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L’accordo su South Stream affossa la politica energetica europea

Pubblicato da brasseriefoucault su Agosto 7, 2009

Dopo l’accordo Turchia-Russia per il nuovo gasdotto South Stream di giovedì 6, il gasdotto Nabucco, appoggiato dell’Unione Europea, è sempre più in bilico.

Intanto, parte dell’opinione pubblica e della stampa italiana non hanno trovato di meglio da fare che disquisire sul ruolo importante, a detta di alcuni, o secondario, a detta di altri, del nostro premier Silvio Berlusconi, nel patto fra Putin ed Erdogan. Si dà, infatti, per scontato che l’accordo su South Stream sia una cosa buona; ma, nei fatti, non è così. Il progetto South Stream è stato, d’altronde, escogitato dai russi con un solo, semplice, obiettivo. Rafforzare il proprio monopolio energetico nei riguardi dell’Europa e bypassare la riottosa Ucraina che, come la recente guerra del gas dimostrava, ha rappresentato, fin’ora, per Mosca, una gatta da pelare.putin-erdogan1

L’Ucraina, infatti, è il Paese per il quale i vecchi gasdotti dovevano passare per alimentare il mercato europeo. Ora, con South Stream, il gas passerà altrove. La costruzione di una nuova pipeline con il conseguente rafforzarsi della posizione di Mosca, d’altronde, preoccupava l’Unione Europea. Bruxelles puntava a ridurre la dipendenza energetica di Eurolandia dalla Russia con due strategie. Sviluppo delle fonti di energia pulita (e graduale adozione di sistemi di trasporto pubblico elettrici o a biomasse) e costruzione di un’altra pipeline, Nabucco, che dalle regioni caspiche arrivasse in Europa, senza passare per Mosca.

Purtroppo Nabucco ha subito dei ritardi a causa, fra l’altro, della guerra russo-georgiana (ancora la longa manus di Mosca?) e, ora, South Stream potrebbe fare le scarpe a Nabucco definitivamente. Ma se la Russia gioisce (e Bruxelles piange) cosa hanno da guadagnare Italia e Turchia? Tralasciamo, per ora, il paradosso che il nostro Paese – a parole strafiloeuropeista – sulle questioni energetiche assuma una posizione filorussa. Potrebbe essere realpolitik. Se l’Italia ci guadagnasse. Ma così proprio non è.

Di sicuro ci guadagna Eni. La posizione italiana è un caso da manuale, da teoria dei giochi: dove i comportamenti razionali individuali di breve durata hanno esiti collettivi catastrofici, nella lunga durata. Eni, infatti, è diventata un partner strategico di Gazprom e della Russia, là dove lo Stato italiano dovrebbe perseguire una politica di emancipazione di Eurolandia dal giogo energetico russo.
Mosca, la terza Roma, invece, pratica il dividi et impera attraverso la sottoscrizione di accordi separati con alcuni Paesi, come l’Italia. Nel progetto South Stream, infatti, c’è Eni e l’Italia sa che “l’amico Putin” ci praticherà dei trattamenti di favore. Anche se l’interesse strategico unitario dell’Europa (e, quindi, anche dell’Italia) sarebbe, in realtà, in contrapposizione agli interessi energetici di Mosca.

Ma il nostro governo è scatenato: ha già, infatti, portato Gazprom pure in Libia (dove Eni ha dei pozzi importantissimi). Con la drammatica conseguenza che la Russia ha praticamente circondato l’Europa. Mentre alcuni nostri media, purtroppo, pontificano sui successi italiani. Ma sono i successi di Scaroni, in vero. L’amministratore delegato di Eni, d’altronde, ha rapporti di rilievo con l’establishment russo. Ma vale la pena ricordare che, da un lato, questo establishment è oggetto di inchieste giudiziarie per reati fiscali e non solo (vedi caso Yukos), dall’altro lo stesso Scaroni – dipinto dai media come un prode capitano d’industria: siede nel consiglio di amministrazione del Sole 24, infatti – è un vecchio boiardo di Stato, non certo dal curriculum immacolato.
Scaroni, vecchio socialista e cugino della Boniver, è stato condannato e ha patteggiato nell’ambito delle tangenti PSI- Techint nel 1996: e nel 2006 è stato nuovamente condannato per l’inquinamento de delta del Po nel caso di Porto Tolle. Il governo italiano, in definitiva, confonde gli interessi di Eni con quelli del Paese.
Ed Crooks, dalle pagine del Financial Times, ha d’altronde sostenuto che gli interessi di South Stream spingeranno i contraenti a consumare gas piuttosto che ad investire sulle rinnovabili (che era l’opzione che si accompagnava a Nabucco). Grazie all’amico Putin, saremo liberi di consumare ed inquinare. Fantastico.

