronde.dobrovat_monastery_1504_moldavia_romania_photo_tatiana_murzin
Nel 1990 soffiava il “vento della libertà”. Gli europei dell’Est potevano finalmente viaggiare, liberi dall’opprimente burocrazia sovietica. Ma con gli obblighi sottoscritti da Polonia, Slovacchia ed Ungheria per entrare nell’Ue, la musica cambiava. Le nazioni del Caucaso, in modo particolare, non confinando direttamente con l’Ue, diventano ancora più isolate, intrappolate fra le montagne.

L’Europa pensata ad Occidente “cancella” la storia. Quanti italiani sanno che l’Armenia è stata la prima nazione cristiana d’Europa e, infatti, San Gregorio Armeno fa bella mostra di sé nel colonnato di San Pietro a Roma? Il “ghetto mentale” che rinchiude gli europei dell’Est è, da tempo, oggetto di dibattito da parte degli intellettuali di quei Paesi che si sentono esclusi dall’Europa che conta. Recentemente, Radio Free Europe ha condotto un’inchiesta che ha scoperto un vero e proprio vaso di Pandora. In molti Paesi, infatti, si è aperto un florido mercato nero per i visti europei. In Moldavia, ad esempio, secondo i giornalisti di Rfe, la concessione dei visti è completamente truccata.

Rfe ha realizzato molte interviste, soprattutto ad associazioni per la legalità. Emblematico è il caso di una donna moldava che ha pagato 2000 euro per ottenere un visto per l’Italia, mentre secondo Brussel, per le nazioni non Ue, il costo ufficiale è compreso fra i 30 e i 60 euro. Una volta in Italia, la donna ha potuto comprare al nostro mercato nero i documenti falsi che le hanno permesso di rimanere entro in confini di Schengen. Insomma, la Ue – suo malgrado – ha unificato anche i “mercati neri”.

Oggi, in Moldavia, un visto costa circa 4000 euro. Inoltre, ci sono le bustarelle da pagare in loco per ottenere i permessi di soggiorno/lavoro.
Anche quando non scatta la corruzione, ottenere un visto Ue è un’impresa ardua. In generale, il richiedente deve produrre un’assicurazione complessiva, di viaggio e di soggiorno, che includa anche i costi di rimpatrio della salma in caso di decesso; deve dimostrare un certo reddito, esibire prenotazioni dell’albergo o lettere d’invito. Si tratta di una serie di procedure stringenti, atte a prevenire l’immigrazione indesiderata.

Varie leggi nazionali declinano in modo diverso e restrittivo queste politiche. Purtroppo, nel mentre non si è riuscito ad arginare i fenomeni migratori illegali, è plausibile che queste misure abbiano favorito il mercato illegale: per tacere dei costi umani.

Il punto di fondo, in realtà, è quale sia l’idea di Europa e quanto sia condivisa da Est ad Ovest. Il risentimento dell’Est verso il muro di Schengen non esisterebbe se questa politica – per quanto odiosa in generale – fosse praticata verso i non-europei. C’è in ballo l’identità ferita di molte nazioni. Un fenomeno che coinvolge, ad esempio, anche la Russia, dove è molto radicato un senso d’identità misto euroasiatico, di cui i russi vanno molto fieri. Infatti, nell’agenda di Mosca, c’è la rimozione dei visti fra Russia e Ue.

La Russia è, d’altronde, profondamente convinta –  non a torto – che la Liberazione dell’Europa dal nazifascismo sia opera sua (i russi pagarono il più alto tributo di sangue): ma, ad esempio, negli altri Paesi dell’Est c’è una forte ostilità verso le celebrazioni russe della “Grande Vittoria”, in base alla quale si giustificava la dominazione sovietica dell’Est: e non sono stati rari i casi di incidenti diplomatici in occasione delle cerimonie congiunte Est-Ovest-Russia per celebrare la fine della II Guerra mondiale. Non è azzardato sostenere che la percezione che gli europei hanno del loro passato è ancora confusa. Ad esempio, i tedeschi erano convinti di essersi redenti dal loro passato, grazie all’Ostpolitik, promossa da Willy Brandt negli anni Settanta, per normalizzare i rapporti con la Repubblica democratica tedesca. Per i polacchi, si trattava di un’apertura verso i regimi comunisti, non verso le popolazioni. E da questa ostilità di fondo che, ad esempio, è nata la piccola crisi Berlino-Varsavia, in merito alla decisione tedesca di istituire un museo sugli espatriati tedeschi dalla Polonia, dopo il ’45.

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La guerra e l’Europa

Pubblicato da brasseriefoucault su Dicembre 5, 2008

Ma c’è davvero la pace in Europa?
Dall’Irlanda a Cipro, dall’Ossezia del Sud ai Paesi Baschi, tutte le micce della polveriera

Con la dichiarazione del 9 maggio 1950 di Robert Schuman e Jean Monnet nasceva l’idea di una casa comune europea e di un futuro di pace. Non siamo certi che la pace sia stata realizzata nell’Europa politica. Di sicuro non c’è nell’Europa geografica.

