La Ragioneria dello Stato fa i conti e presenta il Rapporto. Economia, Ambiente e Mezzogiorno i più colpiti dal decreto 112.
Il Rapporto della Ragioneria Generale dello Stato, rielaborato dall’Ufficio studi della Camera, ha presentato, lo scorso 30 settembre, i conti della nuova manovra triennale, secondo quanto contemplato dal decreto legge 112/2008, all’articolo 60.
Dal Rapporto emergono pesanti tagli, in primis per il ministero dell’Economia. A seguire abbiamo il ministero dello Sviluppo economico – 23% in meno – e Ambiente – meno 18% -; grazie al lavoro della Ragioneria è possibile stimare la portata stessa del decreto che, per la prima volta nella storia della Repubblica, anticipa la legge Finanziaria ed inaugura una nuova gestione governativa della contabilità tramite la decretazione d’urgenza.
Le misure della “finanziaria snella” sono severe e non riguardano direttamente i ministeri, ma le “missioni di spesa” che rappresentano le “funzioni principali e gli obiettivi strategici” della spesa pubblica e che si ripercuotono, indirettamente, sui singoli dicasteri. In pratica, le misure sono trasversali ai ministeri e una misura può riguardare più portafogli e viceversa. Mentre le missioni sono divise per “programmi” che, di norma, si riferiscono ad un solo dicastero.
Per quanto riguarda i ministeri, la scure si abbatte soprattutto per lo Sviluppo: 2.835 milioni di euro in meno, una riduzione del 22,7% rispetto alle dotazioni precedenti la “finanziaria snella”: il ministero di Scajola è quello che si occupa del Mezzogiorno, fra l’altro. Nella classifica dei tagli, l’Ambiente, al secondo posto, sconterà una riduzione delle risorse per 276 milioni.
Per il ministero della Difesa c’è un taglio della dotazione finanziaria di 961 milioni in valore assoluto. 771 milioni in meno sono previsti per l’Istruzione, 569 per il Lavoro e 330 per gli Esteri.
Analizzando le contrazioni di risorse previste per missione, scopriamo che “agricoltura e pesca” prevede meno 20,6 %, “energie e fonti energetiche” meno 11, “sviluppo e riequilibrio territoriale” meno 27,5, “turismo” meno 32, “diritto alla mobilità” meno 17, “commercio internazionale” meno 21.
Ma i tagli cosa riguarderanno? Stipendi, assegni, pensioni e altre spese fisse non verranno toccati. Sicuramente si procederà verso una riduzione della pianta organica della Pa. E, a seconda dei casi, diverso sarà l’effetto finale del taglio della misura di spesa.
“Sviluppo sostenibile e tutela della flauna e flora” passa da 1,4 miliardi di euro ad 1,1, mentre la voce “interventi di demolizione di manufatti abusivi perde circa 2,1 miliardi”.
I ministeri, nel rispetto dell’invarianza dei saldi, potranno comunque rimodulare i fondi all’interno dei programmi. Il decreto, infatti, rimanda al progetto di bilancio annuale e pluriennale dello Stato “la rimodulazione tra spese di funzionamento e spese per interventi previsti dalla legge”. Ma solo nel limite massimo del 10 per cento. Flessibilità, dunque, ma non troppo. I conti li ha fatti il governo: per tutti.
Lo strano federalismo di un Governo in perenne “stato d’urgenza”.
Il Rapporto della Ragioneria Generale dello Stato svela in un sol colpo cosa intenda l’attuale governo per federalismo fiscale e quale sia la propria agenda ambientale.

Il grande politologo Harold Lasswell diceva che per capire le politiche pubbliche basta rispondere alla domanda “who gets what, when and how”.
La risposta ce la dà la Ragioneria: Ambiente e Sud (chi) ci rimettono i soldi (what), ora ed in modo crescente per i prossimi tre anni (when), e la decisione non è passata per il Parlamento ma è stata fatta “dall’alto” dall’Esecutivo (how).
