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Obama spende, Berlusconi taglia

Pubblicato da brasseriefoucault su Febbraio 3, 2009

Mentre l’America di Obama vira verso un approccio neokeynesiano, il governo Berlusconi taglia e propone una fiscalità regressiva; i soldi ai gruppi industriali del Nord verranno presi dai fondi europei, destinati in gran parte a Sud e lavoratori.

Sud e povertà sono i grandi assenti nell’approccio politico macroeconomico di questo governo: come, purtroppo, di molti altri governi precedenti. Né misure straordinarie anticrisi o la social card – di carattere contingente – sembrano capaci di incidere su questo trend che è, invece, sistemico.tremonti

In Italia l’aumento della povertà sembra essere incontrovertibilmente legato all’adozione di politiche liberiste. L’irrigidimento del patto di stabilità adottato da Berlusconi, in questo momento, non sembra essere la buona cura per un malato, l’Italia, che è grave.
Il recente rapporto OCSE Growing Unequal? del 2008 è un’anamnesi precisa.

Tra i 30 paesi OCSE, oggi l’Italia ha il sesto più grande gap tra ricchi e poveri.
Redditi da lavoro, capitale e risparmi sono diventati il 33% più diseguali a partire dalla metà degli anni ottanta.
Il nostro Paese ha registrato il più elevato aumento nei paesi OCSE, dove l’aumento medio é stato del 12%.
La polarizzazione fra ricchi e poveri ha “sterminato” la classe media.

Il reddito medio del 10% degli Italiani più poveri è, infatti, di circa 5.000 dollari sotto la media OCSE mentre il reddito medio del 10% più ricco é di circa 55.000 dollari.
I ricchi sono diventati ricchissimi, i poveri poverissimi: in un contesto dove il 10% più ricco detiene circa il 42% del valore netto totale.
Dal sogno della borghesizzazione del proletariato immaginato dal riformismo degli anni Settanta, si è giunti alla proletarizzazione della classe media (ne parlava in quegli anni un marxista come Olin Wright, ma è meglio non infierire…).
La realtà che registra il citato rapporto OCSE dimostra che questi cambiamenti sono partiti negli anni 80, passando per le grandi dismissioni pubbliche dei primi anni Novanta: dei governi dei tecnici, Ciampi, Dini, Amato.

I governi dei sacrifici per ridurre il debito pubblico, fondamentale per l’allora costituenda moneta unica.
In quella fase, l’Europa si trovava in una grande crisi di competitività. Una serie di analisti – che allora rappresentavano il pensiero egemonico espresso da FMI, BCE, WTO – individuò presto le cause del problema: Stato e Lavoro.
Da un lato, per gli economisti public choice, bisognava tagliare sul welfare state keynesiano, costoso ed ipertrofico; dall’altro, erano i lavoratori che dovevano sostenere i costi di ristrutturazione dell’economia: non si poteva intaccare il Capitale che, invece, doveva trainare un nuovo sviluppo magari portando più in là i confini della tecnologia disponibile.
Il primo attacco ai lavoratori passò per l’abolizione della scala mobile. Ma questo nuovo liberismo, apostrofato dai critici “pensiero unico”, recava in sé fortissime energie vitali. Gli economisti public choice, infatti, non postulavano semplicemente che il mercato fosse più efficiente rispetto allo Stato ma – entrando nella riserva di caccia dei socialisti – che era anche più equo.

Erano le classi più svantaggiate, infatti, a pagare i disservizi della pubblica amministrazione, non i borghesi.
Il mercato, allocando in modo ottimale le risorse e riducendo gli sprechi, avrebbe prodotto tariffe anche più basse di quelle pubbliche, determinatesi in un regime di monopolio. Le public utilities erano inefficienti e costose perché – secondo i sostenitori delle privatizzazioni – i politici sono strutturalmente interessati alle poltrone o alla creazione del consenso. Via, dunque, alla concorrenza: e alla istituzione di mercati artificiali, in contesti dove Adam Smith non avrebbe mai potuto immaginare l’adozione di strumenti “a mano invisibile”.
Nasce il welfare market, si privatizzano ferrovie, linee telefoniche, autostrade – quello che per il liberalismo classico sono monopoli naturali – : in prospettiva, si devono privatizzare tutti i servizi pubblici, anche l’acqua.

