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La Cina e la “battaglia legale”, cosa c’è dietro il caso Impeccable

Pubblicato da brasseriefoucault su Aprile 22, 2009

Pechino vuole riscrivere il diritto del mare, mettere le mani su risorse e territori e rafforzare i propri confini

L’ultimo incidente, all’inizio del mese, fra alcune navi militari cinesi e l’incrociatore americano Impeccable, al largo dell’isola di Hainan, nel mar Cinese, è l’ultimo di una serie di conflitti che Pechino ha ingaggiato con la comunità internazionale sul diritto del mare e sulla titolarità di alcune isole del Pacifico.
Fonti americane parlano di intimidazione militare alla Impeccable. I cinesi avrebbero fisicamente bloccato la nave e le attività di posa di materiali tecnici sul fondale. Manovre americane senza permessi, ribatte Pechino: ed in una zona di giurisdizione esclusiva cinese.impeccable

Per Pechino, gli americani non avevano il diritto legale di stare lì. Ma cosa ci dice il diritto? Poco.
La Cina, infatti, è fra le potenze emergenti che vogliono riscrivere il diritto del mare. Per plasmarlo sui propri interessi. Partiamo da un dato geostrategico regionale. In quella parte del Pacifico, esistono molte isole il cui status territoriale è disputato. E’ il caso delle isole Diaoyu/Senkaku, rivendicate da Cina, Giappone e Taiwan; delle isole Curili, disputate fra Russia e Giappone; delle isole Paracel, contese fra Vietnam, Cina e Taiwan, ricchissime di petrolio e gas.

Le origini di questi contenziosi è legato al colonialismo. Francesi e inglesi, quando hanno abbandonato queste isole, le hanno alienate con accordi commerciali non rispettosi della storia o della composizione etnica dei territori. Alcune isole rivendicate dalla Cina, inoltre, sono state cedute al tempo dell’occupazione Giapponese o dal Kuomintang (il governo nazionalista precedente alla rivoluzione di Maozedong) e la legittimità di quelle scelte sono state sempre negate da Pechino. Piccolissime ma importantissime isole, quindi.

Oltre al gas, infatti, è attraverso la titolarità delle isole che si traccia la linea del “mare territoriale”, quella porzione di mare assimilabile alla terraferma per i poteri sovrani che lo Stato costiero può esercitare. Bisogna, quindi, capire come funziona il diritto del mare.

Il diritto internazionale, infatti, ha sempre postulato la libertà dei mari. All’epoca, gli europei, i più forti dal punto di vista tecnologico, erano gli unici che potevano godere di questa libertà.
Da quando le tecnologie hanno permesso lo sfruttamento delle risorse presenti sui fondali, il diritto si è spinto nella direzione della demanializzazione dei mari. Sono state soprattutto le ex colonie a spingere in questa direzione; giacché l’occidente faceva quello che voleva in tutte le acque.
Bisogna tenere presente, però, che gran parte del diritto del mare non è consuetudinario – cioè valevole per tutti – ma convenzionale, ovvero si applica solo a chi sottoscrive gli accordi. Scrivere un accordo bene, fra l’altro, è importante perché, laddove esista ciò che i tecnici chiamano opinio juris ac necessitatis, quella regola convenzionale si trasforma in diritto cogente e universale.

Oltre al mare territoriale, ci sono altri istituti giuridici. Come la piattaforma territoriale – il prolungamento della nazione sott’acqua – e la zee, zona economica esclusiva, estesa fino e 200 miglia marine dalla costa.
Il caso Impeccable è il seguente: la Cina sostiene di possedere, nella sua zee, il diritto di impedire il passaggio di navi militari straniere in missione.
Mentre l’opinione più diffusa è che le altre nazioni abbiano diritti di libertà di navigazione, di sorvolo, di posa di condotta di cavi sottomarini e financo di sfruttamento della pesca, qualora lo Stato titolare abbia già pescato quanto è nel suo fabbisogno (un dato che dovrebbe essere previsto dalle leggi nazionali, ma che tutti i Paesi si guardano bene dal fissare…).
L’incidente Impeccabile, dunque, sarebbe capitato proprio nella zee cinese.

Ma a chi giova una riforma della zee? Alla Cina, sicuramente.
Il governo cinese ha prodotto, infatti, un Libro bianco sulla Difesa dove punta molto su questa lawfare, o battaglia legale: parte integrante di un progetto di tutela degli interessi cinesi su scala globale.
Certamente, ci sono interessi economici dietro: ma non solo. Pechino, infatti, teme molto le Littoral Combat Ships ed il sistema americano di guerra anfibia: si tratta di una flotta che potrebbe sferrare un attacco micidiale sulla terraferma cinese, partendo proprio dalla zee di Pechino. Ecco perché è fondamentale che lì gli americani non possano vantare neanche servitù di passaggio, senza autorizzazione cinese.

