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McCain Obama. Quali presidenze?

Pubblicato da brasseriefoucault su Settembre 24, 2008

Sarah Palin ha la battuta pronta. Fantastica quella vibrata all’ultima convention repubblicana contro i Democratici: “C’è chi strumentalizza il cambiamento per promuovere la propria carriera, chi usa la propria carriera per promuovere il cambiamento”. Nel primo caso, il riferimento è Obama, nel secondo, è McCain. Ma, al di là dell’accezione di cambiamento che si sottende nell’uno e nell’altro caso, il cambiamento ci sarà. E consisterà, molto probabilmente, in uno spostamento a sinistra della politica. Ma le traiettorie di Obama o McCain, a seconda di chi sarà presidente, saranno molto diverse.

Obama starà molto più a destra di quanto molti oggi credano; nonostante il suo passato di attivista per i diritti civili e community manager nelle lotte alla povertà, Washington non è Chicago. E fare il presidente dell’impero americano non è come fare il senatore democratico dell’Illinois.

In modo specularmene opposto si comporterebbe McCain, qualora dovesse vincere la Casa Bianca. Il senatore dell’Arizona è un veterano ed un militare. Ma è soprattutto un Repubblicano liberal. Nonostante la Palin, con le sue credenziali di ultraconservatrice, limitate, però, soprattutto alla sfera civile o privata – fino ad ora la governatrice dell’Alaska non ha fatto un solo discorso di politica internazionale od economia – McCain starà più a sinistra di quanto non ti aspetteresti da un esponente del GOP.

Gli indizi, per Obama e McCain, di questa trasformazione che li attende qualora dovessero trasferirsi sulle rive del Potomac, non mancano.

A chi gli chiedeva del problema dei ragazzi di colore nei ghetti, Obama ha risposto molto bruscamente. Basta con i gangsta rapper, l’hip hop e le partite di basket. Il candidato Democratico non è sembrato per nulla indulgente. Anzi, ha aspramente criticato un certo lassismo ed una certa tolleranza liberal. Per farcela, quei ragazzi, devono dismettere la sottocultura del ghetto e percorrere quella strada che Obama e sua moglie, ad esempio, hanno già percorso. Al di là dei torti e delle ragioni, Obama ha dato una risposta wasp.
Così, sulla politica estera, il senatore dell’Illinois ha fugato l’immagine di colomba. Ha preso le distanze dal militarismo imperiale dei neocon, ma ha fatto capire che può gestire una crisi con l’Iran. Proprio come Kennedy seppe fare con la crisi missilistica a Cuba.

Dall’altra parte, ecco McCain. Mai una parola su Bush. L’endorsement del presidente in carica è arrivato alla convention repubblicana per telefono. Anche per McCain, quindi, il “cambiamento” è diventato il mantra.

Il candidato Repubblicano ha fatto capire che le lobby dei falchi verranno marginalizzate. Una eventuale amministrazione McCain sarà certamente alla sinistra di quelle di Bush. E non è un caso che i neocon non siano di buonissimo umore, in questo momento.
Solo due fattori potrebbero venir loro in aiuto. La Russia e l’Iran.

(Pubblicato su Notizie Verdi)

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La sfiducia dei cittadini USA nelle politiche di sicurezza di Bush