Avevano ragione o torto questi liberisti? La crescita c’è anche stata. Ma, nella lunga distanza, bisogna concludere che questo approccio – per cui il mercato doveva sopperire ai fallimenti dello Stato – ha fallito esso stesso. Almeno su di un punto. L’equità.
La pretesa di questo “liberalismo di sinistra” – per citare due autorevoli esponenti di questa corrente, Alesina e Giavazzi – di essere non solo più efficiente ma più equo si è dimostrata errata. La forbice fra i redditi aumenta e i poveri stanno peggio. Anzi: il ceto medio scompare.
Di fronte a questa parziale ammissione dell’insuccesso del neoliberismo, e per uscire dalla crisi, Obama rilancia una grande programma di interventi keynesiano: con investimenti pubblici e nuovi posti di lavoro.
Il mantra della riduzione del debito pubblico – messo in discussione dalla stessa Ue che aveva contribuito a farne un vero e proprio simulacro – vacilla. Si torna a parlare di stabilizzazione del debito e “mano pubblica”. Di fronte a questo cambiamento, il nostro governo – dove il colbertista Tremonti si pregiava di essere un keynesiano ed ex socialista – che fa? Poco.
Si irrigidisce il patto di stabilità dei comuni, mentre il presidente Anci ammonisce che l’80% degli enti locali sforerà.
Ciliegina sulla torta: il piccolo programma d’interventi anticrisi viene e verrà finanziato dal Fas (Fondo aree sottoutilizzate) – destinato soprattutto al Meridione – e dai Fondi strutturali, che alimentano i Programmi Operativi Regionali. Due piccioni con una fava. Si levano soldi al disastrato Sud e si impedisce alle Regioni di sostenere quel poco di welfare che ci rimaneva.

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Finanziaria snella, i conti della Ragioneria Generale dello Stato

Pubblicato da brasseriefoucault su Novembre 14, 2008

La Ragioneria dello Stato fa i conti e presenta il Rapporto. Economia, Ambiente e Mezzogiorno i più colpiti dal decreto 112.

Il Rapporto della Ragioneria Generale dello Stato, rielaborato dall’Ufficio studi della Camera, ha presentato, lo scorso 30 settembre, i conti della nuova manovra triennale, secondo quanto contemplato dal decreto legge 112/2008, all’articolo 60.

Dal Rapporto emergono pesanti tagli, in primis per il ministero dell’Economia. A seguire abbiamo il ministero dello Sviluppo economico – 23% in meno – e Ambiente – meno 18% -; grazie al lavoro della Ragioneria è possibile stimare la portata stessa del decreto che, per la prima volta nella storia della Repubblica, anticipa la legge Finanziaria ed inaugura una nuova gestione governativa della contabilità tramite la decretazione d’urgenza.

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Le misure della “finanziaria snella” sono severe e non riguardano direttamente i ministeri, ma le “missioni di spesa” che rappresentano le “funzioni principali e gli obiettivi strategici” della spesa pubblica e che si ripercuotono, indirettamente, sui singoli dicasteri. In pratica, le misure sono trasversali ai ministeri e una misura può riguardare più portafogli e viceversa. Mentre le missioni sono divise per “programmi” che, di norma, si riferiscono ad un solo dicastero.

