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Nominato Koh, prosegue la strategia multipolare americana

Pubblicato da brasseriefoucault su Giugno 5, 2009

Il preside della facoltà di legge di Yale alla posizione di consulente legale del Dipartimento di Stato, mentre i neocon insorgono

Obama ha inaugurato una nuova politica estera americana più internazionalista e multilaterale, che si sostanzia, anche, in un differente approccio verso gli strumenti di diritto internazionale. Una strategia realista – nonostante le critiche dei conservatori che lo accusano di seguir più gli ideali che gli interessi – che elabora il lutto della fine dell’egemonia americana ed accetta l’idea di un mondo multipolare.

Da questa impostazione discende la nomina di Harold Hongju Koh, preside della facoltà di legge di Yale, alla posizione di consulente legale del Dipartimento di Stato. Per i conservatori si tratta della fatidica goccia che ha fatto traboccare il vaso: Koh sarebbe il campione del “transnazionalismo”, quell’approccio che postula la superiorità del diritto internazionale sull’ordinamento nazionale. Il New York Post l’ha bollato come “l’asso della disobbedienza”.

HaroldKohLe preoccupazioni conservatrici hanno delle ragioni: c’è un’ostilità globale verso gli USA, in gran parte legata all’approccio unilateralista e guerrafondaio di George W. Bush. Molti organismi internazionali si ispirano ad un terzomondismo anticapitalista per il quale gli USA sono “il grande Satana”. Ma l’approccio riformista di Obama si svolge dentro le istituzioni non fuori o contro di esse. Il presidente ha, fin’ora, invertito la rotta: ma con senso della misura.

Gli USA hanno boicottato la conferenza Onu di Ginevra, la cosiddetta “Durban 2” dedicata al tema dei diritti umani, perché già sapevano ci sarebbe stato il consueto teatrino antisemita di Ahdaminejad; ma hanno, al contrario, deciso di aderire al contestatissimo Consiglio dei Diritti Umani delle Nazioni unite: erede dall’altrettanto contestata Commissione, famosa per produrre più risoluzioni contro lo Stato d’Israele che contro tutti gli altri Paesi messi insieme. Le critiche politiche degli americani, quindi, per Obama, non possono tradursi in un rifiuto delle istituzioni. L’idea di fondo del presidente si sostanzia nell’accettare la legittimità di una struttura terza, pur contestando la realtà di ciò che un’organizzazione effettivamente è. Lo stesso Consiglio dei Diritti Umani, d’altronde, soffre di quegli stessi problemi che azzopparono la Commissione. Vedi la maggioranza ai Paesi della Conferenza internazionale islamica.

Ciò non di meno, Obama dimostra un’altra sensibilità diplomatica, rispetto a Bush. Il presidente ha, ad esempio, aperto a Chavez e, al termine della conferenza di Trinidad e Tobago del Sudamerica, la fine dell’embargo a Cuba – richiesto dai Paesi membri dell’Alternativa Bolivariana per le Americhe (ALBA), che non hanno votato la dichiarazione finale del vertice – sembra una possibilità più che concreta. Obama, in realtà, non si è trasformato in un radical chic socialisteggiante: ha concesso l’impunità ai torturatori di Guantanamo, non avvia un processo di critica della politica statunitense in Sudamerica che includa l’appoggio CIA alle dittature, o ancora quello attuale concesso ad Alvaro Uribe, in Colombia. Ciò non di meno, Obama compie una scelta realistica. L’inversione di rotta che egli sta tentando di imprimere è una conseguenza dei fallimenti delle politiche neoconservatrici. Il modello economico neoliberale, infatti, ha prodotto una crisi che ha affossato gli Stati Uniti.

La condotta americana tesa a forzare il diritto internazionale è ugualmente fallita. La mostruosità giuridica rappresentata dalle “guerre preventive” ha dimostrato quanto possa essere destabilizzante per il pianeta; mentre il riconoscimento del Kosovo ha portato ad un drammatico effetto domino in Abcazia ed Ossezia; che può estendersi, potenzialmente, a tutto il Caucaso. Gli incidenti che hanno visto protagoniste le navi americane (si pensi al recente caso Impeccable) o le esercitazioni di Iran, Cina e Russia nel mare dei Caraibi sono la dimostrazione che la politica USA di tenersi in posizione defilata rispetto agli accordi internazionali e la non sottoscrizione della Convenzione sui diritti del mare sono un errore. Non è un caso che nell’agenda di Obama ci sia la ratifica di questa convenzione.

