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Siemens, accordo nucleare con la Russia

Pubblicato da brasseriefoucault su Febbraio 18, 2009

Dopo lo scandalo tangenti, Siemens ritorna in Russia per fare affari: dà una mano a Gazprom nel settore del gas naturale liquefatto e pianifica nuove centrali nucleari con Rosatom

Il gigante tedesco dell’elettronica Siemens ha siglato un nuovo grande piano industriale in Russia. L’azienda costruirà una fabbrica di trasformatori nella regione di Voronezh ed inaugurerà una partnership con il leader russo del settore energetico Gazprom, nel ramo delle LNG, il gas naturale liquefatto.

(Photo by Johannes Simon/Getty Images)

Il piano di investimento è stato reso pubblico, martedì scorso, dal presidente Siemens Peter Löscher, in visita a Mosca. La nuova fabbrica, prevista per il 2011, costerà 35 milioni di euro.

Il Moscow Times riporta la dichiarazione del portavoce del premier Putin, Dmitry Peskov, secondo il quale Löscher, martedì, ha incontrato al Cremlino lo stesso Capo di governo per discutere un nuovo piano di cooperazione sull’energia nucleare. All’incontro, ha partecipato anche Sergei Kiriyenko, capo della Rosatom, l’azienda di Stato russa specializzata sul nucleare.

Secondo il Frankfurter Allgemeine Zeitung, Siemens è interessata ad una joint venture con Atomenergoprom, controllata di Rosatom: la partnership prevedrebbe la costruzione di centrali nucleari.

Allo stato attuale non sono trapelate altre decisioni. Löscher, dal portale istituzionale Siemens, fa sapere che l’azienda ha avviato un piano di ricerca congiunto con Gazprom sull’LNG .
L’azienda tedesca gestirà alcune turbine di Mosenergo e OGK-2 (legate al gruppo Gazprom) e, in cambio, girerà macchinari a raggi X all’azienda medica Petromed.

Anche se mancano ulteriori dettagli, è possibile chiarire gli aspetti politici della faccenda. Siemens, indirettamente, sta aiutando la Russia ad aumentare la sua influenza nel settore energetico; ogni nuova centrale nucleare significa, infatti, immettere nel mercato estero, per Mosca, più gas naturale da vendere.
Inoltre, Gazprom era abbastanza debole nel settore dell’LNG: potenziarsi in questo ramo, significa raggiungere un vantaggio competitivo notevole; soprattutto per il fatto di dipendere di meno dai gasdotti, spesso causa di instabilità geopolitica per i Paesi che ne sono attraversati.

Il procedimento LNG, infatti, permette di trasportare il gas in modo più economico, là dove non ci sono pipeline. Il gas, allo stato liquido, occupa circa 1/600 rispetto allo stato gassoso.
Siemens, d’altro canto, spera di recitare un ruolo importante nel mercato nazionale russo dell’energia, gestito in modo oligopolistico da pochi attori.
E’, inoltre, singolare che sia proprio Löscher a giocare questa partita in Russia. Peter Löscher, infatti, era stato parzialmente toccato dal grande scandalo dei slush fund utilizzati dalla Siemens per corrompere ufficiali pubblici, in vari Paesi mondo, al fine di vincere le gare.

La Russia è stata il secondo mercato della tangentopoli Siemens, dopo la Nigeria. Questo scandalo ha gettato, inoltre, un discredito generalizzato su tutto il sistema tedesco – da sempre campione di rigore morale – e tutta la dirigenza ne è uscita malconcia. Löscher, ora, si ributta in una nuova campagna di Russia: gioverà alla disastrata immagine della Siemens?

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Accordo sul nucleare USA-Emirati

Pubblicato da brasseriefoucault su Febbraio 4, 2009

L’Iran è pronto ad andare avanti nell’arricchimento dell’uranio, nonostante le sanzioni ONU. Parte una escalation per il “nucleare civile”in Medioriente. Primo grattacapo per Obama

Gli Stati Uniti hanno recentemente siglato un accordo con gli Emirati Arabi Uniti per lo sviluppo congiunto del nucleare civile.
Il patto è stato firmato il 15 gennaio scorso fra Condoleezza Rice e la controparte Abdullah bin Zayed al-Nayhan. Un accordo fortemente voluto da George W. Bush.  Il “canto del cigno” o “il colpo di coda” dell’amministrazione uscente?
Allo stato attuale, dal mio punto di vista, ci sono molte perplessità. Come giudicare una presidenza che – a fine mandato – sarebbe dovuta restare in carica per l’ordinaria amministrazione e, invece, si è lanciata in un’operazione di tale portata internazionale, in un ambito dibattuto e controverso come il nucleare?
Il tutto dopo che Obama, nel suo programma di governo, aveva fissato come priorità il tema delle energie verdi.