Per quanto riguarda i ministeri, la scure si abbatte soprattutto per lo Sviluppo: 2.835 milioni di euro in meno, una riduzione del 22,7% rispetto alle dotazioni precedenti la “finanziaria snella”: il ministero di Scajola è quello che si occupa del Mezzogiorno, fra l’altro. Nella classifica dei tagli, l’Ambiente, al secondo posto, sconterà una riduzione delle risorse per 276 milioni.
Per il ministero della Difesa c’è un taglio della dotazione finanziaria di 961 milioni in valore assoluto. 771 milioni in meno sono previsti per l’Istruzione, 569 per il Lavoro e 330 per gli Esteri.

Analizzando le contrazioni di risorse previste per missione, scopriamo che “agricoltura e pesca” prevede meno 20,6 %, “energie e fonti energetiche” meno 11, “sviluppo e riequilibrio territoriale” meno 27,5, “turismo” meno 32, “diritto alla mobilità” meno 17, “commercio internazionale” meno 21.

Ma i tagli cosa riguarderanno? Stipendi, assegni, pensioni e altre spese fisse non verranno toccati. Sicuramente si procederà verso una riduzione della pianta organica della Pa. E, a seconda dei casi, diverso sarà l’effetto finale del taglio della misura di spesa.

“Sviluppo sostenibile e tutela della flauna e flora” passa da 1,4 miliardi di euro ad 1,1, mentre la voce “interventi di demolizione di manufatti abusivi perde circa 2,1 miliardi”.

I ministeri, nel rispetto dell’invarianza dei saldi, potranno comunque rimodulare i fondi all’interno dei programmi. Il decreto, infatti, rimanda al progetto di bilancio annuale e pluriennale dello Stato “la rimodulazione tra spese di funzionamento e spese per interventi previsti dalla legge”. Ma solo nel limite massimo del 10 per cento. Flessibilità, dunque, ma non troppo. I conti li ha fatti il governo: per tutti.

Lo strano federalismo di un Governo in perenne “stato d’urgenza”.

Il Rapporto della Ragioneria Generale dello Stato svela in un sol colpo cosa intenda l’attuale governo per federalismo fiscale e quale sia la propria agenda ambientale.
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Il grande politologo Harold Lasswell diceva che per capire le politiche pubbliche basta rispondere alla domanda “who gets what, when and how”.
La risposta ce la dà la Ragioneria: Ambiente e Sud (chi) ci rimettono i soldi (what), ora ed in modo crescente per i prossimi tre anni (when), e la decisione non è passata per il Parlamento ma è stata fatta “dall’alto” dall’Esecutivo (how).
Chi perde di più sono proprio il ministero dell’Ambiente e dello Sviluppo Economico, oltre al dicastero dell’Economia.

Inaccettabile, poi, è l’uso improprio della decretazione d’urgenza: la pecca non è nuova; anche i governi Prodi hanno ricorso al decreto senza che vi fossero i requisiti di “necessità ed urgenza”, previsti dalla Costituzione. Ma nel caso della “finanziaria snella”, il decreto è stato addirittura utilizzato al posto od anticipando la legge Finanziaria. Vale la pena precisare una cosa.

I governi moderni abbisognano di esecutivi più forti; il sistema parlamentare “classico” – dove alle Camere spetta la potestà normativa e all’Esecutivo solo quella regolamentare – è, oggigiorno, improponibile. Ciò non di meno, i decreti non si possono utilizzare ad libitum.

La Corte costituzionale italiana, con le sentenze n. 171/2007 e n. 128/2008, ha affermato che il difetto dei requisiti di necessità ed urgenza si traduce in un vizio in procedendo della relativa legge di conversione. La “evidente mancanza” è, invece, sindacabile dalla Consulta anche dopo l’avvenuta conversione del decreto. Nonostante, quindi, la Costituzione materiale si evolva verso un sistema dove la potestà normativa dell’Esecutivo si rafforza, governare per decreto, nel nostro sistema, non è possibile. Se si vogliono cambiare le regole, ciò va fatto secondo la procedura rafforzata di revisione della Costituzione. E anche in questo caso, è difficile immaginare “leggi governative finanziarie”. Chi ha applaudito alla “finanziaria snella” come prova di decisionismo dell’esecutivo, lo sa che nel Paese col sistema presidenziale par excellence, gli Stati Uniti, il potere di approvazione del bilancio è del Congresso?