Chi perde di più sono proprio il ministero dell’Ambiente e dello Sviluppo Economico, oltre al dicastero dell’Economia.
Inaccettabile, poi, è l’uso improprio della decretazione d’urgenza: la pecca non è nuova; anche i governi Prodi hanno ricorso al decreto senza che vi fossero i requisiti di “necessità ed urgenza”, previsti dalla Costituzione. Ma nel caso della “finanziaria snella”, il decreto è stato addirittura utilizzato al posto od anticipando la legge Finanziaria. Vale la pena precisare una cosa.
I governi moderni abbisognano di esecutivi più forti; il sistema parlamentare “classico” – dove alle Camere spetta la potestà normativa e all’Esecutivo solo quella regolamentare – è, oggigiorno, improponibile. Ciò non di meno, i decreti non si possono utilizzare ad libitum.
La Corte costituzionale italiana, con le sentenze n. 171/2007 e n. 128/2008, ha affermato che il difetto dei requisiti di necessità ed urgenza si traduce in un vizio in procedendo della relativa legge di conversione. La “evidente mancanza” è, invece, sindacabile dalla Consulta anche dopo l’avvenuta conversione del decreto. Nonostante, quindi, la Costituzione materiale si evolva verso un sistema dove la potestà normativa dell’Esecutivo si rafforza, governare per decreto, nel nostro sistema, non è possibile. Se si vogliono cambiare le regole, ciò va fatto secondo la procedura rafforzata di revisione della Costituzione. E anche in questo caso, è difficile immaginare “leggi governative finanziarie”. Chi ha applaudito alla “finanziaria snella” come prova di decisionismo dell’esecutivo, lo sa che nel Paese col sistema presidenziale par excellence, gli Stati Uniti, il potere di approvazione del bilancio è del Congresso?
AP (pubblicato su Notizie Verdi)






























Obama spende, Berlusconi taglia
Pubblicato da brasseriefoucault su Febbraio 3, 2009
Mentre l’America di Obama vira verso un approccio neokeynesiano, il governo Berlusconi taglia e propone una fiscalità regressiva; i soldi ai gruppi industriali del Nord verranno presi dai fondi europei, destinati in gran parte a Sud e lavoratori.
Sud e povertà sono i grandi assenti nell’approccio politico macroeconomico di questo governo: come, purtroppo, di molti altri governi precedenti. Né misure straordinarie anticrisi o la social card – di carattere contingente – sembrano capaci di incidere su questo trend che è, invece, sistemico.
In Italia l’aumento della povertà sembra essere incontrovertibilmente legato all’adozione di politiche liberiste. L’irrigidimento del patto di stabilità adottato da Berlusconi, in questo momento, non sembra essere la buona cura per un malato, l’Italia, che è grave.
Il recente rapporto OCSE Growing Unequal? del 2008 è un’anamnesi precisa.
Tra i 30 paesi OCSE, oggi l’Italia ha il sesto più grande gap tra ricchi e poveri.
Redditi da lavoro, capitale e risparmi sono diventati il 33% più diseguali a partire dalla metà degli anni ottanta.
Il nostro Paese ha registrato il più elevato aumento nei paesi OCSE, dove l’aumento medio é stato del 12%.
La polarizzazione fra ricchi e poveri ha “sterminato” la classe media.
Il reddito medio del 10% degli Italiani più poveri è, infatti, di circa 5.000 dollari sotto la media OCSE mentre il reddito medio del 10% più ricco é di circa 55.000 dollari.
I ricchi sono diventati ricchissimi, i poveri poverissimi: in un contesto dove il 10% più ricco detiene circa il 42% del valore netto totale.
Dal sogno della borghesizzazione del proletariato immaginato dal riformismo degli anni Settanta, si è giunti alla proletarizzazione della classe media (ne parlava in quegli anni un marxista come Olin Wright, ma è meglio non infierire…).
La realtà che registra il citato rapporto OCSE dimostra che questi cambiamenti sono partiti negli anni 80, passando per le grandi dismissioni pubbliche dei primi anni Novanta: dei governi dei tecnici, Ciampi, Dini, Amato.