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Inoltre, tale accordo può significativamente innescare una vera e propria escalation del nucleare civile nel Medioriente: dove molti Paesi già sono alle prese con i problemi creati dal programma nucleare iraniano; sul quale aleggiano dubbi e perplessità politiche, tecniche e di merito.
Molte segreterie mediorientali, inoltre, hanno da tempo assunto una posizione attendista, congelando i propri propositi di programmi nucleari a patto che anche le altre potenze seguissero scrupolosamente una condotta di non proliferazione.

Se Iran ed Emirati avranno il loro nucleare, non si vede perché non dovrebbero avercelo le altre nazioni della regione.
La stessa mossa di Bush, d’altronde, suona beffarda e provocatoria: mirata, soprattutto, a colpire lo stesso Obama.
La convenzione, infatti, è una patata bollente che dovrebbe essere approvata dalla prossima amministrazione. Nel tentativo di dare una certa continuità alla politica internazionale, di solito, i parlamenti subentranti ratificano gli accordi internazionali presi dalle amministrazioni precedenti.
Ma è ovvio che nel nuovo Congresso siederanno personalità assolutamente contrarie a questa scelta bushana.
Alcuni deputati Democratici già hanno chiesto ad Obama di schierarsi apertamente contro l’accordo; sembra che il nuovo presidente, per quanto contrarissimo, sia più sensibile al bon ton istituzionale, infatti. Per come si sono messe le cose, comunque andrà, per Obama, sarà un grattacapo.
Attualmente, la maggiore preoccupazione – che non riguarda solo la politica americana – è sul piano internazionale: l’Iran.
Nonostante i tre interventi di sanzioni promossi dalla Nazioni Unite, Tehran continua nel suo progetto di arricchimento dell’uranio. “Per scopi pacifici” – sostiene il governo Ahmadinejad – e senza violare il “trattato di non proliferazione”. Cosa ancora più paradossale è che gli Emirati sono il primo partner commerciale dell’Iran: e ci sono buone probabilità che il supporto logistico e tecnico fornito dagli Usa ad Abu Dhabi, da lì possa arrivare direttamente a Teheran.
Gli Emirati sono stati a lungo considerati, d’altronde – proprio dagli States – una terra d’elezione per il riciclaggio di danaro sporco e per il contrabbando di risorse e strumenti legati al nucleare.

Oggi le cose sono cambiate: Abu Dhabi è la capitale degli investimenti immobiliari e – sostengono i congressmen repubblicani – sono state implementate serie e severe misure fiscali e di sicurezza.
Secondo alcuni Repubblicani, l’accordo Zayed al-Nayhan-Rice dimostra che gli USA sono pronti ad aiutare col nucleare tutti i Paesi che si guadagnano la fiducia americana.
Mentre l’Iran crede solo si tratti di un’altra dimostrazione del doppio standard che utilizza l’Occidente.

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Medioriente e nucleare

Pubblicato da brasseriefoucault su Aprile 2, 2008

Samuel Huntington è un vecchio conservatore pessimista e scettico. Ha fatto parte della Commissione Trilaterale e nel 1993 anni fa diede alle stampe quello “Scontro di civiltà” che oggi sembra essere uno dei paradigmi più accreditati nella comprensione Occidente-Oriente: libro che, come diceva Churchill a proposito del Capitale di Marx, tutti citano ma nessuno legge. Ad Huntington non sono mai piaciuti i terzomondisti e i sostenitori dell’economia della dipendenza; ovvero, non ha mai creduto che tutti i problemi dei Paesi sorti dalla decolonizzazione fossero imputabili ai perfidi Occidentali. Uno dei suoi cavalli di battaglia era l’analisi del budget militare e nucleare. Se questi Paesi non hanno uno stato sociale degno di questo nome e soffrono per un’estesa povertà, come è mai possibile che spendano la maggior parte del proprio PIL in armamenti? Tralasciando le spiegazioni, che pure ci sono, Huntington lamentava, ad esempio, l’inutilità di spese relative alla bomba nucleare per il Pakistan. Se al tempo della corsa agli armamenti c’era una diffusa percezione nelle opinioni pubbliche mondiali che il nucleare fosse cattivo e pericoloso, oggi esistono diversi gruppi di pressione che riabilitano l’atomo: basti pensare al nostrano Casini. Non stupisca allora se è venuto meno un freno inibitorio nei confronti del nucleare e si assista drammaticamente ad una corsa al reattore proprio da parte di quei Paesi che avrebbero ben altri problemi a cui pensare. Sia detto senza offesa ma, in un momento in cui l’atomo sembra essere assurto al ruolo di status symbol della potenza dello Stato, si diffonde, parafrasando Lenin, un vero e proprio nuclearismo degli straccioni.

