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War Games ai Caraibi

Pubblicato da brasseriefoucault su Ottobre 15, 2008

Esercitazioni navali delle flotte russa e venezuelana. Si rischia una nuova crisi?
E’ una semplice ritorsione contro gli Stati Uniti dopo le tensioni su Scudo spaziale, Kosovo e Georgia? La Russia sta allungando i suoi artigli sul Sud America. Ma, soprattutto, sta mettendo su un fronte la cui forza è il petrolio.

Vi sentireste al sicuro se il vostro vicino fosse un appassionato di giochi pirotecnici? E se nel suo cortile, dietro alla vostra casa, avesse un fantastico arsenale di petardi?

La situazione, per gli Stati Uniti, fra poco, sarà questa. La settimana scorsa i governi russo e venezuelano hanno messo a punto gran parte del programma di esercitazioni militari che le flotte dei due Paesi terranno congiuntamente, a novembre, nei Carabi.

Sergei Lavrov, ministro degli Esteri russo, ha dichiarato alla ‘Rossiiskaya gazeta‘ che “Russia e Venezuela non hanno intenzione di attaccare nessuno, coopereranno sulla base del diritto internazionale” e il gesto non ha nessun significato aggressivo. Peccato che l’esercitazione avvenga in un mare considerato “il cortile” degli States, in ossequio alla dottrina Monroe per la quale l’emisfero Atlantico è di interesse strategico americano.

Il governo russo ha, inoltre, incominciato ad usare il potenziale energetico nazionale per tessere una nuova trama diplomatica con Paesi tradizionalmente vicini agli Stati Uniti, come Messico e Colombia; entrambi visitati da Lavrov in recentissimi incontri bilaterali. Nonostante le assicurazioni del ministro degli Esteri russo, quindi, gli americani hanno buon gioco nel sostenere si stia delineando una strategia per lo meno di provocazione, seppur non di aperta aggressività. E’ colpa, forse, degli stessi americani?

L’affaire dello Scudo spaziale, in fin dei conti, è stato portato avanti unilateralmente dal governo Bush; gli americani hanno siglato gli accordi con Polonia e Repubblica Ceca, portando “i loro fuochi pirotecnici” nel cortile russo.
In realtà già oggi l’America Latina è il terzo più grande mercato per la Russia; la degenerazione dei rapporti russo-americani, in seguito all’indipendenza del Kosovo, alla crisi georgiana e allo Scudo spaziale, non po’ quindi da sola spiegare interamente il forte interesse di Mosca per il Sud America.

Di certo, oggi, il Cremlino può impudicamente controbattere ai colpi di forza statunitensi, dichiarando “punteremo i missili russi sull’Europa”, anche grazie alla condotta hawkish dell’amministrazione Bush. Ma non è neanche plausibile ipotizzare ci sia stata scientemente una strategia russa di “invadere il cortile americano” in Sud America.

Gli States, già da alcuni anni, avevano allentato i propri legami con l’emisfero Sud.
Robert Munks, del Jane’s Information Group, ha infatti dichiarato a Radio Free Europe che “Quello a cui stiamo assistendo è che, quando l’egemonia regionale incomincia a diminuire, c’è un processo naturale di riempimento di vuoti da parte di quelle nazioni che stanno cercando di sfruttare le opportunità che sono emerse con il ritiro statunitense dalla regione”.

Un vuoto che fisiologicamente viene riempito? Soltanto?
Venezuela, Russia, Cina ed Iran condividono un progetto di nuovi equilibri multipolari. Ma se esiste un asse così forte fra questi Paesi, e non con il Brasile di Lula, ad esempio, che pure condivide un progetto strategico multipolare, un motivo ci sarà.