Anche il problema degli isolotti contesi non è di poco conto: perché la zee si misura a partire dal mare territoriale che è delimitato dalle isole, non dalla costa. Non ostante gli attriti con Tokyo e Taipei, è, tuttavia, probabile che la Cina avvii un processo di distensione con gli altri attori asiatici. Per concentrare la propria strategia in chiave anti-americana. A giugno, ad esempio, i governi di Pechino e Tokyo hanno raggiunto un accordo storico per la delimitazione delle proprie piattaforme continentali e per lo sfruttamento congiunto delle riserve, a lungo contese, di Longjing.

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Le missioni dell’Italia. Quali sono e quanto ci costano.

Pubblicato da brasseriefoucault su Dicembre 17, 2008

La presenza dei militari italiani in zone di crisi è fonte di dibattito e di confronto tra le forze politiche del Paese, ma in fondo se ne sa veramente poco.

23 miliardi e 352 milioni di euro fino al 2007, più altri 150 milioni approvati l’undici novembre per finanziare le missioni militari italiane fino al 31 dicembre*. 28 operazioni attualmente in corso.

Foto di AFP PHOTO/Antonio DASIPARU

Foto di AFP PHOTO/Antonio DASIPARU

Fare la guerra costa. E, soprattutto, tagli, crisi o deficit non sembrano mai riguardare questo settore della Pa.

Le lobby militari, però, rispediscono le critiche al mittente.
L’impegno militare di un Paese lo qualificherebbe dal punto di vista diplomatico; i nostri militari, inoltre, non “farebbero la guerra” ma parteciperebbero ad operazioni di peace building, in conformità con il diritto internazionale.

Peccato che sulle “nostre guerre”, umanitarie o meno, cali un ferale silenzio mediatico.
Il problema, infatti, per i realisti, non è convincere della bontà di molte operazioni militari quella fetta di cittadini che per motivi etici rifiuta il conflitto.
Ma celare l’antieconomicità di un’attività che – spesso e volentieri – costa più di quello che produce.

Grafico di proprietà di BBC

Grafico di proprietà di BBC

Economisti del calibro di Joseph Stiglitz e William Nordhaus hanno sottoposto, ad esempio, la guerra in Iraq ad analisi costi benefici: i conti sono stati disastrosi. Stiglitz ha parlato, infatti, di  Three Trillion Dollar War.

Alcuni dei conflitti che hanno visto il nostro Paese protagonista, inoltre, non sono solo antieconomici ma anche illegittimi**.

L’articolo 2 della Carta delle Nazioni Unite stabilisce, infatti, il divieto all’uso della forza nella risoluzione delle controversie internazionali, tranne il caso di legittima difesa; e tale principio è stato dichiarato jus cogens dalla Corte Internazionale di Giustizia nel 1986.

Venendo ai casi più recenti, gli interventi in Kosovo, Afganistan ed Iraq sono avvenuti tutti in violazione di tale principio.

Nella fattispecie, nel caso afgano, gli americani invocavano il principio di “legittima difesa” a fronte dell’attacco dell’undici settembre. Tale principio era stato parzialmente accolto dalle risoluzioni 1368 e 1373 del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite: ma l’Onu né imputava l’attentato direttamente all’Afganistan né indicava la possibilità che la legittima difesa si spingesse al punto di rovesciare completamente il regime talebano.

La situazione non è molto diversa nel caso dell’Iraq: la risoluzione 1441 del Consiglio di sicurezza – che qualificava come “minaccia alla pace” l’inadempimento iracheno ai propri doveri in materia di disarmo – rimandava, infatti, ad una risoluzione successiva l’eventuale decisione di impiegare la forza: mentre gli Stati Uniti iniziavano la loro “guerra preventiva”. Seguiti dall’Italia.

*Dati elaborati da Luca Galassi, Peacereporter
**Secondo autorevoli pareri, quali quelli di Andrea Giardina e Claudio Di Turi pubblicati dall’Associazione Italiana dei Costituzionalisti

Le missioni militari italiane
(Leggi qui l’elenco completo)

Dall’Afganistan, all’Iraq, dal Marocco alla Palestina, dalla Georgia al Kosovo. Sedici nazioni per 28 missioni.
Circa ottomila militari dispiegati in contemporanea: il che significa che ce ne devono essere altrettanti mobilitati e pronti ad intervenire al prossimo scaglione od in caso di caduti.

