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L’accordo su South Stream affossa la politica energetica europea

Pubblicato da brasseriefoucault su Agosto 7, 2009

Dopo l’accordo Turchia-Russia per il nuovo gasdotto South Stream di giovedì 6, il gasdotto Nabucco, appoggiato dell’Unione Europea, è sempre più in bilico.

Intanto, parte dell’opinione pubblica e della stampa italiana non hanno trovato di meglio da fare che disquisire sul ruolo importante, a detta di alcuni, o secondario, a detta di altri, del nostro premier Silvio Berlusconi, nel patto fra Putin ed Erdogan. Si dà, infatti, per scontato che l’accordo su South Stream sia una cosa buona; ma, nei fatti, non è così. Il progetto South Stream è stato, d’altronde, escogitato dai russi con un solo, semplice, obiettivo. Rafforzare il proprio monopolio energetico nei riguardi dell’Europa e bypassare la riottosa Ucraina che, come la recente guerra del gas dimostrava, ha rappresentato, fin’ora, per Mosca, una gatta da pelare.putin-erdogan1

L’Ucraina, infatti, è il Paese per il quale i vecchi gasdotti dovevano passare per alimentare il mercato europeo. Ora, con South Stream, il gas passerà altrove. La costruzione di una nuova pipeline con il conseguente rafforzarsi della posizione di Mosca, d’altronde, preoccupava l’Unione Europea. Bruxelles puntava a ridurre la dipendenza energetica di Eurolandia dalla Russia con due strategie. Sviluppo delle fonti di energia pulita (e graduale adozione di sistemi di trasporto pubblico elettrici o a biomasse) e costruzione di un’altra pipeline, Nabucco, che dalle regioni caspiche arrivasse in Europa, senza passare per Mosca.

Purtroppo Nabucco ha subito dei ritardi a causa, fra l’altro, della guerra russo-georgiana (ancora la longa manus di Mosca?) e, ora, South Stream potrebbe fare le scarpe a Nabucco definitivamente. Ma se la Russia gioisce (e Bruxelles piange) cosa hanno da guadagnare Italia e Turchia? Tralasciamo, per ora, il paradosso che il nostro Paese – a parole strafiloeuropeista – sulle questioni energetiche assuma una posizione filorussa. Potrebbe essere realpolitik. Se l’Italia ci guadagnasse. Ma così proprio non è.

Di sicuro ci guadagna Eni. La posizione italiana è un caso da manuale, da teoria dei giochi: dove i comportamenti razionali individuali di breve durata hanno esiti collettivi catastrofici, nella lunga durata. Eni, infatti, è diventata un partner strategico di Gazprom e della Russia, là dove lo Stato italiano dovrebbe perseguire una politica di emancipazione di Eurolandia dal giogo energetico russo.
Mosca, la terza Roma, invece, pratica il dividi et impera attraverso la sottoscrizione di accordi separati con alcuni Paesi, come l’Italia. Nel progetto South Stream, infatti, c’è Eni e l’Italia sa che “l’amico Putin” ci praticherà dei trattamenti di favore. Anche se l’interesse strategico unitario dell’Europa (e, quindi, anche dell’Italia) sarebbe, in realtà, in contrapposizione agli interessi energetici di Mosca.

Ma il nostro governo è scatenato: ha già, infatti, portato Gazprom pure in Libia (dove Eni ha dei pozzi importantissimi). Con la drammatica conseguenza che la Russia ha praticamente circondato l’Europa. Mentre alcuni nostri media, purtroppo, pontificano sui successi italiani. Ma sono i successi di Scaroni, in vero. L’amministratore delegato di Eni, d’altronde, ha rapporti di rilievo con l’establishment russo. Ma vale la pena ricordare che, da un lato, questo establishment è oggetto di inchieste giudiziarie per reati fiscali e non solo (vedi caso Yukos), dall’altro lo stesso Scaroni – dipinto dai media come un prode capitano d’industria: siede nel consiglio di amministrazione del Sole 24, infatti – è un vecchio boiardo di Stato, non certo dal curriculum immacolato.
Scaroni, vecchio socialista e cugino della Boniver, è stato condannato e ha patteggiato nell’ambito delle tangenti PSI- Techint nel 1996: e nel 2006 è stato nuovamente condannato per l’inquinamento de delta del Po nel caso di Porto Tolle. Il governo italiano, in definitiva, confonde gli interessi di Eni con quelli del Paese.
Ed Crooks, dalle pagine del Financial Times, ha d’altronde sostenuto che gli interessi di South Stream spingeranno i contraenti a consumare gas piuttosto che ad investire sulle rinnovabili (che era l’opzione che si accompagnava a Nabucco). Grazie all’amico Putin, saremo liberi di consumare ed inquinare. Fantastico.