Infine, la Turchia: cosa ci guadagna? Ankara non entra direttamente in South Stream ma ha spuntato il sì di Mosca al nuovo oleodotto Samsun-Ceyhan che collegherà il Mar Nero al Mar Mediterraneo. Ma, probabilmente, non è questa la mossa più interessante di Ankara. Erdogan, solo un mese fa, aveva firmato con Bruxelles per Nabucco, in quanto anche quest’altra pipeline passerebbe per la Turchia. L’accordo con Mosca, per Ankara, è un messaggio all’Europa. La Turchia, infatti, vuole entrare nella UE. Ma sa che, nonostante il favore dell’establishment di Bruxelles e dell’America (in chiave antirussa: Ankara è fra i Paesi che hanno dato vita alla Nato, d’altronde), molti governi (Francia ed Italia, ad esempio) sono contrari. Se l’Europa vuole emanciparsi dalla Russia, dovrà accogliere la Turchia nella UE. Ma soprattutto dovrà implementare una politica energetica che non consenta agli Stati nazionali di fare i “battitori liberi”.

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Osservatorio terrorismo: l’Emirato Caucasico e la jihad

Pubblicato da brasseriefoucault su Febbraio 6, 2009

Gli interessi in conflitto di Iran e Russia si scontrano nel Nord Caucaso, fra sanguinari jihadisti, generali mafiosi, Hamas e continue violazioni dei diritti umani, di tutti contro tutti.

Il Nord Caucaso è uno scenario strategicamente fondamentale per il terrorismo jihadista; il 31 ottobre del 2007, infatti, Dokka Umarov, già presidente della repubblica secessionista cecena della Ichkeria, ha dichiarato la costituzione dell’Emirato Caucasico.

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L’emirato include tutta la Ciscaucasia: le repubbliche di Cecenia, Inguscezia, Dagestan, Nord e Sud Ossezia, Kabardino-Balkaria, Karachay-Cherkessia e la provincia di Krai.
Si tratterebbe di entità politiche autonome, in qualche modo legate alla Russia. Ma la vittoria di Mosca dopo la seconda guerra cecena, con la smobilitazione del governo de facto della Repubblica di Ichkeria, non ha assolutamente riportato la pace in un territorio conteso, dove la sovranità è ancora, a volte, esercitata dagli indipendentisti.

Lo stesso nazionalismo ciscaucasico, inoltre – grazie alle epurazioni e ai metodi mafiosi utilizzati dai capi guerilla (che in realtà sono tutt’uno con la mafia caucasica) -, coincide, oramai, quasi esclusivamente con l’islamismo jihadista; nonostante il nazionalismo locale abbia un’antica, nobile e lunga tradizione: la ciscaucasia è abitata, infatti, da popolazioni con una propria lingua ed una propria cultura ed è stata sottoposta ad un vero e proprio genocidio: ai tempi di Stalin, molti Ceceni furono deportati in Siberia dove trovarono la morte.

Le prove della penetrazione jihadista nel Caucaso risalgono al “famoso” Shamil Basayev, il “comandante” ceceno della strage di Beslan, anche autore de Il libro del Mujahid, bestseller e vero vademecum del perfetto terrorista.
Gli stessi interessi in campo caucasico, inoltre, cortocircuitano in una spirale di reazioni e controreazioni spiazzanti.