I numeri pesano. E non sono quelli di un Paese non belligerante. Ma la cosa più impressionante è che questi dati sembrano confinati nell’universo dei tecnici.
E’ lecito per i governi impegnarsi in guerre, missioni, anche oltre la probabile legittimità – dibattuta- di alcuni conflitti che ci hanno visto protagonisti in questi anni recenti.
Il punto è che i cittadini devono essere informati chiaramente: obiettivi, finalità, costi.

I politici si prendano le proprie responsabilità: e gli elettori li giudicheranno nell’urna.
Ma perché il sistema funzioni, è necessario che i dati siano comunicati
.
E questo non sempre avviene.

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Polisario-Marocco. Stallo nel Sahara Occidentale

Pubblicato da brasseriefoucault su Luglio 4, 2008

Ancora un brutto stop per la negoziazione Onu fra Marocco e il Fronte Polisario per decidere il destino del Sahara Occidentale.

Il problema è sempre il referendum, sul quale il Polisario è inamovibile.

Ma c’è una novità: i rappresentanti del governo Sahrawi in esilio sono completamente in disaccordo anche con i supervisori Onu, questa volta; non più solo con il Marocco. Peter Van Walsum, l’inviato di Ban Ki-moon, infatti, ritiene l’opzione referendaria attualmente irrealistica; facendo un passo indietro rispetto al 1991 e al 1997, quando fra le possibilità vagliate dal MINURSO – la missione ONU di peacekeeping per il Sahara Occidentale – c’era una consultazione popolare che prevedeva anche l’indipendenza per la Repubblica democratica araba del Sahrawi, dichiarata unilateralmente dal Polisario nel 76 e mai riconosciuta dal Marocco.

Il sei settembre del 91, infatti, fu siglato un cessate il fuoco fra Rabat e il Fronte di Liberazione proprio sull’opzione referendaria, ponendo fine ad anni di lotte e di sangue.

Il Fronte aveva incominciato ad organizzarsi come movimento di liberazione nazionale del popolo Sahrawi sulla scia del processo di decolonizzazione avviato a Bandung nel 65. Fino alla caduta del franchismo nel 76, il principale antagonista dei ribelli era stata la Spagna. In quegli anni anche la corte dell’Aja riconobbe il diritto all’autodeterminazione del popolo Sahrawi.

Ma anche con la ritirata di Madrid, la situazione era lungi dal risolversi. Il deserto viene occupato da Marocco e Mauritania; quest’ultima esce di scena solo grazie ad un’insurrezione del proprio esercito, nel 79, nonostante gli aiuti della Francia volti a mantenere lo status quo territoriale.

Da quel momento il Marocco continua da solo l’occupazione del territorio Sahrawi, completamente travolto da una situazione di guerrilla permanente, con morti da ambo le parti.
Dal cessate il fuoco del 91, in più di un’occasione, le delegazioni marocchine e del Fronte Polisario si sono incontrate con il MINURSO, giungendo ad un nulla di fatto.
Dal 2007, infine, il Marocco ha abbandonato l’opzione referendaria a favore di un nuovo progetto di completa autonomia della regione del Sahrawi, sotto la sovranità di Rabat, riuscendo ad ottenere l’appoggio di Francia e Stati Uniti.

L’ultimo round delle negoziazioni di Manhasset (USA) di marzo, conclusesi pochi giorni fa, imprimono un’ulteriore interruzione alle negoziazioni. Peter Van Walsum ha sonoramente bocciato le velleità indipendentiste del Polisario ed ha dato la sua adesione al progetto di Rabat.

Mohamed Haddad, il rappresentante del Polisario, accusa pesantemente l’ONU, delegittimandone il ruolo di arbitro. “Giochiamo una partita nella quale l’arbitro chiede ad una squadra di ritirarsi dal campo per far fare gol all’altra”, ha dichiarato al quotidiano spagnolo El Paìs.

La situazione è complicata: il documento ufficiale ONU incriminato omette colpevolmente le relazioni di minoranza di chi, come Costa Rica e Sud Africa, continua ad appoggiare la posizione del Polisario. La “dimenticanza” del Consiglio di Sicurezza getta più di un’ombra sulla sua effettiva terzietà e solleva pulsioni complottistiche da parte degli stati vicini ai Sahrawi.

Allo stato attuale, anche se è improbabile che Ban Ki-moon cambi opinione, la posizione di Walsum vacilla sempre di più.

Alessio Postiglione
(pubblicato su www.notizieverdi.it)

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