Esercitazioni navali delle flotte russa e venezuelana. Si rischia una nuova crisi?
E’ una semplice ritorsione contro gli Stati Uniti dopo le tensioni su Scudo spaziale, Kosovo e Georgia? La Russia sta allungando i suoi artigli sul Sud America. Ma, soprattutto, sta mettendo su un fronte la cui forza è il petrolio.
Vi sentireste al sicuro se il vostro vicino fosse un appassionato di giochi pirotecnici? E se nel suo cortile, dietro alla vostra casa, avesse un fantastico arsenale di petardi?
La situazione, per gli Stati Uniti, fra poco, sarà questa. La settimana scorsa i governi russo e venezuelano hanno messo a punto gran parte del programma di esercitazioni militari che le flotte dei due Paesi terranno congiuntamente, a novembre, nei Carabi.
Sergei Lavrov, ministro degli Esteri russo, ha dichiarato alla ‘Rossiiskaya gazeta‘ che “Russia e Venezuela non hanno intenzione di attaccare nessuno, coopereranno sulla base del diritto internazionale” e il gesto non ha nessun significato aggressivo. Peccato che l’esercitazione avvenga in un mare considerato “il cortile” degli States, in ossequio alla dottrina Monroe per la quale l’emisfero Atlantico è di interesse strategico americano.
Il governo russo ha, inoltre, incominciato ad usare il potenziale energetico nazionale per tessere una nuova trama diplomatica con Paesi tradizionalmente vicini agli Stati Uniti, come Messico e Colombia; entrambi visitati da Lavrov in recentissimi incontri bilaterali. Nonostante le assicurazioni del ministro degli Esteri russo, quindi, gli americani hanno buon gioco nel sostenere si stia delineando una strategia per lo meno di provocazione, seppur non di aperta aggressività. E’ colpa, forse, degli stessi americani?
L’affaire dello Scudo spaziale, in fin dei conti, è stato portato avanti unilateralmente dal governo Bush; gli americani hanno siglato gli accordi con Polonia e Repubblica Ceca, portando “i loro fuochi pirotecnici” nel cortile russo.
In realtà già oggi l’America Latina è il terzo più grande mercato per la Russia; la degenerazione dei rapporti russo-americani, in seguito all’indipendenza del Kosovo, alla crisi georgiana e allo Scudo spaziale, non po’ quindi da sola spiegare interamente il forte interesse di Mosca per il Sud America.
Di certo, oggi, il Cremlino può impudicamente controbattere ai colpi di forza statunitensi, dichiarando “punteremo i missili russi sull’Europa”, anche grazie alla condotta hawkish dell’amministrazione Bush. Ma non è neanche plausibile ipotizzare ci sia stata scientemente una strategia russa di “invadere il cortile americano” in Sud America.
Gli States, già da alcuni anni, avevano allentato i propri legami con l’emisfero Sud.
Robert Munks, del Jane’s Information Group, ha infatti dichiarato a Radio Free Europe che “Quello a cui stiamo assistendo è che, quando l’egemonia regionale incomincia a diminuire, c’è un processo naturale di riempimento di vuoti da parte di quelle nazioni che stanno cercando di sfruttare le opportunità che sono emerse con il ritiro statunitense dalla regione”.
Un vuoto che fisiologicamente viene riempito? Soltanto?
Venezuela, Russia, Cina ed Iran condividono un progetto di nuovi equilibri multipolari. Ma se esiste un asse così forte fra questi Paesi, e non con il Brasile di Lula, ad esempio, che pure condivide un progetto strategico multipolare, un motivo ci sarà.
Oltre alla fisiologia delle cose, la spiegazione la si può trovare anche nella volizione dei leader di questi Paesi. Terzomondismo, una nuova caricatura del socialismo reale o semplice antiamericanismo? Forse, solo capacità di fare bene i conti.
Russia, Cina, Iran e Venezuela sono rispettivamente il secondo, il quarto, il quinto e il nono produttore di petrolio al mondo. Questi Paesi, ad eccezione della Cina, sono anche degli ottimi esportatori; la Russia è il secondo maggiore esportatore dopo l’Arabia Saudita. La forza di quest’asse, quindi, è soprattutto petrolifera. E petrolifera è la maggiore debolezza degli USA: a causa di un sistema economico che brucia di più di quanto può permettersi. Nonostante gli Stati Uniti siano il terzo maggior produttore di oro nero, sono anche il maggior importatore al mondo. Il consumo totale di barili al giorno, infatti, è per gli Stati Uniti quasi di 21.000. Al secondo posto è la Cina ma solo con solo 7.200 barili. Ecco perché l’idea che il Messico, sesto maggiore produttore di petrolio al mondo, si segga al tavolo con Medved e Chavez leva il sonno a Washington.
Alessio Postiglione - pubblicato su Notizie Verdi






