Alcuni osservatori russi, ad esempio, hanno suggerito che gli stessi Stati Uniti hanno in qualche modo aiutato il Fronte Caucasico (la sigla che ha combattuto i russi in occasione delle guerre cecene, nda) in chiave antirussa, appoggiando indirettamente Al Qaeda. Sicuramente i ribelli ceceni sono stati aiutati dall’Iran (che ha addestrato i miliziani nei propri campi militari) ed è stato provato il legame fra Fronte Caucasico e Hamas.
Le Ong riportano di sistematici abusi e torture da parte sia dei russi che dei gruppi indipendentisti. I signori della guerra che si sono legittimati come eroi nazionali contro l’oppressore russo sono spesso sanguinari assassini o mafiosi che hanno fiaccato l’opposizione interna democratica ed hanno costituito ingenti patrimoni all’estero.

La repubblica cecena ufficiale riconosciuta da Mosca, infatti, non è molto meglio dell’Emirato che agisce nell’ombra. L’attuale presidente Ramzan Kadyrov è subentrato al padre Akhmad, assassinato nel 2004. Questi, prima di passare dalla parte dei russi, era stato uno dei più crudeli soldati ribelli, mentore di un squadraccia di criminali capeggiata dal figlio, nota col nome di Kadyrovtsy: a detta dei Kadyrov erano le guardie scelte del presidente, ma Human Rights Watch li descrive come una sorta di SS.
Putin, per pacificare il Paese, ha accettato i Kadyrov: ma non è detto che sia stata una buona idea.

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Georgia Russia Gli errori degli USA

Pubblicato da brasseriefoucault su Agosto 26, 2008

Gli errori delle democrazie sono più gravi di quelli di Stati che democratici non sono.

Che senso ha biasimare la Russia per l’attacco alla Georgia, quando l’intervento russo è stato causato dalla strategia aggressiva di Mikhail Saakashvili e di George Bush? Cosa diversa e giusta e lamentare l’uso sproporzionato della forza da parte di Mosca.

E’ stato il presidente georgiano, infatti, lo scorso 7 agosto, ad inviare le truppe militari in Ossezia del Sud, credendo di essere spalleggiato dall’amministrazione americana, debole perché a fine mandato; la situazione di drammatica balcanizzazione che esiste nel Caucaso obbliga la Russia a risposte ferme. Ed è tristemente facile che il gigante autocratico del duopolio Medvedev-Putin sia incline a dare risposte sproporzionate.

Il problema di fondo è che l’amministrazione Bush non ha saputo gestire correttamente i rapporti con Mosca. Lo spauracchio della nuova Guerra Fredda agitato da Condoleezza Rice e dal ministro della Difesa Robert Kagan è solo un alibi per i propri errori.

L’immagine di una Russia cattiva ed imperiale diffusa da molta stampa in questi giorni non fa altro che sostenere le scuse dell’amministrazione statunitense che, in questo frangente come in molti altri, è stata ispirata da un un’agenda neoconservatrice assai bellicosa che assolutamente non serve gli interessi dell’UE.

Per ridimensionare le colpe di Mosca e per imputare più chiaramente le responsabilità degli Stati Uniti bisogna partire da lontano.
Già alcuni mesi fa avevo sostenuto come il riconoscimento statunitense dell’indipendenza autoproclamata del Kosovo avrebbe costituito un precedente pericoloso per il Caucaso.

Era “giusto” che il Kosovo si staccasse dalla Serbia, ma in politica non sempre ciò che è giusto si rivela utile.

La stampa, in quell’occasione, aveva rivelato come il riconoscimento del Kosovo fosse avvenuto attraverso una manovra assolutamente non trasparente fra Stati Uniti e Slovenia, a quell’epoca presidente di turno dell’UE, che urtava ulteriormente la sensibilità filoserba di Mosca.
L’indipendenza di Pristina, inoltre, avveniva come caso eccezionale e assolutamente non poteva trovare la propria legittimità nel diritto internazionale: il principio di autodeterminazione dei popoli che confusamente si invocava per il caso kosovaro sarebbe stato azionabile da uno Stato colonizzato ed assorbito da una potenza straniera, non da una provincia praticamente da sempre parte della Serbia.