Oltre alla fisiologia delle cose, la spiegazione la si può trovare anche nella volizione dei leader di questi Paesi. Terzomondismo, una nuova caricatura del socialismo reale o semplice antiamericanismo? Forse, solo capacità di fare bene i conti.
Russia, Cina, Iran e Venezuela sono rispettivamente il secondo, il quarto, il quinto e il nono produttore di petrolio al mondo. Questi Paesi, ad eccezione della Cina, sono anche degli ottimi esportatori; la Russia è il secondo maggiore esportatore dopo l’Arabia Saudita. La forza di quest’asse, quindi, è soprattutto petrolifera. E petrolifera è la maggiore debolezza degli USA: a causa di un sistema economico che brucia di più di quanto può permettersi. Nonostante gli Stati Uniti siano il terzo maggior produttore di oro nero, sono anche il maggior importatore al mondo. Il consumo totale di barili al giorno, infatti, è per gli Stati Uniti quasi di 21.000. Al secondo posto è la Cina ma solo con solo 7.200 barili. Ecco perché l’idea che il Messico, sesto maggiore produttore di petrolio al mondo, si segga al tavolo con Medved e Chavez leva il sonno a Washington.

Alessio Postiglione - pubblicato su Notizie Verdi

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Guerre polari

Pubblicato da brasseriefoucault su Aprile 9, 2008

C’era da aspettarselo. Dopo che l’esploratore Artur Chilingarov, alla fine di un viaggio a 14.000 piedi di profondità degno di Jules Vernes, aveva piantato la bandierina russa al Polo Nord il 2 agosto, ora è il turno del sottomarino danese. Canadesi, americani e norvegesi sono già all’opera. Ma cosa sta succedendo? Si da il caso che l’aumento della temperatura e lo scioglimento dei ghiacci permetterebbe di rendere accessibili all’uomo una quantità di gas e petrolio inimmaginabili: almeno un quarto delle intere riserve del pianeta è concentrato al Polo Nord. Ciò che prima non era una risorsa sfruttabile, lo potrebbe diventare. Nonostante la comunità internazionale vada nella direzione di arginare il surriscaldamento del pianeta, gli stati che si affacciano sull’Artico pensano che, tutto sommato, non tutti i mali vengono per nuocere; se i ghiacci si scioglieranno, potranno mettere le mani su queste enormi risorse. Ma qual è la situazione al Polo e perché i russi lo rivendicano come parte del territorio di Mosca? Il diritto internazionale ha sempre postulato la libertà dei mari. Da quando le tecnologie consentono lo sfruttamento delle risorse marine ed aleutiche, il diritto è andato sempre più nella direzione della privatizzazione, o meglio, della demanializzazione dei mari. Ma a tutt’oggi non è agevole per i giuristi stabilire quale legge abbia carattere consuetudinario e sia, quindi, vincolante per tutti gli stati, e quale tragga legittimità soltanto dalla sottoscrizione di un accordo. Già l’istituto consuetudinario della zona economica esclusiva (ZEE) aveva fatto a fette, come una torta, il Polo; ma, in fin dei conti, non si era mai preso in considerazione la possibilità di sfruttare queste risorse. Ma ora le cose stanno diversamente. Potrebbe valere la pena rivendicare la calotta artica attraverso la piattaforma continentale. La piattaforma è un concetto giuridico tipizzato dalla Convenzione di Montego Bay, sottoscritta da tutti i paesi di questa disputa, originariamente creato nel 1945 dal presidente americano Truman. La convenzione dice che “lo Stato costiero ha il diritto esclusivo di sfruttare tutte le risorse della piattaforma, intesa come quella parte del suolo marino contiguo alle coste che costituisce il naturale prolungamento della terra emersa e che pertanto si mantiene ad una profondità costante (200 m circa) per poi precipitare o degradare negli abissi”. La ZEE di 200 miglia marine fu istituita proprio per le difficoltà tecniche di tracciare queste placche continentali con esattezza e per tutelare i paesi che erano privi di piattaforme. Ma ecco che gli scienziati russi, navigando negli abissi, dicono di aver scoperto che la loro placca arriva proprio fino al Polo. La fetta della Russia è ben oltre la ZEE: si tratterebbe di circa 463.000 miglia. La prima rivendicazione risaliva al 2001, in realtà. Allora la Russia fece formale richiesta di vedersi riconosciuta la Piattaforma Continentale per il tramite della placca di Lomonosov che dalla Siberia giungerebbe al Polo; gli arbitri internazionale ritennero le prove addotte insufficienti.