Il Medioriente è oramai una polveriera. Gli ultimi venuti sono, ora, gli Emirati Arabi: 100 milioni di dollari sono stati stanziati per un’agenzia nucleare a Dubai, con l’aiuto tecnologico della Francia. Un progetto colossale, fanno sapere, che servirà solo per scopi pacifici come la desalinizzazione dell’acqua. Come se gli Emirati Arabi Uniti fossero un Paese con cronica deficienza energetica(!): per chi non lo sapesse, si tratta dell’ottavo produttore al mondo di petrolio e del terzo esportatore globale. Con l’eccezione dell’Iran, nell’area, tutti i governi strombazzano la natura civile dei loro progetti, mentre l’Agenzia Atomica Mondiale si limita a registrare queste dichiarazioni. Peccato che di tanto in tanto spuntino fuori notizie – non tutte verificate – che turbano questo clima idilliaco: proprio gli Emirati avrebbero intrattenuto rapporti con scienziati cinesi e pachistani al fine di importare le tecnologie militari e starebbero costruendo una centrale, non civile questa volta, ad El Solayil. Le notizie che trapelano suggerirebbero la costituzione di equivoche alleanze: come quella fra Siria e Corea del Nord per dotare Damasco di armi atomiche. Mentre la Francia, ubiqua, presta ingegneri specializzati ai novelli Stranamore. Allo stato attuale quasi tutti i Paesi dell’area hanno avviato o dichiarato di voler attuare un programma “pacifico”. Arabia Saudita, Giordania, Yemen, Qatar. Poi ci sono le nazioni che hanno avviato un progetto congiunto nell’ambito del Consiglio di Cooperazione del Golfo: Bahrein, Oman, Kuwait. Infine, il Mediterraneo: Libia, Marocco, l’Egitto, che iniziò gli esperimenti già negli anni 50, l’Algeria che negli anni 80 si era già dotata di reattori costruiti illegalmente con l’aiuto di Argentina e Cina, e, come se tutto ciò non bastasse, la Turchia, che costruirà una centrale a Sinop.

Nell’area, ovviamente, c’è Israele che per motivi di difesa e deterrenza è da tempo dotato di un vero e proprio arsenale nucleare tecnologicamente innovativo. Questa escalation, comunque, camuffata dietro la foglia di fico degli “usi pacifici”, è stata innescata dall’Iran. C’è poi il problema degli Stati dotati di infrastrutture e materie prime nucleari, nonostante dal punto di vista giuridico abbiano aderito alla non proliferazione. Kazakhstan, Krygyzstan, Tajikistan, Turkmenistan, and Uzbekistan hanno sottoscritto due anni fa il Central Asian Nuclear Weapon Free Zone (CANWFZ); eppure in questi Paesi c’è ancora materiale nucleare che risale all’Unione Sovietica, come nel famoso caso del plutonio della centrale di Semipalatinsk in Kazakhstan. In Uzbekistan, fra l’altro, è presente una fortissima organizzazione terrorista islamista, il Movimento Islamico del Turkestan. Come il nome lascia intendere, il loro obiettivo non è solo rovesciare il presidente uzbeco Islam Karimov ma creare un grande califfato comprendente tutti i Paesi turcofoni dell’area e giungere ad includere anche lo Xinjiang, regione della Cina a maggioranza mussulmana. La presenza di gruppi organizzati legati ad Al Qaeda rende il quadro geopolitico ancora più rischioso. Uranio impoverito e plutonio potrebbero essere trafugati ed utilizzati per costruire ordigni artigianali dalla grande forza distruttiva.