Allo stesso modo, gli USA – dopo non aver sottoscritto il protocollo di Kyoto – hanno compreso che il futuro delle energie è nelle rinnovabili. La nomina di Harold Hongju Koh si muove, quindi, in questa direzione. Koh non è un attivista: ha lavorato sia con Clinton che con Reagan. E’, invece, uno studioso che ritiene che il diritto internazionale sia una cornice indispensabile entro la quale perseguire legittimamente gli interessi nazionali. A differenza dei teorici hawkish neocon per i quali il diritto era un inutile fardello, e l’interesse nazionale (neoconservatore) un moloch di fronte al quale sacrificare il resto.

Ma, nonostante la reazione scomposta dell’opinione pubblica conservatrice che ha avuto l’ardire di sostenere che Koh avrebbe introdotto elementi di sharia nell’ordinamento interno (è il caso del National Review), il cambiamento obamiano, resosi indispensabile dopo l’era Bush, prosegue.

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Obama, via libera alla California verde

Pubblicato da brasseriefoucault su Febbraio 6, 2009

Il presidente sblocca la situazione di dipendenza politica cui era stata sottoposta l’Agenzia ambientale americana da Bush. Ritorna il Clean Air Act in California.

Il 26 gennaio, il presidente Obama ha firmato due importanti regolamenti concernenti il tema delle politiche ambientali.
Il primo rappresenta un protocollo programmatico che, con l’obiettivo di ridurre i gas serra, anticipa al 2011 le scadenze che Bush aveva fissato al 2020: una netta inversione di rotta rispetto al provvedimento dell’ex presidente che, in pratica, scaricava anche i “costi politici”, oltre che economici, ad una data tanto lontana da non dover fattivamente interessare la propria amministrazione.

copyright National Archive/Newsmakers/Getty

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La presidenza Obama, invece, si assume completamente la responsabilità della riconversione energetica, fissando obiettivi che devono essere raggiunti già in questo mandato.

L’altro provvedimento approvato dal presidente concerne il reintegro dei poteri speciali concessi alla California in tema di regolamentazione dei gas serra.
Grazie al pioneristico Clean Air Act del 1970, lo Stato della California poteva, infatti, approvare regolamenti anti-inquinamento sperimentali e anche più severi rispetto alle leggi federali, previa approvazione da parte dell’Epa, l’Agenzia di protezione ambientale americana.
Dall’anno scorso, l’Epa ha, in pratica, inibito questa potestà concessa alla California. La mossa dell’attuale presidente è, quindi, di grande portata. La ratio sottesa al Clean Air Act, infatti, era quella di sperimentare policy innovative nel “laboratorio” della California, Stato da sempre fautore di scelte politiche pionieristiche. Basti pensare che la prima adozione della benzina senza piombo fu decisa da Sacramento.

Il vecchio regolamento, inoltre, prevedeva che sulla scia di quanto approvato in California, altri Stati potessero adottare la regolamentazione californiana invece della federale: cosa che, fra l’altro, è strettamente legata al successo di ogni politica, quando viene implementata dal basso e non imposta da Washington.

La fine del laboratorio California fu firmata da Bush, incardinando all’Epa i suoi “falchi”. Nel 2002, Sacramento approvava una legge che imponeva alle aziende automobilistiche di ridurre l’emissione dei gas serra del 30%, entro il 2016: uno standard che era esattamente il doppio rispetto a quanto previsto dall’allora legge federale vigente.
Altri 13 Stati si dichiaravano pronti a seguire l’esempio californiano. A quel punto, Bush bloccava la legge attraverso l’Epa, nonostante la Corte Suprema avesse precedentemente chiarito come il Clean Air Act fosse costituzionale. Il provvedimento di Obama, quindi, non solo rappresenta un ritorno allo status quo ante, ma “libera” l’Autorità ambientale, la cui posizione di terzietà era stata fortemente incrinata dal selvaggio spoil system repubblicano.