La spedizione di Chilingarov è volta, quindi, ad ottenere nuove evidenze. Ma ha innescato, intanto, un’escalation scientifica della rivendicazione. Il ministro danese della ricerca, Helge Sander, ha già dichiarato che ci sono buone probabilità che la placca della Groenlandia si spinga proprio fino al Polo, proprio attraverso Lomonosov, che fra l’altro è anche collegata al Canada tramite le Isole Ellesmere; nel frattempo, il miraggio dell’oro nero, ha alimentato un forte movimento separatista groenlandese dalla madre patria. Norvegia, Canada e Stati Uniti non sono stati certo a guardare ed hanno presentato le loro rivendicazioni, supportati dai loro esploratori. Cosa potrà succedere adesso? Innanzitutto l’istituto della Piattaforma Continentale è un diritto funzionale: lo Stato può esercitare il proprio impero esclusivamente per controllare e sfruttare le risorse della piattaforma. Insomma, senza la capacità tecnologica per impossessarsi delle risorse, la rivendicazione non esiste. Se tutti vantassero una placca al Polo Nord, eventualmente, si potrebbe ricorrere ad una delimitazione delle zone di sfruttamento mediante il principio dell’equidistanza, qualora questo principio, non consuetudinario, fosse accolto dai ricorrenti. Per ora, comunque, nessuno sembra essere disposto a farsi una guerra per tutelarsi. Le Nazioni Unite, infatti, visioneranno le prove raccolte dagli stati nel 2014 per poi decidere a chi debba, eventualmente, appartenere il Polo Nord. Fino ad allora è solo un Risiko.

I paesi che si affacciano sul Polo Nord e che possono aspirare a promuovere delle rivendicazioni territoriali sono la Russia, la Norvegia, il Canada, la Danimarca (tramite la Groenlandia) e gli USA (tramite l’Alaska).

Alessio Postiglione
(pubblicato su Notizie Verdi)

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CCS, Carbon Dioxide Capture & Storage. Funziona?

Pubblicato da brasseriefoucault su Marzo 17, 2008

Mentre le innovazioni tecnologiche ci consentono di ipotizzare un mondo il cui paradigma energetico sia più sostenibile, magari completamente formato da energie rinnovabili, forse queste stesse tecnologie potrebbero prolungare la vita di attività ritenute a ragione e fino ad oggi ecologicamente incompatibili, come le centrali energetiche a carbone. Naturalmente Notizie Verdi non ama questi grigi giganti che nel nostro immaginario restano saldati alle evocazioni dickensiane dei tetri slums della rivoluzione industriale. Cerchiamo, tuttavia, di capire cosa sta succedendo. Scremado, soprattutto, la scienza dall’ideologia di tutti gli ambientalisti scettici che liquidano l’ecologismo come catastrofismo.

E’ da circa dieci anni che si sperimenta la possibilità di catturare l’anidride carbonica prodotta dall’uomo e di iniettarla sotto terra, senza esternalità negative per l’ambiente.  Il procedimento si chiama, tecnicamente, CCS, cioè Carbon Dioxide Capture & Storage e, a detta dei suoi teorizzatori, potrebbe garantire una quadratura del cerchio, conciliando la sostenibilità ambientale ed inducendo effetti benefici sulle attività di sfruttamento del metano o del petrolio.

Il primo progetto fu varato dalla stessa società norvegese che sfrutta i giacimenti nel Mare del Nord, la Statoil, nel 1996. Il CCS prevede di separare dagli altri gas l’anidride carbonica – prodotta proprio dalla combustione di fonti fossili e quindi a latere delle attività di sfruttamento del petrolio, del gas naturale e del carbone – e di portarla allo stadio supercritico, trasformandola, attraverso un processo di concentrazione e compressione, quasi in un liquido: tecnicamente si può applicare il CCS anche in altri contesti di produzione di anidride carbonica, come nelle fabbriche di metalli, acciaio, ammoniaca e cemento. La CO2, dopo essere stata separata, trasportata, ed aver subito il procedimento di stoccaggio in assenza di atmosfera, viene iniettata nel sottosuolo sfruttando, semmai, proprio i gasdotti; viene così conservata nei giacimenti esauriti o negli acquiferi salini. L’ex giacimento deve essere a delle profondità tali da non correre il rischio di inquinare le falde acquifere e va, tuttavia, monitorato. I rischi per la salute e l’ambiente sarebbero i medesimi che portano i normali gasdotti; quindi ampiamente tollerabile. La selezione del punto di smaltimento adatto, dotato di uno strato di rocce porose in grado di assorbire la CO2, seguito da un mantello di rocce impermeabili, renderebbe il procedimento sicuro ed ecocompatibile. Per utilizzare il sistema di cattura ed interramento dell’anidride carbonica, inoltre, non è necessario aspettare la morte di un giacimento. Per consentire un adeguato sfruttamento delle riserve di petrolio già oggi le aziende ricorrono a delle iniezioni di acqua o gas. Questo significa che, in certi contesti, è possibile iniettare l’anidride carbonica prodotta dalle attività di sfruttamento del petrolio man mano che questa viene prodotta, consentendo allo stesso tempo un utilizzo più completo della riserva energetica. Insomma, si farebbe scomparire dal ciclo produttivo il maggiore effetto spill over negativo.