Pubblicato da brasseriefoucault su Aprile 15, 2008

La stragrande maggioranza degli osservatori concordano su un punto. L’obiettivo della Sicurezza Nazionale, sulla quale Bush jr ha costruito la sua fortuna politica, è stato ampiamente mancato dall’attuale governo americano. Possiamo affermare senza paura di essere smentiti che tutte le politiche militari statunitensi dell’attuale amministrazione siano state un fallimento. D’altronde Jeremy Rifkin ha recentemente fatto i conti sulla guerra in Iraq, svelando le colossali cifre buttate dal governo. Ma per quanto costosa ed immorale, la guerra avrebbe potuto avere un senso, almeno per i cittadini americani, se avesse garantito un rafforzamento della Sicurezza Nazionale. La Patria è ben difesa, in qualsiasi modo la si difenda, chiosava Machiavelli. Ma, anche qua, i machiavellici neocon mentori delle politiche di Bush, hanno toppato. I realisti sostenitori della teoria per la quale le democrazia si potrebbe esportare manu militari non sono mai domi, però. Il loro pallino ha un nome e cognome: David Petraeus. Bush, dopo aver registrato incredibili insuccessi nel tentativo di stabilizzare il Medioriente con le strategie fin a quel momento implementate, il gennaio dell’anno scorso decide di cambiare tutto. S’erano da poco concluse le elezioni di midterm che la leader democratica Nancy Pelosi aveva definito un “referendum sull’Iraq”: una sonora sconfitta per i Repubblicani. Era chiaro che il Paese voleva ritirarsi dall’Iraq. George W. Bush pensò bene che il fallimento della strategia militare americana non era legata al fatto che c’erano troppi americani nell’area, ma troppo pochi. Ed ecco che dava il ben servito al generale George Casey ed incardinava David Petraeus. Effettivamente, si trattava di un’altra musica. Mentre Casey e i suoi uomini erano completamente all’oscuro dei problemi ambientali – in pratica si trattava di militari tout court che ignoravano tutto della scena irachena e sparavano qualsiasi cosa si muovesse come in un film di Tarantino – Petraeus è un plurilaureato alfabettizato anche su problematiche di tipo sociale ed antropologico. Ciò non di meno, in soldoni, quella che è stata definita variamente “dottrina Petraeus” o “surge” era un aumento quantitativo, anche se qualitativo, delle truppe. Mentre i Repubblicani gongolavano incensando la sensibilità da orientalista del nuovo generale, infuriavano le polemiche.
La Casa Bianca e il generale stesso producevano report che evidenziavano una riduzione nelle perdite umane ed un aumento della sicurezza, mentre stampa, indipendenti e Democratici dicevano che si trattava di fandonie, dati manipolati, cherry picking. Con il surge, Bush sperava di raccogliere qualche risultato, anche solo un nuovo sostegno da parte dell’opinione pubblica americana alle strategie militari in atto. La verità viene fuori ora con l’uscita dell’ultimo report Confidence in U.S. Foreign Policy Index (CFPI) elaborato da Public Agenda e dalla Ford Foundation. Il lavoro copre ogni aspetto della politica estera statunitense ed ha messo a punto degli indici in grado di restituirci gli “indicatori d’ansia” degli elettori in modo da tracciare le opinioni dei cittadini riguardo i temi chiave, a partire dal senso di sicurezza e dalla valutazione dell’azione governativa. Per Bush è una bocciatura. Gli americani avvertono un crescente senso di insicurezza nazionale e nutrono una crescente sfiducia verso tutti i tipi di azioni militari in Iraq, siano esse soft, come nel caso del surge, o hard, come quelle neocon precedenti.
“Il Congresso e l’Amministrazione sembrano essere isolati dal pubblico”, nota Daniel Yankelovich di Public Agenda (Fonte: Public Agenda). Il CFPI dimostra che un possibile effetto Petraeus su un cambio di valutazione da parte dell’opinione pubblica riguardo la presenza americana in Iraq è minimo, se non nullo. Ma i bocconi amari per Bush non finiscono qua. Il senso di insicurezza cresce anche per la sfiducia degli elettori verso altre policies, tradizionalmente considerate “repubblicane”, clamorosamente toppate dal Presidente: come quelle concernenti un maggiore rigore sull’immigrazione clandestina, la riduzione della dipendenza energetica e financo il “military edge”, che significa investimenti e ricerca nel settore militare.
Le poll dicono che due terzi degli americani si vogliono ritirare dall’Iraq, di cui il 48 per cento entro un anno e il 19 per cento subito. Il 60 per cento non crede che la sicurezza nazionale dipenda da come vadano le cose in Iraq ed il 52 per cento è convinto assolutamente che il governo abbia mentito su tutta la linea.
La dottrina Petraeus è servita.

Alessio Postiglione
(Pubblicato su Notizie Verdi)

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Il Congresso fa breccia nello Scudo di Bush

Pubblicato da brasseriefoucault su Marzo 7, 2008

Il piano del Presidente Bush di realizzare lo Scudo Spaziale, o meglio quella parte dello SDI, Strategic Defensive Initiative, previsto in Europa, è stato bloccato al Congresso.