Ma i falchi neocon, nonostante le divisioni interne all’UE e le varie opzioni, per lo meno di metodo, presenti sul tavolo, perseguivano la loro strategia non preoccupandosi di urtare Mosca. Allo stesso modo l’amministrazione Bush ha proceduto sullo Scudo Spaziale, rendendo i rapporti con il Cremlino sempre più tesi.

Infine giungiamo all’autogol di Saakashvili e l’attacco ai cittadini russi in Sud Ossezia.

Il presidente georgiano forse sperava di riguadagnare popolarità interna con questo intervento. Gli Stati Uniti, d’altronde, è su di lui che avevano puntato: ma anche in questo caso la scelta non si è rivelata azzeccata.

Come già in Ucraina, in furori antirussi scoppiati all’indomani della varie rivoluzioni rosa ed arancione sono andati scemando. Saakashvili è passato dal 96 per cento dei consensi ottenuto alle presidenziali del 2004 ad un risicato 52% nelle elezioni dello scorso marzo, dopo aver spento le contestazioni interne a suon di mazzolate poliziesche ed aver financo chiuso la rete televisiva dell’opposizione. In questi ultimi mesi le tensioni interne avevano raggiunto l’apice: e sicuramente, per gli USA, non si è rivelato opportuno appoggiare una presidenza tanto debole in un’operazione tanto insensata.

Oggi, i piani di pace americani che invocano il principio dell’integrità territoriale georgiana possono suonare beffardi alle orecchie di Mosca dopo aver ingoiato un rospo chiamato Kosovo. La situazione del Caucaso è altamente instabile ed aree come il Nagorno Karabakh o la Cecenia sono una polveriera.
Se è vero che Mosca ha interesse a cavalcare le tigri indipendentiste in Sud Ossezia, Abcazia e Nagorno, la cosa potrebbe ritorcerlesi contro per la Cecenia.

Il desiderio segreto del Cremlino sarebbe quello di mettere le mani sulle pipeline georgiane costruite da europei ed americani; ma per ora la politica di Medvedev prevede esclusivamente la creazione di una zona cuscinetto.

La Russia è un partner fondamentale su energia, lotta al terrorismo islamico ed equilibrio geopolitico, con riferimento alla funzione di bilanciamento regionale di Mosca nei riguardi dell’Iran. Inasprire i toni non giova a nessuno.

Ora Sarkozy ha convocato un vertice d’emergenza della UE per il I settembre per discutere le misure da adottare contro la Russia. Sarebbe opportuno che il filoatlantismo di molte capitali europee non si appiattisse sulle posizioni dei falchi di Washington o di quelli che, per motivi storici, sbocciano copiosi fra Baltico e Varsavia.

(pubblicato su Notizie Verdi)

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Le mani sulla Russia

Pubblicato da brasseriefoucault su Marzo 21, 2008

Un Russia c’è un potere che controlla tutto e che assomiglia drammaticamente ad un regime.

I plebisciti che hanno sanzionato la vittoria di Russia Unita, il partito fantoccio di Putin, nelle elezioni parlamentari di domenica, vengono accusati di essere truccate. Osservatori internazionali, l’opposizione interna, Ocse e Consiglio d’Europa confermano le accuse, mentre il Presidente russo reagisce stizzito.

Le schede spogliate fin’ora ci dicono che Russia Unita è al 64,1, ed in alcune zone raggiunge addirittura il 99,27%. Delle cifre strabilianti. Ma c’è di più. Putin voleva che nessun russo disertasse le elezioni. Ed in pratica è stato così. Una affluenza che, per gli analisti, non è segnale di partecipazione ma l’epifenomeno di un regime totalitario. Per Radio Free Europe, l’osservatorio politico americano in Russia e Medioriente, si tratta della transizione da “una democrazia bloccata” ad una “democrazia sotto controllo manuale”. Già, perché Putin ha, durante questa campagna elettorale, affermato che alla Russia, per crescere e stabilizzarsi, servono altri 15-20 anni di “controllo manuale” delle istituzioni. E non sembra esserci dubbio alcuno su di chi debbano essere queste mani.