Il Terzo Report di Valutazione dell’IPCC (il panel intergovernativo che monitora i cambiamenti climatici) ha recentemente incluso il CCS nel portfolio di politiche di mitigazione che dovrebbero essere utilizzate per raggiunger gli obiettivi di riduzione delle emissioni di gas serra, dopo molti anni durante i quali si è essenzialmente sottostimata quest’opzione. Lo stesso IPCC ha prodotto degli studi di fattibilità che evidenziano che, allo stato attuale della tecnologia, il CCS potrebbe essere un’opzione economicamente efficiente, qualora si presentino una serie di condizioni come la quantità di emissioni prodotte od il costo CO2 per tonnellata. Paradossalmente, quanto più un’attività è inquinante, cioè produce anidride carbonica, tanto più il CCS funzionerebbe. I costi di questa policy variano a causa di vari fattori: il tipo di impianto, il posto scelto per l’interramento, i costi di trasporto legati alla distanza del sito di interramento dal sito di compressione, i costi di monitoraggio del sito di interramento; i costi più alti sono, comunque, quelli di compressione. Per rendere il CCS economico e concorrenziale, però, sarebbero necessarie una serie di misure di incentivo pubbliche.

Gli scenari ipotizzati dal panel affermano che nella riduzione dei gas serra il CCS potrebbe, nel 2100, giocare un ruolo sempre crescente, fino alla possibilità di incidere al 55% rispetto alle altre opzioni di mitigazione dei gas serra. Ma, visto che si richiede l’intervento della longa manus dell’erario, vale la pena riflettere se valga la pena finanziare il CCS, piuttosto che altre policies.

Restano, tuttavia, delle perplessità di merito. L’idea che l’ecologismo sia anti-industriale è un pregiudizio ideologico di chi vuole inquinare, continuando a scaricare i costi sulla comunità. Ma come valutare una policy che renderebbe proprio gli industriali legati al carbone i paladini dell’ecologia? In realtà è lo Stato che dovrebbe farsi carico di molti costi legati alla possibilità di interramento della CO2. Il risultato immediato è che questi giacimenti sarebbero meglio sfruttabili dalle aziende. Costi pubblici e benfici privati? I paladini del CCS sostengono che gli incentivi statali sarebbero finalizzati all’interramento dell’anidride carbonica, seppur realizzando un vantaggio per le aziende. Il problema è che questo meccanismo potrebbe funzionare in un contesto popolato da industriali etici, dove non ci sono asimmetrie informative fra i proprietari dei gasdotti e le Istituzioni. E’ sbagliato avere un pregiudizio circa la non eticità delle aziende del settore; ma l’esperienza ci suggerisce che è meglio avere qualche perplessità. Chi garantisce che il gasdotto di proprietà della compagnia sia sicuro per iniettarvi la CO2 senza rischio di inquinamento? Possiamo chiedere che siano le stesse società interessate a certificare il processo? E’ ovvio che lo Stato dovrebbe accollarsi dei costi di gestione, monitoraggio e valutazione enormi; per poi finanziare un’attività che – seppur sicura e compatibile – migliora la redditività delle aziende e le libera, inoltre, dai costi di inquinamento. In questo quadro, la sensazione è che le Istituzioni, per combattere l’inquinamento e mantenere in vita le centrali di carbone, sostengano dei costi nettamente maggiori rispetto ad altre opzioni sul tavolo che semplicemente cancellano l’opzione carbone.

 Alessio Postiglione
(pubblicato su Notizie Verdi)

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