Infine, la Turchia: cosa ci guadagna? Ankara non entra direttamente in South Stream ma ha spuntato il sì di Mosca al nuovo oleodotto Samsun-Ceyhan che collegherà il Mar Nero al Mar Mediterraneo. Ma, probabilmente, non è questa la mossa più interessante di Ankara. Erdogan, solo un mese fa, aveva firmato con Bruxelles per Nabucco, in quanto anche quest’altra pipeline passerebbe per la Turchia. L’accordo con Mosca, per Ankara, è un messaggio all’Europa. La Turchia, infatti, vuole entrare nella UE. Ma sa che, nonostante il favore dell’establishment di Bruxelles e dell’America (in chiave antirussa: Ankara è fra i Paesi che hanno dato vita alla Nato, d’altronde), molti governi (Francia ed Italia, ad esempio) sono contrari. Se l’Europa vuole emanciparsi dalla Russia, dovrà accogliere la Turchia nella UE. Ma soprattutto dovrà implementare una politica energetica che non consenta agli Stati nazionali di fare i “battitori liberi”.

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Gli strani affari di Eni con la Russia

Pubblicato da brasseriefoucault su Aprile 10, 2009

Eni vende azioni di Neft a Gazprom, potenziando il monopolista russo, mentre l’ex boiardo Khodorkovskij subisce persecuzioni politiche e marcisce in Siberia

L’Eni fa ancora affari in Russia. Il gruppo diretto da Paolo Scaroni rivende le azioni di Gazprom Neft a Gazprom per 4,2 miliardi di dollari, secondo quanto previsto da un discusso accordo che risale a due anni fa. La faccenda si iscrive, infatti, nel controverso caso Yukos: allora, una delle principali compagnie petrolifere al mondo, di proprietà dell’oligarca Mikhail Khodorkovskij, un ex boiardo di Stato che, come altri in Russia, era riuscito a mettere le mani su importanti asset ex pubblici. All’inizio del 2000, Khodorkovskij era l’uomo più ricco di Russia. Divenne presto inviso a Putin, anche per il suo progetto di scendere in politica.

mikhail Khodorkovski

Nel 2003, Khodorkovskij viene arrestato con le accuse di frode, evasione fiscale e riciclaggio di danaro sporco. Secondo diversi osservatori internazionali, Khodorkovskij è oggetto di un vero e proprio processo politico: viene sbattuto in Siberia in una zona avvelenata da scorie radioattive. In carcere subisce varie intimidazioni, si prende una coltellata e finisce in isolamento.
La Yukos, intanto, viene smantellata e gravata dalle (presunte) tasse arretrate, per 27,5 miliardi di dollari.

Ma, nella Yukos, c’erano anche capitali americani. La Russia si ritrova invischiata in un contenzioso internazionale. Un ramo d’azienda, la Yugansk, viene svenduta in un’asta pilotata alla Rosneft, diretta del vicepremier Igor Sechin.
Il Cremlino decide di organizzare un’altra asta per i rimanenti asset, in una farsa che Robert Amsterdam, legale di Khodorkovskij, definisce “illegale” e “primo caso di riciclaggio di asset internazionale”. Gazprom, infatti, se partecipasse direttamente all’incanto, sarebbe travolta da querele; prelevando, in seguito, i rami ex Yukos, la passerebbe, invece, liscia come “acquirente in buona fede”.

All’asta, partecipano Eni ed Enel. Nonostante le perplessità di Prodi e Bersani, allora al governo; prevale la linea Scaroni. Il manager vanta, infatti, consolidate amicizie in Russia con altri protagonista della faccenda, come con Gregorji Beryokzin di Esn.