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Accordo sul nucleare USA-Emirati

Pubblicato da brasseriefoucault su Febbraio 4, 2009

L’Iran è pronto ad andare avanti nell’arricchimento dell’uranio, nonostante le sanzioni ONU. Parte una escalation per il “nucleare civile”in Medioriente. Primo grattacapo per Obama

Gli Stati Uniti hanno recentemente siglato un accordo con gli Emirati Arabi Uniti per lo sviluppo congiunto del nucleare civile.
Il patto è stato firmato il 15 gennaio scorso fra Condoleezza Rice e la controparte Abdullah bin Zayed al-Nayhan. Un accordo fortemente voluto da George W. Bush.  Il “canto del cigno” o “il colpo di coda” dell’amministrazione uscente?
Allo stato attuale, dal mio punto di vista, ci sono molte perplessità. Come giudicare una presidenza che – a fine mandato – sarebbe dovuta restare in carica per l’ordinaria amministrazione e, invece, si è lanciata in un’operazione di tale portata internazionale, in un ambito dibattuto e controverso come il nucleare?
Il tutto dopo che Obama, nel suo programma di governo, aveva fissato come priorità il tema delle energie verdi.

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Inoltre, tale accordo può significativamente innescare una vera e propria escalation del nucleare civile nel Medioriente: dove molti Paesi già sono alle prese con i problemi creati dal programma nucleare iraniano; sul quale aleggiano dubbi e perplessità politiche, tecniche e di merito.
Molte segreterie mediorientali, inoltre, hanno da tempo assunto una posizione attendista, congelando i propri propositi di programmi nucleari a patto che anche le altre potenze seguissero scrupolosamente una condotta di non proliferazione.

Se Iran ed Emirati avranno il loro nucleare, non si vede perché non dovrebbero avercelo le altre nazioni della regione.
La stessa mossa di Bush, d’altronde, suona beffarda e provocatoria: mirata, soprattutto, a colpire lo stesso Obama.
La convenzione, infatti, è una patata bollente che dovrebbe essere approvata dalla prossima amministrazione. Nel tentativo di dare una certa continuità alla politica internazionale, di solito, i parlamenti subentranti ratificano gli accordi internazionali presi dalle amministrazioni precedenti.
Ma è ovvio che nel nuovo Congresso siederanno personalità assolutamente contrarie a questa scelta bushana.
Alcuni deputati Democratici già hanno chiesto ad Obama di schierarsi apertamente contro l’accordo; sembra che il nuovo presidente, per quanto contrarissimo, sia più sensibile al bon ton istituzionale, infatti. Per come si sono messe le cose, comunque andrà, per Obama, sarà un grattacapo.
Attualmente, la maggiore preoccupazione – che non riguarda solo la politica americana – è sul piano internazionale: l’Iran.
Nonostante i tre interventi di sanzioni promossi dalla Nazioni Unite, Tehran continua nel suo progetto di arricchimento dell’uranio. “Per scopi pacifici” – sostiene il governo Ahmadinejad – e senza violare il “trattato di non proliferazione”. Cosa ancora più paradossale è che gli Emirati sono il primo partner commerciale dell’Iran: e ci sono buone probabilità che il supporto logistico e tecnico fornito dagli Usa ad Abu Dhabi, da lì possa arrivare direttamente a Teheran.
Gli Emirati sono stati a lungo considerati, d’altronde – proprio dagli States – una terra d’elezione per il riciclaggio di danaro sporco e per il contrabbando di risorse e strumenti legati al nucleare.

Oggi le cose sono cambiate: Abu Dhabi è la capitale degli investimenti immobiliari e – sostengono i congressmen repubblicani – sono state implementate serie e severe misure fiscali e di sicurezza.
Secondo alcuni Repubblicani, l’accordo Zayed al-Nayhan-Rice dimostra che gli USA sono pronti ad aiutare col nucleare tutti i Paesi che si guadagnano la fiducia americana.
Mentre l’Iran crede solo si tratti di un’altra dimostrazione del doppio standard che utilizza l’Occidente.

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Obama spende, Berlusconi taglia

Pubblicato da brasseriefoucault su Febbraio 3, 2009

Mentre l’America di Obama vira verso un approccio neokeynesiano, il governo Berlusconi taglia e propone una fiscalità regressiva; i soldi ai gruppi industriali del Nord verranno presi dai fondi europei, destinati in gran parte a Sud e lavoratori.