I governi dei sacrifici per ridurre il debito pubblico, fondamentale per l’allora costituenda moneta unica.
In quella fase, l’Europa si trovava in una grande crisi di competitività. Una serie di analisti – che allora rappresentavano il pensiero egemonico espresso da FMI, BCE, WTO – individuò presto le cause del problema: Stato e Lavoro.
Da un lato, per gli economisti public choice, bisognava tagliare sul welfare state keynesiano, costoso ed ipertrofico; dall’altro, erano i lavoratori che dovevano sostenere i costi di ristrutturazione dell’economia: non si poteva intaccare il Capitale che, invece, doveva trainare un nuovo sviluppo magari portando più in là i confini della tecnologia disponibile.
Il primo attacco ai lavoratori passò per l’abolizione della scala mobile. Ma questo nuovo liberismo, apostrofato dai critici “pensiero unico”, recava in sé fortissime energie vitali. Gli economisti public choice, infatti, non postulavano semplicemente che il mercato fosse più efficiente rispetto allo Stato ma – entrando nella riserva di caccia dei socialisti – che era anche più equo.
Erano le classi più svantaggiate, infatti, a pagare i disservizi della pubblica amministrazione, non i borghesi.
Il mercato, allocando in modo ottimale le risorse e riducendo gli sprechi, avrebbe prodotto tariffe anche più basse di quelle pubbliche, determinatesi in un regime di monopolio. Le public utilities erano inefficienti e costose perché – secondo i sostenitori delle privatizzazioni – i politici sono strutturalmente interessati alle poltrone o alla creazione del consenso. Via, dunque, alla concorrenza: e alla istituzione di mercati artificiali, in contesti dove Adam Smith non avrebbe mai potuto immaginare l’adozione di strumenti “a mano invisibile”.
Nasce il welfare market, si privatizzano ferrovie, linee telefoniche, autostrade – quello che per il liberalismo classico sono monopoli naturali – : in prospettiva, si devono privatizzare tutti i servizi pubblici, anche l’acqua.
Avevano ragione o torto questi liberisti? La crescita c’è anche stata. Ma, nella lunga distanza, bisogna concludere che questo approccio – per cui il mercato doveva sopperire ai fallimenti dello Stato – ha fallito esso stesso. Almeno su di un punto. L’equità.
La pretesa di questo “liberalismo di sinistra” – per citare due autorevoli esponenti di questa corrente, Alesina e Giavazzi – di essere non solo più efficiente ma più equo si è dimostrata errata. La forbice fra i redditi aumenta e i poveri stanno peggio. Anzi: il ceto medio scompare.
Di fronte a questa parziale ammissione dell’insuccesso del neoliberismo, e per uscire dalla crisi, Obama rilancia una grande programma di interventi keynesiano: con investimenti pubblici e nuovi posti di lavoro.
Il mantra della riduzione del debito pubblico – messo in discussione dalla stessa Ue che aveva contribuito a farne un vero e proprio simulacro – vacilla. Si torna a parlare di stabilizzazione del debito e “mano pubblica”. Di fronte a questo cambiamento, il nostro governo – dove il colbertista Tremonti si pregiava di essere un keynesiano ed ex socialista – che fa? Poco.
Si irrigidisce il patto di stabilità dei comuni, mentre il presidente Anci ammonisce che l’80% degli enti locali sforerà.
Ciliegina sulla torta: il piccolo programma d’interventi anticrisi viene e verrà finanziato dal Fas (Fondo aree sottoutilizzate) – destinato soprattutto al Meridione – e dai Fondi strutturali, che alimentano i Programmi Operativi Regionali. Due piccioni con una fava. Si levano soldi al disastrato Sud e si impedisce alle Regioni di sostenere quel poco di welfare che ci rimaneva.
Pubblicato su Commenti, Economia, Politica e politiche | Contrassegnato da tag: crisi, Obama, Silvio Berlusconi, Tremonti | Lascia un commento »