AP (pubblicato su Notizie Verdi)

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Una vittoria populista che chiede redistribuzione

Pubblicato da brasseriefoucault su Aprile 17, 2008

La vittoria elettorale di Berlusconi passerà alla storia come la tornata elettorale che ha azzerato alcune fra le più significative forze politiche protagoniste del Novecento: sinistra, comunisti e socialisti. Inoltre spariscono dal parlamento i Verdi, alfieri di quel movimento dei diritti di nuova generazione che dovevano rappresentare l’essenza della politica post ideologie. Insomma, in una sola botta si chiudono i conti sia col Novecento che con la postmodernità? E’ ovvio che le stesse categorie attraverso le quali pensiamo la politica hanno bisogno di essere ristrutturate. Ciò non di meno il responso delle urne indica la vittoria di una coalizione che ha saldato, in un solo magma populista, redistribuzione e statalismo, o meglio una nuova forma di statalismo, più leggero e più interventista. Un Pdl di sinistra? Assolutamente no; proprio perché non ha più senso leggere la realtà con queste categorie. Partiamo da questo dato, però: il Pd non ha sfondato al centro. I voti raccolti sono stati vampirizzati alla Sa. Questo, stranamente, non significa che il programma politico di Pd e Sa siano intercambiabili, seppur non incompatibili, come il progetto prodiano voleva dimostrare. Ciò non di meno le culture politiche si trasformano drasticamente.

