Politiche

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Berlusconi e gli amori ancillari

Pubblicato da brasseriefoucault su Ottobre 28, 2009

La forza di Berlusconi, si dice, ed egli stesso sostiene, è quella di essere “uno di noi”, un italiano come tanti. Nonostante la realtà delle cose lo ascriva ad un milieu sociale corrispondente alla migliore borghesia meneghina, soprattutto da quando la figlia Marina è entrata in Mediobanca, l’epitome dell’aristocrazia capitalistica italiana, il nostro premier insiste su questa identità popolare e, si direbbe, popolana.

Questa immagine, in realtà, è alimentata da Berlusconi solo attraverso due comportamenti. Proferire boutade, spesso grossolane, come il caso dell’Obama abbronzato attesta, e frequentare persone del popolo, ma solo di sesso femminile.
Berlusconi, infatti, preferisce indubbiamente gli aristocratici a là Licio Gelli ai Meo Patacca ed Arlecchin Batocio; ma quando si tratta di donne, ebbene sì, il Nostro, novello Brighella, opta per le procaci popolane.
Come il Gozzano dell’”Elogio dell’amore ancillare”, Berlusconi preferisce “la cameriste” alle “padrone”. «Gaie figure di decamerone, le cameriste dan, senza tormento, piú sana voluttà che le padrone […]che fa le notti lunghe e i sonni scarsi, non dopo voluttà l’anima triste: ma un più sereno e maschio sollazzarsi».
Soprattutto nell’eros, Berlusconi, come Gozzano, dice: “Lodo l’amore delle cameriste!”.jean-august-dominique-ingres-turkish-bath-1863

E’ indubbio, infatti, che questo popolo di escort, ninfette e ragazze immagine provenga in gran parte da un ambiente sociale molto distante da San Babila e Montenapoleone.
Paradosso della geografia – per un premier alleato della Lega -, Berlusconi fugge i salotti milanesi non per Quarto Oggiaro, ma per la Secondigliano o la Casoria di Noemi Letizia.
Ma queste frequentazioni, in realtà, non sono le prove della democraticità popolare di Berlusconi ma, proprio come nella concezione piccolo borghese di Gozzano, svelano la natura dei rapporti con il popolo che Berlusconi intrattiene. Una natura che si ispira al paternalismo e al dominio; in ultima istanza, anche sessuale. Un’epitome postmoderna dell’amore ancillare. L’elogio degli amori ancillari di Guido Gozzano è, infatti, la massima teorizzazione poetica del rapporto d’amore piccolo borghese, imperniato non sul confronto fra pari ma sul dominio incontrastato del maschio sulla femmina. La letteratura è piena di dotti e vecchi nobil’uomini che preferiscono donne giovani e incolte, con le quali ricostruire un rapporto quasi di servaggio, dove la donna venera la cultura e l’esperienza maschile. Un rapporto dove l’uomo, in ultima istanza, plasma e crea la propria compagna, come nel Pigmalione di Ovidio o di George Bernard Shaw.

Proprio il caso della Briseide di Ovidio incarna questo ideale dell’amor servile che potremmo contrapporre all’amor coniugale, cioè paritetico, rappresentato da Penelope o Laodamia. Ma il sogno erotico piccolo borghese del nostro premier, evidentemente, non include una relazione di confronto paritetico, ad esempio, con una bella figlia di quella borghesia meneghina colta alla quale Berlusconi in linea di principio appartiene.
Una intellettuale non venererebbe il premier come se questi fosse Henry Higgins, il professore inglese protagonista del Pigmalione di Shaw, riverito dalla popolana fioraia Eliza Doolittle. 
I festini della D’Addario, d’altronde, pennellano interni orientaleggianti e dionisiaci, dove al posto delle geishe musicanti abbiamo geishe auscultanti e un’Apicella cantore, con flauto di Pan; mentre i video mandano in onda le gesta di Berlusconi fra l’ammirazione delle ancelle.
Se le indagini lo confermeranno, il nostro premier avrà cercato di spacciare, forse inconsapevolmente, la sua bramosia di dominio, anche sessuale, del popolo per la riprova della sua filantropia. Mentre quello che sta emergendo è, ancora una volta, una concezione fortemente misogina. E mentre le ninfette venerano il totem fallocratico, Apicella suona Malafemmena.

