Poi dicono che uno si butta a sinistra! Sentenziava Totò. Ma c’è un posto – politico, ovviamente – verso cui conviene buttarsi per vincere le elezioni? O magari, resistendo alla voracità di poltrone che sembra affliggere gli italici politici, c’è un area politica dove valga la pena collocarsi per risolvere i problemi del Paese? L’Italia ha bisogno di più Destra, più Sinistra o più Centro? L’ossessione di buona parte del PCI, in seguito alla scomparsa di PSI e DC a causa di tangentopoli, è stata proiettarsi al centro per vincere le elezioni.
Sembrano lontani i tempi in cui Moretti implorava D’Alema di dire qualche cosa di Sinistra, per poi accontentarsi di qualsiasi cosa, a patto che fosse sensata.
A chi imputa all’operazione PD una certa dose di trasformismo, ma soprattutto la ratio centrista, Veltroni, l’ecumenico e politically correct, se la cava con il famoso “ma anche”. “Fra l’operaio Thyssen e Colannino Jr c’è uno di troppo”, pungola Bertinotti; ma Vetroni, ribaltando l’accusa, sostiene che il valore aggiunto del PD è proprio quello di poter realizzare due interessi diversi, che non si escludono a vicenda. Partiamo allora da queste considerazioni. Una vera vittoria del PD si realizzerà al Centro? Potrà il PD sintetizzare “proletari e padroni”, come si sarebbe detto un tempo?
Il Centro, per Duverger, studioso di ingegneria costituzionale, è, essenzialmente, un non-luogo politico. Non esiste, non c’è, non funziona, è solo un modo per inceppare il sistema. Una combutta di moderati di Sinistra e Destra per fare un pastrocchio al centro e tagliare le ali estreme: e creare, così, una marais che blocca il sistema o, come diceva il costituzionalista, una “democrazia senza popolo”. Ma è altrettanto vero che in tempi di crescita e ricchezza le opzioni politiche si depolarizzano e i partiti fanno la corsa al centro. Percy Allum sostiene che “la logica della competizione elettorale implica la deradicalizzzione ideologica in quanto il partito è costretto ad adeguarsi alla logica del mercato politico”. Ronald Inglehart, da sociologo, spiega che con la crescita economica ed una certa ridistribuzione della ricchezza – possibile attraverso politiche socialdemocratiche, fra l’altro – gli elettori preferiscono politiche “centriste”. Ci si trova in una congiuntura dove le politiche non sono giochi a somma zero. Ci sono risorse tali che possono essere ridistribuite a Colannino e all’operaio; quest’ultimo, di convesso, per far valere i propri interessi, non è più costretto ad un’alta conflittualità. C’è, quindi, un momento in cui – pur essendo vana l’idea di occupare il Centro del sistema – la battaglia si vince verso il Centro e quelle politiche possono rappresentare il bene del Paese perché c’è abbastanza ricchezza per tutti. Ecco che, dopo la Thatcher e Reagan, varie socialdemocrazie hanno incominciato a seguire strade centriste o, addirittura, liberali. I partiti socialdemocratici sono diventati i paladini della stabilità e del monetarismo, come dimostra la scelta dei vari centro-sinistra di incardinare “tecnici” nei dicasteri dell’economia. E’ bastato che Strauss-Khan, nuovo presidente del FMI, plaudesse alla nuova politica dei tassi americana per uscire dalla crisi, che i nuovi difensori dell’ortodossia, i social-monetaristi, rabbrividissero sdegnati. Un parterre di fini liberisti come Giavazzi, Alesina e Zingales ha investito il PD del compito di essere l’aedo del laissez faire, il nuovo mentore dell’economia neoclassica. Proprio venerdì 29, dalla pagine del Corsera, Giavazzi bocciava Tremonti come la ”tentazione protezionista”: è a sinistra che si collocherebbero i liberali.
Se c’è, allora, un trend storico della Sinistra verso il centro, l’operazione Veltroni è giusta? Può funzionare? Crediamo di no. Ora ci si trova in una congiuntura diversa e dare un colpo al cerchio ed uno alla botte sarà difficile. Insomma: fra Colannino e l’operaio Thyssen c’è uno di troppo. In tempi di prosperità la Sinistra può andare verso il Centro, ma in tempi difficili, deve scegliere quali interessi servire, perché non ci saranno abbastanza risorse per accontentare tutti quanti.
Le risorse vanno ridistribuite, ora, fra tre poli: capitale, lavoro e Stato. Veltroni non può ridurre la pressione fiscale, ma anche sostenere i servizi sociali, ma anche dar fiato alle imprese, ma anche liberalizzare, ma anche sostenere chi è travolto dalle ristrutturazioni dell’economia.
Forse al PD tutto questo non interessa e vuole solo vincere le elezioni? Ma, anche qui, la strategia non convince.
In questo momento, un partito di Centro-Sinistra, potrebbe vincere guardando a Sinistra, non al Centro. Gli indizi non mancano.
Le ultime elezioni in Germania, infatti, hanno segnato una grande vittoria della Linke che accresce incredibilmente i suoi consensi, ora, anche nella ex Repubblica Federale Tedesca. Siamo in tempi difficili? Si. Si ripolarizza il sistema ed escono fuori i comunisti extraparlamentari? No. L’idea che i partiti che si posizionano alla sinistra dei socialmonetaristi siano “radicali” non è sempre vera e sembra più legata al desiderio di alcuni di stigmatizzare negativamente chi potrebbe scippare “voti utili”. In questa sede non vogliamo vestire i panni dell’ortodossia sinistrorsa ed accusare Veltroni di non essere di Sinistra: notiamo, solo, come questa operazione verso il Centro possa essere strategicamente inutile.
In tempi difficili, c’è qualcuno che vince e qualcuno che perde; e la pretesa di mettere insieme Colannino e l’operaio è solo demagogica.
Alessio Postiglione
(pubblicato su Notizie Verdi 03/03/08)



