Sud e povertà sono i grandi assenti nell’approccio politico macroeconomico di questo governo: come, purtroppo, di molti altri governi precedenti. Né misure straordinarie anticrisi o la social card – di carattere contingente – sembrano capaci di incidere su questo trend che è, invece, sistemico.tremonti

In Italia l’aumento della povertà sembra essere incontrovertibilmente legato all’adozione di politiche liberiste. L’irrigidimento del patto di stabilità adottato da Berlusconi, in questo momento, non sembra essere la buona cura per un malato, l’Italia, che è grave.
Il recente rapporto OCSE Growing Unequal? del 2008 è un’anamnesi precisa.

Tra i 30 paesi OCSE, oggi l’Italia ha il sesto più grande gap tra ricchi e poveri.
Redditi da lavoro, capitale e risparmi sono diventati il 33% più diseguali a partire dalla metà degli anni ottanta.
Il nostro Paese ha registrato il più elevato aumento nei paesi OCSE, dove l’aumento medio é stato del 12%.
La polarizzazione fra ricchi e poveri ha “sterminato” la classe media.

Il reddito medio del 10% degli Italiani più poveri è, infatti, di circa 5.000 dollari sotto la media OCSE mentre il reddito medio del 10% più ricco é di circa 55.000 dollari.
I ricchi sono diventati ricchissimi, i poveri poverissimi: in un contesto dove il 10% più ricco detiene circa il 42% del valore netto totale.
Dal sogno della borghesizzazione del proletariato immaginato dal riformismo degli anni Settanta, si è giunti alla proletarizzazione della classe media (ne parlava in quegli anni un marxista come Olin Wright, ma è meglio non infierire…).
La realtà che registra il citato rapporto OCSE dimostra che questi cambiamenti sono partiti negli anni 80, passando per le grandi dismissioni pubbliche dei primi anni Novanta: dei governi dei tecnici, Ciampi, Dini, Amato.

I governi dei sacrifici per ridurre il debito pubblico, fondamentale per l’allora costituenda moneta unica.
In quella fase, l’Europa si trovava in una grande crisi di competitività. Una serie di analisti – che allora rappresentavano il pensiero egemonico espresso da FMI, BCE, WTO – individuò presto le cause del problema: Stato e Lavoro.
Da un lato, per gli economisti public choice, bisognava tagliare sul welfare state keynesiano, costoso ed ipertrofico; dall’altro, erano i lavoratori che dovevano sostenere i costi di ristrutturazione dell’economia: non si poteva intaccare il Capitale che, invece, doveva trainare un nuovo sviluppo magari portando più in là i confini della tecnologia disponibile.
Il primo attacco ai lavoratori passò per l’abolizione della scala mobile. Ma questo nuovo liberismo, apostrofato dai critici “pensiero unico”, recava in sé fortissime energie vitali. Gli economisti public choice, infatti, non postulavano semplicemente che il mercato fosse più efficiente rispetto allo Stato ma – entrando nella riserva di caccia dei socialisti – che era anche più equo.

Erano le classi più svantaggiate, infatti, a pagare i disservizi della pubblica amministrazione, non i borghesi.
Il mercato, allocando in modo ottimale le risorse e riducendo gli sprechi, avrebbe prodotto tariffe anche più basse di quelle pubbliche, determinatesi in un regime di monopolio. Le public utilities erano inefficienti e costose perché – secondo i sostenitori delle privatizzazioni – i politici sono strutturalmente interessati alle poltrone o alla creazione del consenso. Via, dunque, alla concorrenza: e alla istituzione di mercati artificiali, in contesti dove Adam Smith non avrebbe mai potuto immaginare l’adozione di strumenti “a mano invisibile”.
Nasce il welfare market, si privatizzano ferrovie, linee telefoniche, autostrade – quello che per il liberalismo classico sono monopoli naturali – : in prospettiva, si devono privatizzare tutti i servizi pubblici, anche l’acqua.