Le camere hanno tagliato 139 milioni di dollari dai 310 che servirebbero per realizzare lo scudo. Ciò significa che le postazioni radar in Repubblica Ceca si faranno; ma il sistema di intercettamento missilistico che si sarebbe dovuto realizzare in Polonia, ovvero la parte più controversa e per la quale si è accesa la polemica con Putin, non si realizzerà. Almeno per ora. Il presidente della Commissione Parlamentare che ha bloccato i fondi, John Murtha, ha detto che Bush deve convincere il Congresso che questo fantasmagorico sistema antimissile sia utile. L’arma del veto sui budget è il mezzo che le Camere hanno negli USA per influenzare la politica di Bush. Questo stop al Congresso pesa molto su un progetto politico discutibile e che ha sollevato molte tensioni internazionali. I parlamentari, infatti, piuttosto che sostenere un programma di difesa i cui benefici sarebbero nella lunga durata, sembrano più propensi a finanziare progetti a breve termine. Necessari, non solo nell’ottica della costruzione del consenso o per scopi elettorali, ma soprattutto per porre rimedio ad una serie di emergenze sociali che conseguono all’essere un paese in guerra. Il Congresso è infatti attualmente orientato nel migliorare l’assistenza sanitaria per i reduci ed ad aumentare gli stipendi dei soldati. Lo scandalo dei marines ammalati di cancro per l’uranio impoverito o abbandonati al loro ritorno in patria, commesso in occasione delle ultime guerre in cui sono stati impegnati gli USA, è assolutamente un errore da evitare.

Allo stato attuale, con la bocciatura dello scudo in Polonia, il governo procede in modo casuale con singoli accordi bilaterali. Per ora Bush ha ottenuto dal Regno Unito l’autorizzazione a potenziare la base di Menwith Hill nello Yorkshire e il via libera su un progetto che prevede la costruzione di una nuova stazione radar nelle vicinanze della stessa base. Le due strutture sarebbero parte dello Scudo Spaziale; certo, senza la Polonia, il progetto resta monco e per ora rappresenta solo un aggravio di costi. Fra l’altro, la boutade di Putin, tanto contrario al progetto americano al punto di dichiarare che avrebbe puntato i suoi missili contro l’Europa, continua a pesare. Non è semplice, quindi, prevedere un futuro roseo per il programma di Bush. Il Presidente, in base al sistema politico americano, potrebbe superare il veto parlamentare, ma è improbabile che lo faccia: la fronda congressuale è, infatti, bipartisan. I Rappresentanti sono più consapevoli dei rischi che l’unilateralismo di Bush comporterebbero per la nazione e, ora che i falchi neocon volano basso dopo tutte le batoste prese sull’Iraq, considerata unanimamente un’avventura fallimentare, sembra giunta l’ora di rimettere in discussione anche lo scudo. Almeno questo progetto, senza il consenso di Mosca. Il tentativo di convincere Putin che lo scudo è progettato unicamente contro il pericolo nucleare iraniano e non anche contro la Russia, sono caduti nel vuoto.

Stretto fra la bocciatura al Congresso e l’ostilità del Cremlino, la non-strategia di implementare in modo casuale uno scudo che scudo non è, potrebbe essere un altro cattivo esempio, da parte di Bush, di come scialacquare i soldi dei contribuenti. E si sa che gli americani sono sempre molto sensibili su come si spendono i loro soldi.

Alessio Postiglione

(pubblicato su Notizie Verdi il 29 07 07)

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Il Potere in America

Pubblicato da brasseriefoucault su Marzo 7, 2008

Da quando Robert Michels parlò di legge ferrea dell’oligarchia si è finalmente svelata la realtà delle moderne democrazie: a parole, governo del popolo, nei fatti governo di un’elite. L’indice di democraticità di un paese è dato, allora, non dall’assenza di oligarchie e gruppi d’interesse ma dal carattere inclusivo e dalla libera concorrenza fra gruppi che riescono ad accedere di volta in volta al potere.

La poliarchia, la libera competizione fra lobby aperte, è sempre stata l’essenza stessa della democrazia USA. Purtroppo questa nobile tradizione politica è stata interrotta con le ultime presidenze di Bush jr che hanno visto la totale egemonia dei neoconservatori.

I neocon, al di là della loro ideologia militarista, hanno due colpe principali: avere bloccato il carattere fluido del sistema USA con pratiche nepotistiche degne della peggiore italietta ed avere screditato quanto di buono aveva fatto la destra radicale o public choice che, a prescindere dalle proprie idee politiche, ha rappresentato l’anima della rivoluzione liberale degli anni 80; una rivoluzione con la quale anche la sinistra ha dovuto fare i conti.