Intanto, il tribunale di Houston sentenzia che Yukos non ha negli Stati Uniti una presenza sufficiente per usufruire della giurisdizione Usa. Putin può procedere alla fusione fra Gazprom con Rosneft. I tribunali di Mosca, nel frattempo, prolungano la detenzione di Khodorkovskij: infine, oggi, Eni e Enel vendono gli asset ex Yukos a Gazprom.

L’annuncio viene dato in occasione del Forum bilaterale russo italiano. Ma l’accordo si era già perfezionato un mese fa, fra Berlusconi e Putin.
Resta da chiedersi perché l’Italia si presti a rafforzare il monopolista Gazprom, non solo in patria, ma anche all’estero; come gli accordi fra Eni e il gigante russo in Libia e su South Stream – la pipeline competitor del progetto UE Nabucco – dimostrano. L’Italia, forse, spera in un atteggiamento di favore da parte russa. Mentre il Cremlino pratica brillantemente verso la Ue il “dividi et impera”. E’ paradossale che il nostro governo parli di “interessi comuni europei”, mentre aziende di Stato (il 30% di Eni è pubblico, infatti) perseguano altri scopi. All’ombra dei processi politici che funestano la Russia.

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Nabucco, non canta piu?

Pubblicato da brasseriefoucault su Ottobre 24, 2008

Nabucco potrebbe essere l’unico gasdotto per l’Ue ad utilizzare gas non russo. Ma il progetto si arena. Tutto dipende dalla crisi del Caucaso e dalle scelte politiche degli swingin’ states. Sullo sfondo, gli interessi di Russia e Usa. La Bulgaria sembra puntare su South Stream.

Prendere una stecca all’opera può risultare fatale. I Paesi europei che si erano dimostrati inizialmente interessati a partecipare alla gasdotto Nabucco, incominciano, ora, a manifestare molte perplessità: perché i gas dell’Azerbaigian, dopo il conflitto russo georgiano, hanno iniziato ad essere dirottati attraverso Russia ed Iran.

Foto di Svetla Marinova, EurasiaNet

La bulgara Bulgargas, proprietaria la 16,7 per cento di Nabucco, sta negoziando con Gazprom per partecipare al progetto russo-italiano South Stream, il grande hub alternativo e rivale alla pipeline “verdiana”.

Il ministro degli Esteri di Sofia, Milen Keremidchiev, ha dichiarato a Rfe che il futuro di Nabucco è “lontano”, mentre South Stream è l’opzione più realistica.

La Bulgaria, come la maggior parte dei Paesi europei, desidera emanciparsi dal giogo energetico russo. Ma presta molta attenzione a non indispettire Mosca, dalla quale dipende per le forniture energetiche.

La cosa più interessante è che le assicurazioni di Putin e Medvedev sulla Georgia sono state smentite dai fatti.
All’indomani del conflitto per Abcazia ed Ossezia, il Cremlino subito precisava che le aree dove passava il gasdotto Transcaucasico – destinato ad alimentare Nabucco – non erano state coinvolte dalle operazioni militari, né alcun tipo di danno era stato causato alle condotte. Una sorta di excusatio non petita:

Mosca era consapevole che la Ue, fra le cause del conflitto, riteneva ci fosse il desiderio di bloccare i tentativi occidentali di costruire un’alternativa energetica alle forniture russe.

Il Cremlino, invece, sin da subito, puntava il dito contro la condotta scellerata della Georgia, per la quale le truppe russe erano state “costrette ad intervenire”. Ma, alla fine, la realtà dei fatti è un’altra. A prescindere dall’ipotesi che la Russia sia intervenuta in Georgia con l’idea di bloccare o meno Nabucco, la pipeline europea smette di “cantare”.

La situazione di grande instabilità territoriale del Caucaso – presente dai tempi del crollo dell’URSS, ma acuitasi in seguito alla guerra russo-georgiana – frena i progetti europei.

Visto che è lecito supporre una relazione fra conflitti, gas-oliodotti e geopolitica, vale la pena disegnare la mappa delle pipeline nella regione.

Foto di proprietà dell’Economist

La rete nasce a Baku, in Azerbaigian. Da lì parte la South Caucasus pipeline che bypassa l’Armenia – altro Paese ritenuto instabile dal punto di vista politico ed in conflitto con l’Azerbaigian per il Nagorno-Karabach – ed attraversa la Georgia, passando a sud di Tblisi.