Avevano ragione o torto questi liberisti? La crescita c’è anche stata. Ma, nella lunga distanza, bisogna concludere che questo approccio – per cui il mercato doveva sopperire ai fallimenti dello Stato – ha fallito esso stesso. Almeno su di un punto. L’equità.
La pretesa di questo “liberalismo di sinistra” – per citare due autorevoli esponenti di questa corrente, Alesina e Giavazzi – di essere non solo più efficiente ma più equo si è dimostrata errata. La forbice fra i redditi aumenta e i poveri stanno peggio. Anzi: il ceto medio scompare.
Di fronte a questa parziale ammissione dell’insuccesso del neoliberismo, e per uscire dalla crisi, Obama rilancia una grande programma di interventi keynesiano: con investimenti pubblici e nuovi posti di lavoro.
Il mantra della riduzione del debito pubblico – messo in discussione dalla stessa Ue che aveva contribuito a farne un vero e proprio simulacro – vacilla. Si torna a parlare di stabilizzazione del debito e “mano pubblica”. Di fronte a questo cambiamento, il nostro governo – dove il colbertista Tremonti si pregiava di essere un keynesiano ed ex socialista – che fa? Poco.
Si irrigidisce il patto di stabilità dei comuni, mentre il presidente Anci ammonisce che l’80% degli enti locali sforerà.
Ciliegina sulla torta: il piccolo programma d’interventi anticrisi viene e verrà finanziato dal Fas (Fondo aree sottoutilizzate) – destinato soprattutto al Meridione – e dai Fondi strutturali, che alimentano i Programmi Operativi Regionali. Due piccioni con una fava. Si levano soldi al disastrato Sud e si impedisce alle Regioni di sostenere quel poco di welfare che ci rimaneva.

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Obama stravince

Pubblicato da brasseriefoucault su Novembre 5, 2008

Grande vittoria di Obama. E il cambiamento ci sarà. Il programma del presidente è realmente innovativo, grazie al suo impegno per la lotta ai cambiamenti climatici, la riforma della sanità e la redistribuzione delle risorse. E’ la rivincita dei keynesiani. Ma, all’orizzonte, c’è un probabile conflitto con l’Iran.

Obama vince e stravince; ed è il nuovo presidente degli USA. Il senatore dell’Illinois stacca il rivale di più di 6 milioni di voti 59.863.644 a 53.739.469, secondo le proiezioni del «NY Times» – e lo batte 338 a 155 voti elettorali.
E’ una vittoria a valanga, travolgente, ottenuta in quegli Stati chiave che si erano recentemente espressi a favore del GOP, come la Florida – che aveva fatto la differenza per portare Bush alla Casa Bianca nel 2000 e nel 2004 – o che erano tradizionalmente vicini ai Repubblicani, come la Virginia, dove il partito dell’Asinello non vinceva addirittura dal 1964. Altri Stati chiave come Pennsylvania e Ohio vanno ad Obama.

La forza del neopresidente è stata quella di lottare in tutti gli Stati, voto per voto, come attesta la sua chiusura di campagna elettorale proprio a Des Moine, in Iowa.
E’ partito da lontano; ha attraversato le durissime primarie Democratiche da inseguitore, mentre Hillary Clinton – la candidata dell’establishment – lo guardava dallo specchietto retrovisore. Che cosa significherà, adesso, questa vittoria per gli Stati Uniti?
Il tono dei principali media americani è solenne. Il «NY Times» titola “Le barriere razziali cadono e gli elettori abbracciano la richiesta di cambiamento”. Il «Washington Post» e il «Wall Street Journal» parlano entrambi di “Elezioni storiche”.

Ad Obama, infatti, è riuscita una (parziale) vittoria al Sud, rovesciando l’idea del Democratico amato sulle due coste ed odiato nell’America profonda.
Le vittorie in Colorado e, soprattutto, in Florida e New Mexico dimostrano che ha abbattuto le barriere razziali perché è stato votato dal Sud e dai latinos, tradizionalmente Repubblicani. Solo Clinton, recentemente, fece di più, strappando all’Elefantino Kentucky, Georgia, Lousiana e Tennessee; ma Clinton era bianco e dell’Arkansas, giova ricordarlo.

Mentre Obama porta a casa questa storica vittoria, c’è già chi – realista o pessimista? – ritiene che l’America non cambierà.

E’ Obama solo una faccia nuova per un vecchio establishment? La forza del senatore dell’Illinois e del suo fundraising è la prova che le lobby ne hanno disinnescato la carica progressista?
Il programma di Obama ci dice di no. Il neopresidente non è un “socialista” – come l’ha bollato McCain a mo’ di insulto per far fuggire quel ceto medio terrorizzato dall’aumento delle tasse – ma molte sue proposte sono assolutamente progressiste.
I tre punti principali del programma di Obama sono la redistribuzione della ricchezza, la riforma del sistema sanitario e la lotta al cambiamento climatico.