Allo stato attuale lo scenario politico è il seguente: Putin non può essere rieletto con un terzo mandato come Presidente. Egli ha ripetutamente sottolineato che non avrebbe emendato illegittimamente o comunque violato la costituzione. E’ fondamentale mantenere una certa rispettabilità formale democratica per sedere al tavolo dei grandi della terra. La vittoria di due terzi ottenuta domenica, dal partito di cui Putin è leader, permetterebbe alla Duma di portare a compimento una riforma costituzionale che – lungi dall’abolire il limite di mandati presidenziali – trasformerebbe il sistema politico Russo in un premierato forte. E da ex Presidente della Repubblica, Putin si trasformerebbe in Presidente del consiglio. Un altro escamotage accreditato, visto che il divieto di terzo mandato si riferisce ad incarichi consecutivi, potrebbe prevedere una presidenza interinale affidata a uomini dell’entourage di zar Putin, come l’attuale Primo ministro Viktor Zubkov o la Governatrice della Regione di Sanpietroburgo Valentina Matviyenko; al termine della quale Putin riprenderebbe le redini del potere.

Dietro questa facciata di “democrazia” sappiamo che il controllo interno su stampa e dissidenti ricorda drammaticamente l’atmosfera descritta da Solgenitzyn ai tempi dell’URSS.

Kasparov, l’ex campione di scacchi e leader dell’opposizione, ha parlato anche di minacce fisiche ai danni dei suoi sostenitori, mentre le tv trasmettevano dei documentari del regista premio Oscar Nikita Mikhalkov che lodano il carisma di Putin, degni dell’anni “bui” dell’Istituto Luce.

Eppure, per quanto truccato possa essere, il consenso di Putin è reale. Egli è espressione di un particolare humus economico e sociale. E’ il vertice di una piramide di grigi burocrati che si sono impossessati delle ex aziende di Stato sovietiche e che incarnano il capitalismo in salsa Stroganoff. Indubbiamente Putin pecca di superbia quando dice di essere l’unico leader capace di governare la lunga transizione russa, ma non va molto lontano dalla verità. Cinico e realista, Edward Keenan, esperto di Russia ad Harvard ha dichiarato a Radio Free Europe che l’unica alternativa all’autoritarismo di Putin è la completa anarchia. Ed una delle regioni più ricche del pianeta dal punto di vista energetico non può essere lasciata in balia del caos.

Putin ha, inoltre, il pregio di aver fatto rivivere i fasti di una grande Russia, in grado di giocare una partita strategica sullo scacchiere internazionale. Le elezioni di domenica, infatti, erano – per stessa ammissione di Putin – una sorta di referendum per una “politica estera imperiale” che prevedeva di risolvere il “problema” dell’Abkazia e dell’Ossezia, regioni della Georgia a maggioranza russa. Queste zone sono geopoliticamente fondamentali in quanto da qui passano gli oleodotti dai quali dipende l’approvvigionamento dell’Ue, parte dei quali è di provenienza persiana. Con l’Ossezia e l’Abkazia in mano russa la Ue sarebbe ancora più dipendente da Mosca. Cosa che non piace all’Europa; che si lamenta dei deficit di democrazia a Mosca. Fa una partita a sé la Francia, invece, che si è lanciata un astuto ridisegno dei rapporti diplomatici: Sarkozy fa i complimenti a Putin; salvo, poi, non disdegnare un intervento militare americano in Iran. Ecco che, allora, per la Ue, e soprattutto per la Germania, la Spagna e l’Italia, che hanno ingenti interessi industriali in Iran, in questo momento, essere critici con Mosca e teneri con Ahmadinejad è, praticamente, la stessa cosa.

Vale, poi, la pena sottolineare un aspetto relativo allo sviluppo industriale della Russia e che ricorre ogni volta che l’Occidente deve giudicare i Paesi di più recente industrializzazione. I maggiori studiosi come Gerschenkron, Schumpeter, Rostow e Bairoch hanno concordato su come lo sviluppo industriale moderno sia avvenuto attraverso l’intervento delle Stato e le politiche monetarie della banca centrale. Da questo punto vista lo scambio diritti civili-crescita economica è avvenuto spesso nel Novecento ed è chiaro che Russia, così come altri Paesi fuori standard per i diritti umani, siano in questa fase.