Non siamo né in Ossezia, né in Abcazia: ciò non ostante anche la Georgia non sembra più un posto così sicuro per far passare un gasdotto strategico. Il South Caucasus, lasciatosi alle spalle la Georgia entra in Turchia: da qui potrebbe raggiungere l’Europa via mare, attraverso il porto di Cehyan, o immettendosi, all’altezza di Erzurum, finalmente, dentro Nabucco.

Il progetto prevede che Nabucco attraversi il Bosforo e, passando per Bulgaria, Romania, Ungheria, arrivi a Baumgarten an der March, in Austria.

Se Nabucco frena, l’unica alternativa sarà South Stream; si tratta di un ambizioso progetto russo-italiano, compartecipato da Eni e Gazprom; in questo caso le fonti energetiche russe passano per i fondali del Mar Nero e, giunti in Bulgaria, si immettono in due bretelle.

La rotta nord passa per Serbia, Ungheria e Slovenia; quella Sud giunge in Puglia, passando per Macedonia ed Albania.

Vale la pena notare che solo la coppia Nabucco-Trans Caucasian pipeline permetterebbe all’Ue di approvvigionarsi di risorse non russe. Attraverso la bretella del mar Caspio, infatti, Baku è direttamente collegata con gas e petrolio provenienti dal Medioriente.

Il destino energetico dell’Ue, quindi, passa dal Caucaso; ma non solo. Gli swingin’ states (ovvero i Paesi che oscillano ancora fra Occidente e Russia) sono fondamentali: si tratta di Ucraina, Moldavia, Bulgaria, Paesi Baltici e tutto il mosaico balcanico, diviso fra Serbia, fedele a Mosca, e Kosovo o Slovenia filoamericane.
Ma c’è di più. Nabucco, attraverso la Trans-Caspian pipeline, pomperà anche il petrolio dall’Iran. E questo agli USA non piace.

Alessio Postiglione – pubblicato su Notizie Verdi

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Turchia-Armenia: coglieranno i frutti della pace?

Pubblicato da brasseriefoucault su Settembre 24, 2008

Il conflitto russo georgiano spinge i due alleati storici a fare pace. C’è il problema del genocidio armeno da risolvere. Ma, soprattutto, garantire energia all’Europa

I frutti della pace sono i più lenti a maturare. E il rapporto Turchia Armenia non fa eccezione.

La visita del presidente turco Abdullah Gul in Armenia, in occasione delle qualificazione mondiali di calcio, è “una piccola coincidenza che può portare a grandi risultati”, come ha sottolineato lo stesso Gul.

L’invito era partito dal presidente armeno Serzh Sarkisian ma, all’inizio, la presidenza di Ankara non sembrava orientata ad accettare. Nel frattempo, altri eventi hanno concorso per un riavvicinamento delle relazioni diplomatiche fra i due Paesi.

Il conflitto russo-georgiano innanzitutto. Nuove strategie si delineano per frenare le tendenze centrifughe alimentate dal conflitto. Il Patto di Stabilità per il Caucaso lanciato da Ankara, ad esempio, rappresenta un’occasione favorevole per permettere alla Turchia di stabilizzare l’area ed affermare un ruolo diplomatico di rilievo che controbilanci l’egemonia russa.

L’apertura armena verso la Turchia, inoltre, può consentire ad Erevan di ridurre la propria dipendenza da Iran e Russia per sicurezza ed energia.

Da questo punto di vista, la proposta di Sarkistan fatta a Gul di assistere insieme all’incontro di qualificazione si inserisce in una strategia di distensione dei rapporti diplomatici promossa da quasi tutti i governi armeni a partire dal 1991, anno d’indipendenza del Paese. Uno Stato piccolo e i cui confini si caratterizzano per una cronica vulnerabilità ha tutto da guadagnare nell’avere cordiali rapporti di vicinato con una potenza di media grandezza come la Turchia. Eppure gli armeni, nel mentre porgevano la mano ad Ankara erano inflessibili su altri temi: in primis, il riconoscimento turco del Grande Male, ovvero il genocidio e la deportazione che gli armeni subirono nel biennio 1915/16 per mano del governo dei Giovani Turchi. A ruota segue la spinosa questione del Nagorno-Karabakh, l’enclave armena storicamente controllata dall’Azerbaigian filoturco.