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L’accordo su South Stream affossa la politica energetica europea

Pubblicato da brasseriefoucault su Agosto 7, 2009

Dopo l’accordo Turchia-Russia per il nuovo gasdotto South Stream di giovedì 6, il gasdotto Nabucco, appoggiato dell’Unione Europea, è sempre più in bilico.

Intanto, parte dell’opinione pubblica e della stampa italiana non hanno trovato di meglio da fare che disquisire sul ruolo importante, a detta di alcuni, o secondario, a detta di altri, del nostro premier Silvio Berlusconi, nel patto fra Putin ed Erdogan. Si dà, infatti, per scontato che l’accordo su South Stream sia una cosa buona; ma, nei fatti, non è così. Il progetto South Stream è stato, d’altronde, escogitato dai russi con un solo, semplice, obiettivo. Rafforzare il proprio monopolio energetico nei riguardi dell’Europa e bypassare la riottosa Ucraina che, come la recente guerra del gas dimostrava, ha rappresentato, fin’ora, per Mosca, una gatta da pelare.putin-erdogan1

L’Ucraina, infatti, è il Paese per il quale i vecchi gasdotti dovevano passare per alimentare il mercato europeo. Ora, con South Stream, il gas passerà altrove. La costruzione di una nuova pipeline con il conseguente rafforzarsi della posizione di Mosca, d’altronde, preoccupava l’Unione Europea. Bruxelles puntava a ridurre la dipendenza energetica di Eurolandia dalla Russia con due strategie. Sviluppo delle fonti di energia pulita (e graduale adozione di sistemi di trasporto pubblico elettrici o a biomasse) e costruzione di un’altra pipeline, Nabucco, che dalle regioni caspiche arrivasse in Europa, senza passare per Mosca.

Purtroppo Nabucco ha subito dei ritardi a causa, fra l’altro, della guerra russo-georgiana (ancora la longa manus di Mosca?) e, ora, South Stream potrebbe fare le scarpe a Nabucco definitivamente. Ma se la Russia gioisce (e Bruxelles piange) cosa hanno da guadagnare Italia e Turchia? Tralasciamo, per ora, il paradosso che il nostro Paese – a parole strafiloeuropeista – sulle questioni energetiche assuma una posizione filorussa. Potrebbe essere realpolitik. Se l’Italia ci guadagnasse. Ma così proprio non è.

Di sicuro ci guadagna Eni. La posizione italiana è un caso da manuale, da teoria dei giochi: dove i comportamenti razionali individuali di breve durata hanno esiti collettivi catastrofici, nella lunga durata. Eni, infatti, è diventata un partner strategico di Gazprom e della Russia, là dove lo Stato italiano dovrebbe perseguire una politica di emancipazione di Eurolandia dal giogo energetico russo.
Mosca, la terza Roma, invece, pratica il dividi et impera attraverso la sottoscrizione di accordi separati con alcuni Paesi, come l’Italia. Nel progetto South Stream, infatti, c’è Eni e l’Italia sa che “l’amico Putin” ci praticherà dei trattamenti di favore. Anche se l’interesse strategico unitario dell’Europa (e, quindi, anche dell’Italia) sarebbe, in realtà, in contrapposizione agli interessi energetici di Mosca.

Ma il nostro governo è scatenato: ha già, infatti, portato Gazprom pure in Libia (dove Eni ha dei pozzi importantissimi). Con la drammatica conseguenza che la Russia ha praticamente circondato l’Europa. Mentre alcuni nostri media, purtroppo, pontificano sui successi italiani. Ma sono i successi di Scaroni, in vero. L’amministratore delegato di Eni, d’altronde, ha rapporti di rilievo con l’establishment russo. Ma vale la pena ricordare che, da un lato, questo establishment è oggetto di inchieste giudiziarie per reati fiscali e non solo (vedi caso Yukos), dall’altro lo stesso Scaroni – dipinto dai media come un prode capitano d’industria: siede nel consiglio di amministrazione del Sole 24, infatti – è un vecchio boiardo di Stato, non certo dal curriculum immacolato.
Scaroni, vecchio socialista e cugino della Boniver, è stato condannato e ha patteggiato nell’ambito delle tangenti PSI- Techint nel 1996: e nel 2006 è stato nuovamente condannato per l’inquinamento de delta del Po nel caso di Porto Tolle. Il governo italiano, in definitiva, confonde gli interessi di Eni con quelli del Paese.
Ed Crooks, dalle pagine del Financial Times, ha d’altronde sostenuto che gli interessi di South Stream spingeranno i contraenti a consumare gas piuttosto che ad investire sulle rinnovabili (che era l’opzione che si accompagnava a Nabucco). Grazie all’amico Putin, saremo liberi di consumare ed inquinare. Fantastico.