In un Paese dove aumentare le tasse ai ricchi è percepito come una mortificazione della meritocrazia; riformare la sanità più costosa ed inefficiente dell’Occidente praticamente impossibile; parlare di Protocollo di Kyoto è paragonabile ad essere luddisti: in questo contesto, il programma del presidente è assolutamente innovativo. Ma c’è di più.

Dalla rivoluzione neoliberale di Reagan in poi, i Democratici – ma anche le sinistre europee socialdemocratiche – hanno sempre inseguito i Conservatori su temi come le liberalizzazioni e la obama_shep_print_final22deregulation.
Ma ora, dopo la crisi finanziaria, quando proprio i Repubblicani hanno deciso di imboccare una strada interventista, ecco che la tradizione keynesiana dell’Asinello sembra essere l’antidoto migliore e più credibile.

E’ infatti tutto il Partito democratico che vince in questa elezione, anche al Congresso. E’ la vittoria di un Obama neoprotezionista, allora? Fra i suoi piani, c’è l’idea di rivedere il NAFTA, è vero.
Ma l’attenzione del neopresidente prestata all’Europa nell’ambito del suo recente viaggio è un chiaro segnale di apertura al dialogo, in opposizione all’unilateralismo di Bush. In fine, la vittoria di Obama è la prova che l’American Dream può conquistare ancora. Una vittoria dell’emozione e della passione che non è retorica, in quanto a queste elezioni hanno partecipato cittadini che non si recavano più alle urne.
Un sogno, linfa vitale, per le democrazie occidentali che non se la stavano passando tanto bene; fra crisi di rappresentatività e partecipazione. Un cambiamento vero, in sintesi. Che farà bene agli States e anche all’Europa. Non solo alle elite liberal.

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McCain Obama. Quali presidenze?

Pubblicato da brasseriefoucault su Settembre 24, 2008

Sarah Palin ha la battuta pronta. Fantastica quella vibrata all’ultima convention repubblicana contro i Democratici: “C’è chi strumentalizza il cambiamento per promuovere la propria carriera, chi usa la propria carriera per promuovere il cambiamento”. Nel primo caso, il riferimento è Obama, nel secondo, è McCain. Ma, al di là dell’accezione di cambiamento che si sottende nell’uno e nell’altro caso, il cambiamento ci sarà. E consisterà, molto probabilmente, in uno spostamento a sinistra della politica. Ma le traiettorie di Obama o McCain, a seconda di chi sarà presidente, saranno molto diverse.

Obama starà molto più a destra di quanto molti oggi credano; nonostante il suo passato di attivista per i diritti civili e community manager nelle lotte alla povertà, Washington non è Chicago. E fare il presidente dell’impero americano non è come fare il senatore democratico dell’Illinois.

In modo specularmene opposto si comporterebbe McCain, qualora dovesse vincere la Casa Bianca. Il senatore dell’Arizona è un veterano ed un militare. Ma è soprattutto un Repubblicano liberal. Nonostante la Palin, con le sue credenziali di ultraconservatrice, limitate, però, soprattutto alla sfera civile o privata – fino ad ora la governatrice dell’Alaska non ha fatto un solo discorso di politica internazionale od economia – McCain starà più a sinistra di quanto non ti aspetteresti da un esponente del GOP.

Gli indizi, per Obama e McCain, di questa trasformazione che li attende qualora dovessero trasferirsi sulle rive del Potomac, non mancano.

A chi gli chiedeva del problema dei ragazzi di colore nei ghetti, Obama ha risposto molto bruscamente. Basta con i gangsta rapper, l’hip hop e le partite di basket. Il candidato Democratico non è sembrato per nulla indulgente. Anzi, ha aspramente criticato un certo lassismo ed una certa tolleranza liberal. Per farcela, quei ragazzi, devono dismettere la sottocultura del ghetto e percorrere quella strada che Obama e sua moglie, ad esempio, hanno già percorso. Al di là dei torti e delle ragioni, Obama ha dato una risposta wasp.
Così, sulla politica estera, il senatore dell’Illinois ha fugato l’immagine di colomba. Ha preso le distanze dal militarismo imperiale dei neocon, ma ha fatto capire che può gestire una crisi con l’Iran. Proprio come Kennedy seppe fare con la crisi missilistica a Cuba.