Il programma di mandato della presidenza Bush, che è il programma neocon, elaborato dai think tank conservatori già ai tempi di Clinton, è il Project for the New American Century (PNAC), ampiamente diffuso dalla maggiore stampa americana e limpidamente consultabile sul web; ma forse non sempre letto con attenzione. Per capire le strategie dell’America di Bush basta andare alle fonti: www.newamericancentury.org.

Gli Stati Uniti sono un paese democratico ma non egualitarista. Le informazioni circolano in modo trasparente, apparentemente accessibile a tutti; in realtà la comunicazione politica avviene a due livelli.

Di massa ed esoterico. La comunicazione della Right Nation ha sfruttato quest’ultimo canale circolando nei salotti delle elites che contano. I neocon hanno esplicitato, quindi, la loro ideologia militarista con chiarezza; ma è la comunicazione di massa che spesso non ha colto lo spirito del disegno neoconservatore, concentrandosi su aspetti secondari, come la guerra preventiva, l’esportazione (forzata) della democrazia, la lotta al terrore.

Il cuore della politica del PNAC è che gli USA sono un impero; l’unica superpotenza dopo il collasso dell’URSS. E’ compito degli USA, allora, intervenire in ogni angolo del pianeta per contrastare tutte le minacce potenziali ed instaurare quella che, eufemisticamente, chiamano Pax Americana. Un sistema globale che sia favorevole agli interessi economici e strategici degli USA.

La pietra angolare di questa visione è stata l’Iraq. Già all’epoca di Bush padre, Bagdad era semplicemente un problema non risolto. La battaglia definitiva si doveva combattere in Asia, dove sono concentrate le risorse energetiche. Questo è quello che contava.

Il rapporto PNAC del 2000 chiaramente diceva che “mentre il conflitto irrisolto in Iraq fornisce un’immediata giustificazione (per la presenza militare USA) la necessità di una presenza sostanziale delle forze americane nel Golfo trascende la questione del regime di Saddam Hussein”.

Il lindore col quale questa realpolitik militarista ed aggressiva viene decantata è disarmante. Ed è ancora più spiazzante, leggendo i nomi che riporto in calce, capire che i neocon non influenzano il governo, sono il governo. Tutti i nomi fatti si riferiscono a persone che, quando non organiche al PNAC, hanno comunque sottoscritto o firmato documenti pubblici di indirizzo di governo promossi dal think tank. Altre figure meno importanti del PNAC sono omesse solo per agilità di consultazione.


Abbiamo cercato di ricostruire anche i rapporti fra gli attori di questo network. I rapporti colla grande industria del petrolio sono organici. Dalla lettura traspare, inoltre, che la lobby è blindata anche col ricorso a politiche parentali.

Questo è il potere USA, oggi. Un potere che ha perseguito obiettivi fallimentari a livello nazionale ed internazionale. Un sistema nepotistico che è un brusco risveglio dal sogno dell’età dell’innocenza per la Democrazia Americana.

  • Bill Kristol: Fondatore del PNAC e del Weekly Standard di R. Murdoch; ha ricoperto cariche istituzionali sotto Reagan e Bush Sr.; è, inoltre, figlio di Irving, influente neocon
  • John Podhoretz: Giornalista di Fox News e Weekly Standard; ha lavorato con Reagan e Bush Sr.; è, inoltre, figlio di Norman, influente neocon e membro diplomazia USA
  • Donald Rumsfeld: Segetario della Difesa fino al 2006, quando si è dovuto dimettere per il fallimento della politica americana in Iraq
  • Paul Wolfowitz: Vice segretario della Difesa, planner delle politiche americane in Iraq e presidente della World Bank, prima di essersi dimesso per l’accusa di aver favorito l’amante
  • Dick Cheney: Fondatore del PNAC, vice-presidente USA e memembro del CdA della Halliburton, multinazionale texana del petrolio, con sede a Dubai ed interessi in Iraq; la Halliburton ha rilevato la Dresser, diretta dal nonno di Bush e dove ha lavorato anche il padre dell’attuale presidente USA
  • Frederick Kagan: Firmatario PNAC, membro dell’America Enterprise Institute (dove lavora la moglie di Cheney), architetto della politica USA in Iraq. E’ fratello di Robert e figlio di Donald
  • Robert Kagan: Professore, fondatore del PNAC, scrive per il Weekly Standard; è sposato con Victoria, ambasciatrice USA presso la NATO e consigliera di D. Cheney.

Alessio Postiglione

(pubblicato su Notizie Verdi del 15 07 07)

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