Infine, la Turchia: cosa ci guadagna? Ankara non entra direttamente in South Stream ma ha spuntato il sì di Mosca al nuovo oleodotto Samsun-Ceyhan che collegherà il Mar Nero al Mar Mediterraneo. Ma, probabilmente, non è questa la mossa più interessante di Ankara. Erdogan, solo un mese fa, aveva firmato con Bruxelles per Nabucco, in quanto anche quest’altra pipeline passerebbe per la Turchia. L’accordo con Mosca, per Ankara, è un messaggio all’Europa. La Turchia, infatti, vuole entrare nella UE. Ma sa che, nonostante il favore dell’establishment di Bruxelles e dell’America (in chiave antirussa: Ankara è fra i Paesi che hanno dato vita alla Nato, d’altronde), molti governi (Francia ed Italia, ad esempio) sono contrari. Se l’Europa vuole emanciparsi dalla Russia, dovrà accogliere la Turchia nella UE. Ma soprattutto dovrà implementare una politica energetica che non consenta agli Stati nazionali di fare i “battitori liberi”.

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Obama spende, Berlusconi taglia

Pubblicato da brasseriefoucault su Febbraio 3, 2009

Mentre l’America di Obama vira verso un approccio neokeynesiano, il governo Berlusconi taglia e propone una fiscalità regressiva; i soldi ai gruppi industriali del Nord verranno presi dai fondi europei, destinati in gran parte a Sud e lavoratori.

Sud e povertà sono i grandi assenti nell’approccio politico macroeconomico di questo governo: come, purtroppo, di molti altri governi precedenti. Né misure straordinarie anticrisi o la social card – di carattere contingente – sembrano capaci di incidere su questo trend che è, invece, sistemico.tremonti

In Italia l’aumento della povertà sembra essere incontrovertibilmente legato all’adozione di politiche liberiste. L’irrigidimento del patto di stabilità adottato da Berlusconi, in questo momento, non sembra essere la buona cura per un malato, l’Italia, che è grave.
Il recente rapporto OCSE Growing Unequal? del 2008 è un’anamnesi precisa.

Tra i 30 paesi OCSE, oggi l’Italia ha il sesto più grande gap tra ricchi e poveri.
Redditi da lavoro, capitale e risparmi sono diventati il 33% più diseguali a partire dalla metà degli anni ottanta.
Il nostro Paese ha registrato il più elevato aumento nei paesi OCSE, dove l’aumento medio é stato del 12%.
La polarizzazione fra ricchi e poveri ha “sterminato” la classe media.

Il reddito medio del 10% degli Italiani più poveri è, infatti, di circa 5.000 dollari sotto la media OCSE mentre il reddito medio del 10% più ricco é di circa 55.000 dollari.
I ricchi sono diventati ricchissimi, i poveri poverissimi: in un contesto dove il 10% più ricco detiene circa il 42% del valore netto totale.
Dal sogno della borghesizzazione del proletariato immaginato dal riformismo degli anni Settanta, si è giunti alla proletarizzazione della classe media (ne parlava in quegli anni un marxista come Olin Wright, ma è meglio non infierire…).
La realtà che registra il citato rapporto OCSE dimostra che questi cambiamenti sono partiti negli anni 80, passando per le grandi dismissioni pubbliche dei primi anni Novanta: dei governi dei tecnici, Ciampi, Dini, Amato.