Putin, quindi, è espressione di una rete di interessi, fortemente intrecciati con Ue ed Usa, che trae vigore dal petrolio. I combustibili fossili, allora, oltre ad essere inquinanti, si dimostrano anche ostili alla democrazia.

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Iran-Russia. Alleanza stabile?

Pubblicato da brasseriefoucault su Marzo 17, 2008

Putin a Tehran. Un’attesa durata 40 anni ed anticipata dalle terribili notizie che il leader russo avrebbe rischiato un attentato. Ma l’incontro s’è fatto; e non poteva essere altrimenti. Due attori strategici fondamentali nello scacchiere asiatico e sulla scena globale, grazie ad un patrimonio energetico invidiabile, capace di essere “pesato” su ogni bilancia diplomatica, sia per l’UE che per l’ONU.

La Russia e l’Iran condividono anche l’infelice condizione di essere due sistemi sociopolitici instabili, con evidenti deficit di democrazia. I due paesi si dichiarano amici; ma è la loro alleanza veramente stabile? La storia ci dice di no.

L’ultimo leader del Cremlino a giungere in Persia fu Leonid Brezhnev, nel 1963. Allora i due Stati erano rivali. Troppi interessi in conflitto, lungo il cordone degli Stati cuscinetto turcofoni satelliti di Mosca e l’Afganistan. L’antagonismo fra i due Paesi risale all’Ottocento. A quell’epoca le truppe zariste combattevano i persiani per sloggiare la loro influenza dal Caucaso. La Russia si alleò, poi, con l’Inghilterra per cercare di assoggettare la Persia ai propri interessi coloniali. Le due potenze europee, durante la II Guerra Mondiale, invasero l’Iran per impossessarsi del petrolio. L’URSS ha cercato lungamente di instaurarvi uno stato fantoccio ed ancora in occasione della guerra Iran-Iraq aiutò Saddam.

Ma oggi è tutto diverso. Mosca appoggia il programma nucleare iraniano ed ha estensivamente utilizzato il proprio potere di veto in seno al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per bloccare qualsiasi risoluzione utile contro Tehran.

I due paesi condividono molti interessi; innanzitutto sarebbero entrambe nazioni asiatiche, come ha sottolineato Ahmadinejad per rinsaldare simbolicamente l’alleanza. La doppia natura euroasiatica della Russia è la sua croce e delizia. Asiaticità rinfacciata dalle potenze europee antirusse, mentre l’elites di Mosca hanno sempre esaltato il carattere occidentale e bizantino (la III Roma) della propria cultura. Tehran e Mosca, indubbiamente, sono contro il potere unipolare degli USA. Va detto, tra l’altro, che è proprio l’embargo statunitense ad aver spinto i capitali persiani a Mosca.

Russe sono le aziende che forniscono armi, aerei civili e che hanno costruito la centrale di Bushehr.

Ma il futuro è incerto; il Presidente russo è stato messo all’angolo da Sarkozy nel loro ultimo incontro bilaterale. Il Capo di Stato francese ha espresso una posizione di grande rigore e severità verso il programma nucleare iraniano che lo stesso Putin – abituato a minacciare di puntare missili contro l’Europa, nel caso dello Scudo Spaziale – non s’aspettava. Una vittoria importante per l’Eliseo che si inserisce in un cambiamento diplomatico verso Mosca che dalle pagine di Notizie Verdi già avevamo auspicato. Ciò significa che Putin potrebbe sganciarsi dalla Cina, assolutamente contro le sanzioni all’Iran, qualora gli ispettori dell’IAEA (l’agenzia atomica delle Nazioni Unite) reportassero negativamente al Palazzo di Vetro circa la collaborazione di Tehran con gli ispettori.