Dall’altra parte, ecco McCain. Mai una parola su Bush. L’endorsement del presidente in carica è arrivato alla convention repubblicana per telefono. Anche per McCain, quindi, il “cambiamento” è diventato il mantra.

Il candidato Repubblicano ha fatto capire che le lobby dei falchi verranno marginalizzate. Una eventuale amministrazione McCain sarà certamente alla sinistra di quelle di Bush. E non è un caso che i neocon non siano di buonissimo umore, in questo momento.
Solo due fattori potrebbero venir loro in aiuto. La Russia e l’Iran.

(Pubblicato su Notizie Verdi)

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Repubblicani, Obama e il voto latino

Pubblicato da brasseriefoucault su Agosto 26, 2008

La caccia al voto latino è cominciata. Non ci riferiamo alle preoccupazioni adolescenziali di Obama e McCain per le versioni di Cicerone, ma al “peso” complessivo della comunità Spanish-speaker che è sempre più determinante in alcuni stati chiave. Le statistiche parlano del 12% dei votanti del Colorado e del Nevada, del 14% in Florida e del 37% in New Mexico.

Ma chi sono i Latinos e qual è il loro comportamento elettorale?
Anche se alcuni giornali americani trattano i Latinos come un soggetto sociale chiaro e ben definito, le cose stanno diversamente. Il gruppo è accomunato dalla lingua spagnola, ma è composto da varie comunità. In gran parte si tratta di esuli cubani e di messicani, ma altre nazioni latinoamericane stanno aumentando la loro presenza.

L’orientamento politico di questi gruppi non è omogeneo. Tradizionalmente gli esuli cubani sono sempre stati repubblicani radicali: votavano a destra e spingevano per un attacco statunitense contro il regime di Castro.
Diverso è il caso dei messicani. La politica repubblicana di “tolleranza zero” verso gli immigrati clandestini, in gran parte provenienti dal vicino Messico, ha assunto, a volte, un atteggiamento antimessicano tale da portare molti votanti a sinistra.
In America si è sempre sostenuto che i Latinos erano conservatori e, anche se non lo fossero stati, mai avrebbero votato un nero. Ma con Obama queste certezze stanno venendo meno.

Solo nel 2004 George Bush vinse la presidenza grazie proprio a questi Stati. Il presidente in carica ha sempre ostentato una certa familiarità con la comunità latina parlando in spagnolo. La dinastia Bush ha seminato bene. Il fratello del presidente e governatore della Florida, Jeb Bush, sposò addirittura un’ispanica. Ma quei giorni sembrano lontani.
La comunità messicana non ha apprezzato la stretta del Gran Old Party sull’immigrazione clandestina e certe dichiarazioni dei falchi conservatori che hanno paragonato i messicani ai terroristi. Il fronte latino-repubblicano si è spaccato. Non è detto che Obama saprà mantenere le preferenze dei messicani delusi, ma ora le poll sembrano dargli ragione. Eppure, durante le primarie democratiche, gli ispanici si erano espressi chiaramente per la Clinton. E’ probabile che oggi l’America possa eleggere un presidente nero: ma può fare altrettanto la comunità ispanica? Quel che è certo è che per McCain i peggiori incubi stanno diventando realtà. Trattare gli ispanici come un feudo conservatore non è più possibile.
Gli errori dei repubblicani sono stati grossolani. All’inizio, infatti, Obama era apertamente inviso ai latinos. Troppi atteggiamenti liberal, percepiti come anti-patriottici, gli avevano completamente alienato le simpatie degli ispanici, molto sensibili all’iconografia nazionalista dell’American Dream. Gli analisti avevano addirittura inizialmente ipotizzato che McCain avrebbe potuto surclassare la performance elettorale di Bush.
In poche settimane la situazione è cambiata. Sicuramente la volatilità delle proiezioni degli orientamenti di voto rende sempre più difficile fare previsioni. Ma la sensazione è che i messicani preferiranno il gospel nero al country bianco.

(pubblicato su Notizie Verdi)

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