I governi dei sacrifici per ridurre il debito pubblico, fondamentale per l’allora costituenda moneta unica.
In quella fase, l’Europa si trovava in una grande crisi di competitività. Una serie di analisti – che allora rappresentavano il pensiero egemonico espresso da FMI, BCE, WTO – individuò presto le cause del problema: Stato e Lavoro.
Da un lato, per gli economisti public choice, bisognava tagliare sul welfare state keynesiano, costoso ed ipertrofico; dall’altro, erano i lavoratori che dovevano sostenere i costi di ristrutturazione dell’economia: non si poteva intaccare il Capitale che, invece, doveva trainare un nuovo sviluppo magari portando più in là i confini della tecnologia disponibile.
Il primo attacco ai lavoratori passò per l’abolizione della scala mobile. Ma questo nuovo liberismo, apostrofato dai critici “pensiero unico”, recava in sé fortissime energie vitali. Gli economisti public choice, infatti, non postulavano semplicemente che il mercato fosse più efficiente rispetto allo Stato ma – entrando nella riserva di caccia dei socialisti – che era anche più equo.

Erano le classi più svantaggiate, infatti, a pagare i disservizi della pubblica amministrazione, non i borghesi.
Il mercato, allocando in modo ottimale le risorse e riducendo gli sprechi, avrebbe prodotto tariffe anche più basse di quelle pubbliche, determinatesi in un regime di monopolio. Le public utilities erano inefficienti e costose perché – secondo i sostenitori delle privatizzazioni – i politici sono strutturalmente interessati alle poltrone o alla creazione del consenso. Via, dunque, alla concorrenza: e alla istituzione di mercati artificiali, in contesti dove Adam Smith non avrebbe mai potuto immaginare l’adozione di strumenti “a mano invisibile”.
Nasce il welfare market, si privatizzano ferrovie, linee telefoniche, autostrade – quello che per il liberalismo classico sono monopoli naturali – : in prospettiva, si devono privatizzare tutti i servizi pubblici, anche l’acqua.

Avevano ragione o torto questi liberisti? La crescita c’è anche stata. Ma, nella lunga distanza, bisogna concludere che questo approccio – per cui il mercato doveva sopperire ai fallimenti dello Stato – ha fallito esso stesso. Almeno su di un punto. L’equità.
La pretesa di questo “liberalismo di sinistra” – per citare due autorevoli esponenti di questa corrente, Alesina e Giavazzi – di essere non solo più efficiente ma più equo si è dimostrata errata. La forbice fra i redditi aumenta e i poveri stanno peggio. Anzi: il ceto medio scompare.
Di fronte a questa parziale ammissione dell’insuccesso del neoliberismo, e per uscire dalla crisi, Obama rilancia una grande programma di interventi keynesiano: con investimenti pubblici e nuovi posti di lavoro.
Il mantra della riduzione del debito pubblico – messo in discussione dalla stessa Ue che aveva contribuito a farne un vero e proprio simulacro – vacilla. Si torna a parlare di stabilizzazione del debito e “mano pubblica”. Di fronte a questo cambiamento, il nostro governo – dove il colbertista Tremonti si pregiava di essere un keynesiano ed ex socialista – che fa? Poco.
Si irrigidisce il patto di stabilità dei comuni, mentre il presidente Anci ammonisce che l’80% degli enti locali sforerà.
Ciliegina sulla torta: il piccolo programma d’interventi anticrisi viene e verrà finanziato dal Fas (Fondo aree sottoutilizzate) – destinato soprattutto al Meridione – e dai Fondi strutturali, che alimentano i Programmi Operativi Regionali. Due piccioni con una fava. Si levano soldi al disastrato Sud e si impedisce alle Regioni di sostenere quel poco di welfare che ci rimaneva.

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Berlusconi – Vezzali e la politica dell’Eros

Pubblicato da brasseriefoucault su Settembre 19, 2008

Le femministe devono farsene una ragione. Il patriarca piace alle ragazzine. Come non vedere negli occhi della Vezzali un irresistibile fremito erotico mentre sibila a Berlusconi “da lei mi farei toccare”, nonostante tutte le smentite della giovane poliziotta intenta a convincerci che si è trattato solo di un malinteso? Gli occhi le si accendevano di desiderio mentre, timorosa, indietreggiava di fronte ad un premier fisicamente basso, ma simbolicamente vigoroso ed imponente come in una arcaica falloforia. Esagero? Forse. Ma la battuta dell’atleta olimpica è un’ulteriore dimostrazione della capacità di Berlusconi di innovare il linguaggio come nessun altro. E di trasformare la sua neolingua nel senso comune. Adoperata dagli altri.

La Vezzali, infatti, non lo sa: ma ha parlato il Berluskonese.