In questi ultimi anni si è assistito ad una mutazione antropologica dei partiti in Italia. Non è una novità: quando il keynesismo – cioè l’idea che lo Stato debba spendere per sostenere la domanda ed intervenire pesantemente nel mercato per correggerne i difetti – era in auge, anche le varie destre diventavano “più di sinistra” e la forza della destra liberale era prettamente simbolica, limitata all’azione di piccoli partiti d’opinione come il Pli. Fra anni 80 e 90, a partire dai governi Thatcher e Reagan, passando dalle esperienze riformatrici di Craxi e di Ciampi, il vento della politica europea aveva preso a soffiare a destra, o meglio in direzione del liberalismo. I seguaci di Hayek, letteralmente messi alla porta precedentemente, riconquistavano i posti più prestigiosi nei think tank. La caduta dell’URSS accelerava questi processi. Questo nuovo vento politico, però, non significava semplicemente la vittoria dei partiti liberali, di destra, dei repubblicani. Il liberalismo, nel senso del rigorismo monetarista, diventava il “pensiero forte”, egemonico, presso la Banca centrale europea e in molti partiti di centro-sinistra in Europa, incluso il Pds. Anzi, da semplice corrente del Pds, diventava infine maggioritario nei Ds ed anche del Pd. Anche se il prodismo significava mettere su un’alleanza che dai liberali includeva i comunisti, lo stesso Prodi era ed è esponente di quella tecnocrazia monetarista che ha fatto dell’intoccabilità del Patto di Stabilità e dell’euro il proprio mantra. La scelta, infatti, dei vari centro-sinistra italiani di incardinare nei ministeri economici i “tecnici” non è altro che un’ulteriore affermazione di questa ideologia che vuole blindare il mercato dalla politica. Mentre il centro-sinistra assorbiva il monetarismo, anche la destra mutava. Populismo e antipolitica sono i tratti distintivi di Berlusconi, sin dall’esordio. Si è passati dall’analisi liberale di Reagan che diceva “Lo Stato non è la soluzione ma il problema per l’economia” al “E’ giusto non pagare le tasse quando sono troppo alte” del Cavaliere. Ma il tratto vincente e determinante del Pdl è un altro. Il protezionismo. Oggi Tremonti è il più fine critico del tecnoprodismo. Nel suo ultimo libro, l’ex ministro, boccia senza appello le politiche “mercatiste”, come le ha definite. Il mercatismo avrebbe favorito una globalizzazione selvaggia e piuttosto che limitare i costi sociali delle trasformazioni economiche in atto, ne avrebbe drammatizzato la portata. Il neocolbertismo tremontiano ritiene che questa globalizzazione sia contro gli interessi dei lavoratori, dei dipendenti e anche degli imprenditori del “capitalismo molecolare” che sono stati i protagonisti del miracolo del Nord-est. Euroscetticismo? Forse. Ma vale la pena ricordare che gli euroscettici sono molto diffusi anche presso i grandi sindacati scandinavi, ad esempio. La critica alla tecnocrazia della BCE è comune, quindi, sia ai “padroncini” dei distretti industriali che agli operai. Ecco il miracolo interclassista che voleva realizzare Veltroni e che si bea di aver realizzato Bossi dichiarando “Siamo il primo partito operaio del Nord”. Ma in cosa consisterebbe questo nuovo statalismo? Dov’è la redistribuzione? Il colbertismo tremontiano vuole innanzitutto proteggere i ceti che rischiano di essere travolti dalla globalizzazione. La funzione redistributrice sarebbe garantita dall’antistatalismo, forte sia nella Lega che nel Pdl. Il Centro-Destra vuole letteralmente vendere lo Stato: già le cartolarizzazioni selvagge del precedente governo Berlusconi parlavano chiaro. C’è un progetto di grande dismissione dei patrimoni immobiliari demaniali e degli Enti Locali, di drastica riduzione della PA. La redistribuzione che il Pdl vuole realizzare, quindi, non è dal Capitale al Lavoro, ma dallo Stato al Capitale e al Lavoro. Inoltre, la maggioranza si permetterà anche il lusso di essere keynesiana, ovvero di rilanciare l’intervento pubblico. Infatti, oltre alla riduzione della PA, l’idea di Berlusconi è di intervenire fortemente in alcuni settori: nei lavori pubblici, ad esempio, con le grandi opere, e sbarazzandosi semmai di quelle valutazioni ambientali che appesantiscono il settore edile. Ugualmente interventista sarà il governo per salvare Malpensa.

Naturalmente questi piani di governo potrebbero causare gravi danni sociali. Se lo Stato chiude, chi produrrà i beni pubblici, le politiche sociali? Penso al Sud: quando il federalismo fiscale avrà chiuso i rubinetti dei soldi pubblici sarà una catastrofe. Ma se siamo giunti a questo punto è colpa del centro-sinistra. Lo Stato italiano, con poche eccezioni (magari nelle virtuose “regioni rosse”) è completamente inefficiente e i tentativi di riforma della PA non hanno portato risultati apprezzabili. I cittadini del Nord preferiscono sbarazzarsi con un taglio della lenta burocrazia romana. L’atteggiamento antistatalista delle “piccole patrie” è ambivalente. Vogliono pagare meno tasse, ma apprezzano gli interventi a favore di Malpensa o i sussidi dell’Alto Adige ai quali Cortina anela. Ma se questo antistatalismo si è così radicato è solo perché la nostra PA destina l’80 per cento dei fondi che riceve alla spesa corrente e i “tecnici” dell’Unione e dell’Ulivo non sono riusciti ad invertire questo trend. La Lega rappresenta gli interessi interclassisti di chi ha paura della globalizzazione, della perdita del potere d’acquisto dei salari, della competizione selvaggia, unendo operai, il popolo delle partite iva e i padroncini.

L’anima statalista del centro-sinistra ha fatto si che non si completasse una seria riforma della Pa, mentre l’anima monetarista ha imposto scelte che hanno fatto fuggire sia gli operai che i “capitalisti molecolari”.

Alessio Postiglione
(pubblicato su Notizie Verdi)

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