Per la Turchia parlare di Grande Male è colpire un nervo scoperto. La magistratura turca punisce con l’arresto e la reclusione fino a tre anni chi si fa portavoce della causa armena e, d’altronde, lo stesso Premio Nobel turco per la letteratura Orhan Pamuk è caduto in questa trappola.

Lentamente, anche l’intransigenza di Ankara è andato mitigandosi, complice anche la pressione dell’Ue che riteneva inconciliabile con l’ acquis communautaire la condotta turca.

Anche l’Armenia, d’altronde, ha interrotto in passato bruscamente il dialogo. Fu l’ex presidente armeno Robert Kocharian, ad esempio, a rifiutare una commissione congiunta internazionale con la Turchia per cercare di stabilire una visione comune sul Grande Male.

Allo stato attuale le rivendicazioni di Erevan sul riconoscimento del genocidio restano immutate; un po’ come Israele con la Germania dopo l’Olocausto, il governo armeno vuole riprendere relazioni amichevoli, ma solo dopo una ammissione storica di colpa da parte di Ankara. Ma, a differenza del caso Israele – Germania, Erevan non cerca compensazioni economiche; né si fanno largo rivendicazioni territoriali circa il territorio dell’Armenia storica sotto la sovranità turca. A questo punto il prezzo da pagare, per Gul, sarebbe solo simbolico. Anzi, dal punto di vista economico, la Turchia ora ha una sola preoccupazione. Stabilizzare la Transcaucasia e proteggere Nabucco, la grande pipeline che da Baku, pompa petrolio e gas passando per il Bosforo.

(pubblicato su Notizie Verdi)

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La questione del Nagorno-Karabach

Pubblicato da brasseriefoucault su Aprile 3, 2008

Cosa si prova ad essere sbalzati in una terra di nessuno, fra guerriglieri, narcotrafficanti, profumi d’Oriente, ascoltando Miles Davis? E’ la discesa agli inferi che tocca al protagonista di “A trip to Karabach”, film del regista georgiano Levan Tutberidze che l’anno scorso ha partecipato al TIFF, il festival di Tromsoe in Norvegia, fra lo stupore degli spettatori che nella stragrande maggioranza dei casi ignorano che cosa e dove sia il Nagorno-Karabach. Per ora vi possiamo dire che il futuro energetico dell’Europa è legato alle sue sorti. Il Nagorno è una exclave armena circondata dall’Azerbaigian, che si è autoproclamato uno Stato di fatto, non riconosciuto dalla Comunità internazionale. Le origini del conflitto sono antiche ed è sicuro che fra armeni ed azeri non scorra buon sangue. I primi sono una delle più importanti civilizzazioni della cultura occidentale: nel 301 a.C. l’Armenia fu il primo paese ad adottare il Cristianesimo come religione di Stato, 36 anni prima di Costantino e San Gregorio Armeno, infatti, fa bella mostra di sé all’esterno di San Pietro. La Chiesa Apostolica Armena fu fondata direttamente dagli apostoli di Gesù Giuda e Bartolomeo, apparteneva alla dottrina monofisita ed officiava in greco, che era considerata, da Costantino in poi, la vera lingua del Cristianesimo, giacchè il latino era identificato con il paganesimo. Dall’altra parte ci sono gli azeri, sciiti come i Persiani; ma con questi ultimi sono aperte dispute territoriali nel Mar Caspio; l’Azerbaigian fa parte del Consiglio d’Europa ed ha un rapporto privilegiato con gli USA che risale a Kissinger. Esiste anche una Camera di Commercio USA-. Azerbaigian presieduta nientepopodimenochè da Tim Cejka, anche presidente della Exxon/Esso.