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Alcuni conflitti ci vengono raccontati come lontani, esotici, stigma dell’arcaicità degli altri. In realtà riguardano noi, il qui e l’ora. Il conflitto è endemico: è presente nel centro Cipro, Irlanda, Paesi Baschi, Balcani – e nella periferia Caucaso, problema Curdo. A volte è solo una tensione identitaria, come nel caso delle piccole patrie. O solo un problema geopolitico: come per le basi russe disseminate fra Crimea, Kaliningrad e Moldavia. Ma tensione e conflitto sono i due estremi di una situazione che è permanente.


I conflitti periferici dell’Est, in particolare, sono centrali dal punto di vista energetico. Partiamo dal Caucaso; una regione estremamente ricca di risorse naturali: gas, petrolio, ma anche zinco, oro, carbone, uranio. Il mosaico etnico e religioso dell’area è estremamente vario. Ci sono cristiani – ortodossi e armeni – e musulmani – sciiti, sunniti e salafiti. Popolazioni di ceppo caucasico – come i Georgiani o i Daghestani –, indoeuropeo – Persiani, Curdi, Greci, Slavi -, gruppi turcofoni e mongoli.

L’ultimo conflitto in ordine di tempo è quello russo-georgiano per Abcazia e Sud Ossezia. Con l’autonomia de facto di queste due enclavi russe, Mosca ha ottenuto tre obiettivi strategici.

  1. Rafforzare il proprio confine con la costruzione di due nuove basi militari che apriranno nel 2009, a Gudauta e Tskhinvali.
  2. Circondare i giacimenti di gas e gli oleodotti Azeri sul Mar Caspio di “territori filo-russi” e spingere l’Azerbaigian filo-americano verso Mosca.
  3. Frustrare i tentativi europei di costruire la pipeline Nabucco, costretta a fare zigzag fra Ossezia, Abcazia e Nagorno, altro territorio instabile a causa di un conflitto armeno-azero.

La cifra comune dei conflitti nella periferia Est è quella di essere legata al desiderio di Mosca di proteggere le proprie risorse energetiche dall’Europa Occidentale e rafforzare i propri confini in chiave anti turca – la Turchia ha interessi transcaucasici ed affinità linguistica con Uzbekistan, Kazakistan e Turkmenistan – ed anti iraniana.

Il fronte iraniano, inoltre, è la concausa dei conflitti ciscaucasici. Teheran è indiziata di essere fra i finanziatori dei movimenti jihadisti protagonisti del conflitto ceceno: l’Emirato Caucasico, dichiarato dal movimento islamista separatista nel 2007, includerebbe Cecenia, Daghestan, Inguscezia, Stavropol, Kabardin-Balkar, Krasnodar, Karachai-Circassian, Nord-Ossezia and Adighezia.

Per fortuna della Russia, anche Turchia e Iran hanno i loro problemi, soprattutto divisioni religiose ed etniche. Basti pensare ai Curdi presenti in Turchia o agli Azeri di Persia, che sono giusto il doppio di quelli che vivono in Azerbaigian. La politica Russa verso Occidente, che è lo speculare rovescio del tedesco Drag nach Osten, continua verso nord, fino al Baltico, in Lettonia e Lituania, dove le consistenti minoranze russofone ereditate dallo stalinismo cominciano ad alzare la voce.

Anche l’involuzione della Rivoluzione Arancione ucraina è legata agli interessi di Mosca che continua a destabilizzare il Paese attraverso la rivendicazione della proprietà della Crimea.
Il Cremlino, inoltre, non ha problemi a riconoscere l’indipendenza della Transnistria dalla Moldavia; anche lì, ci sono basi militari russe. Le basi, sparse da Kaliningrad alle isole Curili, riproducono esattamente i vecchi confini dell’URSS.

La “finestra sul Baltico” della Russia, inoltre, è destinata guadagnare sempre maggiore centralità geopolitica.
Per rispondere all’istallazione delle basi americane in Boemia e Polonia relative allo scudo spaziale, il Cremlino ha intenzione di istallare i propri missili proprio a Kaliningrad.

Ma le guerre europee non si limitano agli strascichi lasciati dalla dominazione sovietica. Se la divisione in due di Cipro e la questione nordirlandese viaggiano a rapidi passi verso una soluzione politica definitiva, nei Paesi Baschi la lotta armata separatista ha ripreso vigore in assenza di un processo di pace condiviso: mentre il Kosovo rimane un grande punto interrogativo piantato nel cuore dei Balcani, laddove si trascinano le infinite dispute tra Croazia e Serbia, giunte fino alla Corte Internazionale dell’Aja.

Fuochi sotto la cenere covano invece in Sardegna e Corsica dove violenze quasi quotidiane hanno il sapore di una guerriglia a bassissima intensità, non per questo meno pericolosa. Non è certo il caso di strapparsi le vesti per qualche bomba carta, almeno fin quando i radicati sentimenti identitari non si sentiranno minacciati dall’incapacità dei governi di rispondere ai bisogni dei territori.

Alessio Postiglione & Bruno Picozzi


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