Alessio Postiglione
(pubblicato su Notizie Verdi del 01 04 08)

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Il mito del nucleare verde

Pubblicato da brasseriefoucault su Marzo 7, 2008

Si è assistito negli ultimi anni ad un rinascimento nucleare: molti governi occidentali, fino a quel momento ostili o comunque scettici a riguardo, hanno ammesso la possibilità di rimettere in discussione le scelte fino a quel momento compiute. Niente di male: ciò che è compreso ha bisogno di essere discusso, diceva Bertrand Russell. Ma, forse, la nuova fiducia con la quale si guarda al nucleare andrebbe anch’essa seriamente discussa e demitificata.

Le opzioni a favore dell’atomo sono attualmente rappresentate, da un lato, dalla necessità dei paesi di garantirsi scorte di energia adeguate, anche a fronte delle svariate crisi energetiche che si stanno abbattendo a causa dell’instabilità politica e geopolitica di molti paesi produttori di gas e petrolio, ad esempio, dall’altro, dagli effetti virtuosi che il nucleare avrebbe sulla riduzione di CO2. Insomma, dovrebbero essere addirittura gli ambientalisti a richiedere il nucleare. Ambientalisti, non pacifisti, probabilmente.

C’è, infine, l’aspettativa (o forse la speranza) di produrre energia pulita, economica e sicura.

La realtà è diversa, purtroppo.

La Oxford Research Group ha appena pubblicato un report illuminante a riguardo (www.oxfordresearchgroup.org.uk/publications/briefing_papers/pdf/toohottohandle.pdf) che, conti alla mano, offre notevoli spunti di riflessione.

Le centrali nucleari – sostiene la ricerca – possono contribuire alla riduzione del riscaldamento globale, ma affinché si inneschi questo effetto virtuoso, parallelamente alla produzione di energia pro capite necessaria stimata nello scenario futuro, dovremmo dotarci di circa 3000 reattori nei prossimi sessanta anni. Una cifra molto diversa da quella programmata attualmente ed effettivamente realizzabile stante i costi e i tempi di realizzazione di reattori civili.

Non è certo, quindi, che le centrali nucleari offrano un contributo significativo nella riduzione del riscaldamento del pianeta. Quel che è certo, invece, è che i nuovi reattori civili costituiranno un rischio, sicuramente maggiore dei benefici derivanti dalla loro capacità di produrre energia a buon prezzo. I benefici ipotizzabili non sono tali da ammortizzare il rischio reale: la proliferazione nucleare e il terrorismo atomico.

Le centrali del futuro utilizzeranno in misura molto minore l’uranio; adopereranno, invece, soprattutto plutonio. Un tipo di plutonio adatto alla fabbricazione di armi nucleari, facilmente realizzabili, tra l’altro. L’Agenzia ONU per l’energia nucleare – The International Atomic Energy Agency (IAEA) – è molto preoccupata del fatto l’utilizzo civile del nucleare si possa trasformare nella testa di ponte per le armi di distruzione di massa atomiche, vanificando tutti gli accordi di non-proliferazione fin qui sottoscritti.

Per scongiurare questo rischio i vertici dell’agenzia hanno studiato la possibilità di istituire una “banca di riserve nucleari” (di uranio e plutonio), gestita direttamente dall’ONU, alla quale potrebbero accedere i paesi che necessitano di riserve energetiche per alimentare i reattori civili. Ma quali garanzie ci sono che queste riserve vengano utilizzate correttamente una volta consegnate allo stato titolare del reattore? La Nord-Corea o l’Iran già si sono dimostrati abili bluffatori; per di più, molte giovani democrazie in buona fede semplicemente non hanno un reale controllo del loro territorio.

All’epoca della guerra fredda l’equilibrio fra le superpotenze si reggeva sull’equilibrio del terrore: il MAD (Mutual Assured Destruction), che già nel nome richiamava la follia di quella strategia. Il MAD si basava sull’assunto della razionalità degli attori strategici che mai avrebbero scelto di distruggere l’avversario per essere poi essi stessi annientati. La tragica esperienza dei kamikaze islamisti, oggi, ci dice l’esatto opposto: il mio odio per te è più forte dell’amore per la mia stessa vita.

Il gioco nucleare, allora, vale la candela?

Alessio Postiglione

 

(pubblicato su Notizie Verdi del 02 07 07)

 

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