Queste regioni, come tutto il Caucaso, vennero invase ed annesse all’Unione Sovietica. Secondo vari esperti, la fascia caucasica era parte della Rimland, la regione attraverso la quale la Russia avrebbe potuto controllare l’Heartland eurasiatica e, quindi, il mondo; questo è il motivo per cui Mosca invase l’Afganistan e, ancora oggi, Kabul riveste un ruolo fondamentale nello scacchiere mediorientale. Per fortuna dell’Occidente, le cose sono andate diversamente. Sicuramente, per la Transcaucasia passano gli oleodotti principali dell’Eurasia che possono emancipare l’UE dall’approvvigionamento energetico russo o, viceversa blindare la supremazia di Mosca. Con la caduta del Muro, le regioni caucasiche sono entrate in una situazione di instabilità permanente. Basti pensare che, agli inizi degli anni 90, si è scatenata una guerra che ha costituito il brodo di coltura del terrorismo, con la partecipazione di mercenari ucraini, ceceni e mujahideen afgani, e ha visto forti interessi di Russia, Iran e USA contrapporsi; alla fine è stato dichiarato un cessate il fuoco ma lo status del Nagorno è ancora congelato. La confusa situazione territoriale ha, poi, originato un effetto domino, a base di emergenze umanitarie e pulizie etniche, che ha coinvolto altre ex Repubbliche sovietiche come Nord e Sud Ossezia, Abcazia e Adighezia, il Krasnodar e lo Stavropol.

Per semplificare, potremmo dire che gli USA “fanno il tifo per Baku” e Mosca per Erevan, ma la situazione è molto più complessa: basti pensare ai pessimi rapporti fra azeri, la Turchia e i paesi turcofoni ad Oriente; o all’asse Teheran – Mosca che si gioverebbe di oleodotti che passano per un Nagorno pacificato e filorusso.

Ma lo status dell’exclave armena è anche un problema per l’UE; lo stato di guerra del Karaback è il motivo principale per cui l’oleodotto Baku-Tbilisi-Ceyhan è stato costruito, in modo più scomodo e caro, proprio per bypassare l’Armenia. Si tratta della vena nera che porta il petrolio da Baku, fino alla Turchia. I legami fra Occidente ed Azerbaigian sono molto forti: nel 1994, la SOCAR – State Oil Company of Azerbaijan – ha siglato un megacontratto trentennale con la norvegese Statoil, British Petroleum e l’americana Exxon. Ugualmente strategico per gli interessi europei è il South Caucasus Pipeline Baku-Tblisi-Erzurum, gasdotto che ha debuttato nel 2006 e che vede la partecipazione anche dell’Italia con Agip; l’UE conta molta su questo gasdotto per ridurre la fornitura russa di gas. Da Erzurum in Turchia, infatti, dovrebbero partire sia Nabucco, che porterà il gas verso Vienna, sia Poseidon, che giungerà fino ad Otranto; la costruzione di Poseidon è attualmente affidata alla Grecia e alla nuova Edison che è la società nata dalle ceneri di Montedison, che fornisce quasi il 40% dell’energia prodotta all’Enel, e che vede la partecipazione de la creme del capitalismo italiano, con quote Fiat, Capitalia ed Intesa-San Paolo.

Mentre la mediazione di OSCE (NdA: l’organizzazione per la sicurezza e la cooperazione in Europa), dell’UE e del così detto Gruppo di Minsk non ha portato giovamento alcuno alla questione, la situazione potrebbe cambiare grazie alla crescente forza economica di Baku che sta destinando una parte considerevole del suo budget alle forniture militari in chiave anti-armena.

L’8 febbraio, il presidente Ilham Aliyev ha detto che l’Azerbaigian è pronto a qualsiasi cosa per risolvere la questione del Nagorno. Benita Ferrero-Waldner, il Commissario UE per le Relazioni internazionali, ha stigmatizzato la sortita azera. L’UE è convinta che, stante i buoni rapporti fra Occidente e Baku, l’Azerbaigian non assumerà una posizione violenta che potrebbe pregiudicare dei possibili pre accession talk con Bruxelles. C’è, però, il timore che l’accettazione occidentale dell’indipendenza del Kosovo possa infiammare la Transcaucasia e far degenerare la situazione. L’Azerbaigian è un affidabile partner impegnato nelle missioni NATO in Afganistan, in Iraq e nella lotta al terrorismo, ma sul Kosovo la sua posizione è uguale a quella russa. Quest’anno si terranno le elezioni sia in Armenia che in Azerbaigian: e c’è da scommetterci che la questione del Nagorno infiammerà gli elettori.

Alessio Postiglione
(pubblicato su Notizie Verdi il 14 02 08)

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