A quel punto USA ed UE lancerebbero il terzo round di sanzioni, ancora più dure, e Putin potrebbe cedere. Forse, proprio per evitare di essere stretto fra due fuochi, il Presidente Russo può giocare il ruolo decisivo per far sgonfiare le tensioni fra Iran ed Occidente.

 

Alessio Postiglione

pubblicato su Notizie Verdi del 18/10/2007

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Il Congresso fa breccia nello Scudo di Bush

Pubblicato da brasseriefoucault su Marzo 7, 2008

Il piano del Presidente Bush di realizzare lo Scudo Spaziale, o meglio quella parte dello SDI, Strategic Defensive Initiative, previsto in Europa, è stato bloccato al Congresso.

Le camere hanno tagliato 139 milioni di dollari dai 310 che servirebbero per realizzare lo scudo. Ciò significa che le postazioni radar in Repubblica Ceca si faranno; ma il sistema di intercettamento missilistico che si sarebbe dovuto realizzare in Polonia, ovvero la parte più controversa e per la quale si è accesa la polemica con Putin, non si realizzerà. Almeno per ora. Il presidente della Commissione Parlamentare che ha bloccato i fondi, John Murtha, ha detto che Bush deve convincere il Congresso che questo fantasmagorico sistema antimissile sia utile. L’arma del veto sui budget è il mezzo che le Camere hanno negli USA per influenzare la politica di Bush. Questo stop al Congresso pesa molto su un progetto politico discutibile e che ha sollevato molte tensioni internazionali. I parlamentari, infatti, piuttosto che sostenere un programma di difesa i cui benefici sarebbero nella lunga durata, sembrano più propensi a finanziare progetti a breve termine. Necessari, non solo nell’ottica della costruzione del consenso o per scopi elettorali, ma soprattutto per porre rimedio ad una serie di emergenze sociali che conseguono all’essere un paese in guerra. Il Congresso è infatti attualmente orientato nel migliorare l’assistenza sanitaria per i reduci ed ad aumentare gli stipendi dei soldati. Lo scandalo dei marines ammalati di cancro per l’uranio impoverito o abbandonati al loro ritorno in patria, commesso in occasione delle ultime guerre in cui sono stati impegnati gli USA, è assolutamente un errore da evitare.

Allo stato attuale, con la bocciatura dello scudo in Polonia, il governo procede in modo casuale con singoli accordi bilaterali. Per ora Bush ha ottenuto dal Regno Unito l’autorizzazione a potenziare la base di Menwith Hill nello Yorkshire e il via libera su un progetto che prevede la costruzione di una nuova stazione radar nelle vicinanze della stessa base. Le due strutture sarebbero parte dello Scudo Spaziale; certo, senza la Polonia, il progetto resta monco e per ora rappresenta solo un aggravio di costi. Fra l’altro, la boutade di Putin, tanto contrario al progetto americano al punto di dichiarare che avrebbe puntato i suoi missili contro l’Europa, continua a pesare. Non è semplice, quindi, prevedere un futuro roseo per il programma di Bush. Il Presidente, in base al sistema politico americano, potrebbe superare il veto parlamentare, ma è improbabile che lo faccia: la fronda congressuale è, infatti, bipartisan. I Rappresentanti sono più consapevoli dei rischi che l’unilateralismo di Bush comporterebbero per la nazione e, ora che i falchi neocon volano basso dopo tutte le batoste prese sull’Iraq, considerata unanimamente un’avventura fallimentare, sembra giunta l’ora di rimettere in discussione anche lo scudo. Almeno questo progetto, senza il consenso di Mosca. Il tentativo di convincere Putin che lo scudo è progettato unicamente contro il pericolo nucleare iraniano e non anche contro la Russia, sono caduti nel vuoto.

Stretto fra la bocciatura al Congresso e l’ostilità del Cremlino, la non-strategia di implementare in modo casuale uno scudo che scudo non è, potrebbe essere un altro cattivo esempio, da parte di Bush, di come scialacquare i soldi dei contribuenti. E si sa che gli americani sono sempre molto sensibili su come si spendono i loro soldi.

Alessio Postiglione

(pubblicato su Notizie Verdi il 29 07 07)

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