La lingua e le parole, secondo l’ipotesi Sapir-Whorf, influenzano anche la nostra facoltà di pensare il mondo e lo sanno bene le femministe americane che hanno posto questo problema come un aspetto centrale nella lotta contro le discriminazioni di genere. Berlusconi, d’altronde, ha fatto della sua azione palingenetica e rinnovatrice un carattere fondamentale del suo impegno politico: e questo impegno si è manifestato anche nella lingua.

Il cavaliere ha saldato compiutamente e meglio di altri la politica allo sport e al maschilismo. La sua è stata una “discesa in campo”, affianco alla sua “squadra” di “azzurri” per salvare l’Italia.
La società occidentale, già dalla Grecia arcaica, accoppiava simbolicamente lo sport alla guerra che – come ci ricorda l’amara definizione di Von Clausewitz per la quale “la guerra è la continuazione della politica con altri mezzi” – era consustanziale alla politica.
La forza fisica era forza atletica e militare e, quindi, politica. Nelle comunità arcaiche contrassegnate dalla fragilità della vita, la forza, era prerequisito per il bios (la vita) e la cifra della virilità (da vis, forza).
Ci ricorda, d’altronde, Sergio Dagradi che “da un punto di vista psicoanalitico, lo sviluppo della capacità di eccitare e controllare l’energia vitale è parallela all’elaborazione di forme sociali di amministrazione dell’angoscia in presenza della morte […]: l’origine e lo sviluppo dello sport si è accompagnato, conseguentemente, al sorgere di ritualità sociali volte a rafforzare appunto i meccanismi di difesa individuali dinnanzi all’ansia psicotica generata dalla presenza della morte”.
Non deve stupire, quindi, se l’hooligan allo stadio riproduce una simbologia di morte, violenza e guerra simulata e tutto questo si accompagni ad un tentativo di politicizzazione della cultura ultras. E’ dal Novecento, d’altronde, che si assiste ad un uso politico dello sport utilizzato come canale d’espressione del nazionalismo. L’ossessione delle grandi nazioni militari di essere anche grandi nazioni di atleti è lì a dimostrarlo. Basta leggersi il medagliere olimpico che riproduce fedelmente le capacità militari dei Paesi.

La forza di Berlusconi è quella di esplicitare, fondere, strumentalizzare pulsioni psicanalitiche, linguistiche e sociali e dare loro forma concreta nella sua Weltanshaung; ma sarebbe meglio dire “vision”, con termine aziendalista.

Il nostro premier non inventa niente; i capi carismatici si fanno riprendere a torso nudo a trebbiare il grano. E le cronache scandalistiche sono piene di riferimenti al fisico scultoreo di Aznar. Ma è il modo in cui tutto questo viene proposto da Berlusconi ad essere assolutamente innovativo.

Il nostro premier è forte, atletico e giovane: è il team leader born to win, come riconosce la Vezzali quando dice “l’Italia ha bisogno di persone come lei e come me che tutti i giorni si allenano con fatica per raggiungere la vittoria”, rafforzando l’analogia atleta/politico. E’ anche maschio e sciupafemmine. Scatta, dribbla, fra un complimento alla Carfagna ed uno alla Merkel.

Il duce era famoso per essere focoso. E di ogni re sono note le amanti. Ma solo Berlusconi instilla nel discorso pubblico gocce di eros, complimenti e sguardi languidi. Portando Veronica Lario a rendere pubblica la sua riprovazione. I confini fra privato e pubblico sono scomparsi.

C’è poco da fare: il nostro premier ha già toccato e vinto la Vezzali. Il suo “nuovo miracolo italiano” è questo. Ci ha convinti che è bello, giovane, forte ed atletico. Oltre che potente.

(pubblicato su Notizie Verdi)

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Ambiguità, politiche e biocarburanti

Pubblicato da brasseriefoucault su Luglio 11, 2008

La strada che conduce all’inferno è lastricata di buone intenzioni, dicono gli inglesi. E la politica non fa eccezione. Il ruolo giocato dai biocarburanti – che a questo punto si potrebbero benissimo ribattezzare tanatocarburanti – nella recente biocarburanti sembra essere un buon esempio.
La faccenda ci consente di sostenere come l’ambiguità delle politiche possa dispiegare effetti assolutamente contrari alle premesse di partenza. E, là dove l’ambiguità è voluta, ciò è possibile attraverso la machiavellica capacità dei decisori di manipolare il capitale simbolico dei gruppi di pressione di opposizione. Facciamo il punto. Come già sostenuto su queste pagine, l’amministrazione americana aveva avuto un’inaspettata svolta verde. Basta petrolio, guerre per il petrolio, eccetera. Puntiamo sui carburanti ecologici per sottrarci al ricatto degli Stati canaglia produttori di greggio. Un buon modo per quadrare il cerchio fra le esigenze di realpolitik, la riduzione dell’inquinamento legata ai combustibili fossili, soddisfare un’opinione pubblica sensibile alle tematiche verdi.

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Oggi, ahinoi, nel valutare gli effetti di queste misure, ci accorgiamo che gli obiettivi sono stati assolutamente disattesi, al meno per quanto riguarda gli aspetti che erano stati patrocinati dai gruppi progressisti ed ambientalisti. Il recente aumento nella produzione di biocarburanti è, infatti, una concausa della crisi dell’aumento del prezzo del cibo. La riconversione di terre destinate alla produzione agricola alla produzione di biofuel ha ingenerato una riduzione dell’offerta della materia prima ed un aumento del prezzo del bene finale.
Ma il gioco non è semplicemente “ambiente Vs poveri”, come già successo altre volte nelle relazioni internazionali fra Stati eco sensibili perché ricchi e i Paesi di più recente industrializzazione pronti a devastare l’ambiente pur di veder migliorare le proprie condizioni di vita. Vari studi stanno evidenziando come il ciclo totale di produzione dei biocarburanti attualmente in uso generi più gas serra rispetto ai combustibili fossili. Le colture utilizzate per il biofuel, infatti, assorbono meno CO2 rispetto le altre coltivazioni che rimpiazzano. Insomma, una politica che doveva essere ambientalista e progressista si svela regressiva ed inquinante. Come è possibile? Grazie all’intrinseca ambiguità delle politiche.
Lungo l’iter decisionale, gli attori impegnati nel policy making possono manipolare il provvedimento a vari livelli fino a cambiarne sostanzialmente la natura, grazie ad una ambiguità politica che, lungi dall’essere avversata dalla classe dirigente, è incoraggiata, anche se “sotto banco”. I politici, in genere, hanno due obiettivi: mantenere la poltrona il più a lungo possibile ed implementare le politiche che favoriscano il gruppo d’interesse di cui sono espressione.
Sono, quindi, a loro agio in un ambiente decisionale fumoso che consenta loro di approvare provvedimenti che poco o nulla hanno a che fare con “il bene comune” e che renda impossibile una chiara imputazione delle responsabilità da parte dell’opinione pubblica che, da parte sua, si trova in una chiara situazione di asimmetria informativa cronica.

Venendo all’Italia, un buon esempio è proprio il decreto sicurezza, dove Berlusconi ha cercato di infilare norme ad personam per risolvere i suoi guai giudiziari.
Il caso del biocarburante, però, ci dice di più. Bush è riuscito a manipolare un capitale simbolico ambientalista e di sinistra per raggiungere obiettivi di segno completamente opposto. Partiamo da Bush perché il cuore della crisi è negli States. Gli Stati Uniti sono il più grande produttore globale di biocarburanti, quindi, a meno che l’amministrazione attuale non inverta la rotta, nulla o poco cambierà sul prezzo del cibo. Ma se ora l’appoggio dei progressisti e degli ambientalisti è venuto meno, l’opzione biofuel ha già saldato le file dei soli veri beneficiari.

Ed il nulla di fatto raggiunto nell’ultimo G8 sul prezzo del cibo ne è la prova. Per l’UE e l’America i sussidi pubblici per il biofuel non sono stati altro che una distorsione di mercato per proteggere il settore agricolo dei Paesi industrializzati. Una politica che, notoriamente, danneggia i Paesi del Sud del mondo e che molte lobby occidentali perseguono grazie all’ambiguità politica. Una strategia che potremmo riassumere nel principio secondo il quale va praticato il liberismo solo nei settori dove siamo forti ed il protezionismo in tutti gli altri. Non c’è nulla di male che i governi perseguano interessi di parte. Ma, per cortesia: smettiamola con la menzogna dei politici di destra che fanno politiche progressiste ed ambientaliste.

Alessio Postiglione
pubblicato su Notizie Verdi

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