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Turchia-Armenia: coglieranno i frutti della pace?

Pubblicato da brasseriefoucault su Settembre 24, 2008

Il conflitto russo georgiano spinge i due alleati storici a fare pace. C’è il problema del genocidio armeno da risolvere. Ma, soprattutto, garantire energia all’Europa

I frutti della pace sono i più lenti a maturare. E il rapporto Turchia Armenia non fa eccezione.

La visita del presidente turco Abdullah Gul in Armenia, in occasione delle qualificazione mondiali di calcio, è “una piccola coincidenza che può portare a grandi risultati”, come ha sottolineato lo stesso Gul.

L’invito era partito dal presidente armeno Serzh Sarkisian ma, all’inizio, la presidenza di Ankara non sembrava orientata ad accettare. Nel frattempo, altri eventi hanno concorso per un riavvicinamento delle relazioni diplomatiche fra i due Paesi.

Il conflitto russo-georgiano innanzitutto. Nuove strategie si delineano per frenare le tendenze centrifughe alimentate dal conflitto. Il Patto di Stabilità per il Caucaso lanciato da Ankara, ad esempio, rappresenta un’occasione favorevole per permettere alla Turchia di stabilizzare l’area ed affermare un ruolo diplomatico di rilievo che controbilanci l’egemonia russa.

L’apertura armena verso la Turchia, inoltre, può consentire ad Erevan di ridurre la propria dipendenza da Iran e Russia per sicurezza ed energia.

Da questo punto di vista, la proposta di Sarkistan fatta a Gul di assistere insieme all’incontro di qualificazione si inserisce in una strategia di distensione dei rapporti diplomatici promossa da quasi tutti i governi armeni a partire dal 1991, anno d’indipendenza del Paese. Uno Stato piccolo e i cui confini si caratterizzano per una cronica vulnerabilità ha tutto da guadagnare nell’avere cordiali rapporti di vicinato con una potenza di media grandezza come la Turchia. Eppure gli armeni, nel mentre porgevano la mano ad Ankara erano inflessibili su altri temi: in primis, il riconoscimento turco del Grande Male, ovvero il genocidio e la deportazione che gli armeni subirono nel biennio 1915/16 per mano del governo dei Giovani Turchi. A ruota segue la spinosa questione del Nagorno-Karabakh, l’enclave armena storicamente controllata dall’Azerbaigian filoturco.

Per la Turchia parlare di Grande Male è colpire un nervo scoperto. La magistratura turca punisce con l’arresto e la reclusione fino a tre anni chi si fa portavoce della causa armena e, d’altronde, lo stesso Premio Nobel turco per la letteratura Orhan Pamuk è caduto in questa trappola.

Lentamente, anche l’intransigenza di Ankara è andato mitigandosi, complice anche la pressione dell’Ue che riteneva inconciliabile con l’ acquis communautaire la condotta turca.

Anche l’Armenia, d’altronde, ha interrotto in passato bruscamente il dialogo. Fu l’ex presidente armeno Robert Kocharian, ad esempio, a rifiutare una commissione congiunta internazionale con la Turchia per cercare di stabilire una visione comune sul Grande Male.

Allo stato attuale le rivendicazioni di Erevan sul riconoscimento del genocidio restano immutate; un po’ come Israele con la Germania dopo l’Olocausto, il governo armeno vuole riprendere relazioni amichevoli, ma solo dopo una ammissione storica di colpa da parte di Ankara. Ma, a differenza del caso Israele – Germania, Erevan non cerca compensazioni economiche; né si fanno largo rivendicazioni territoriali circa il territorio dell’Armenia storica sotto la sovranità turca. A questo punto il prezzo da pagare, per Gul, sarebbe solo simbolico. Anzi, dal punto di vista economico, la Turchia ora ha una sola preoccupazione. Stabilizzare la Transcaucasia e proteggere Nabucco, la grande pipeline che da Baku, pompa petrolio e gas passando per il Bosforo.

(pubblicato su Notizie Verdi)

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Patto di Stabilità del Caucaso. Un ossimoro?

Pubblicato da brasseriefoucault su Settembre 9, 2008

Il motivo della visita del ministro degli esteri russo Sergei Lavrov ad Ankara il primo settembre sarebbe dovuto essere legato soprattutto al Patto di Stabilità del Caucaso (PSC), l’accordo multilaterale lanciato dal premier turco Erdogan alcuni mesi fa. Ma ora le cose sono cambiate e l’obiettivo principale di Lavrov è quello di discutere della presenza di incrociatori americani nel Mar Nero per portare aiuti umanitari alla Georgia.

Anatoly Nogovitsyn, figura di spicco delle forze armate di Mosca, ha sottolineato alla stampa russa come in base ad un accordo del 1936 fra gli stati del mar Nero, le navi appartenenti a nazioni non litoranee, non possono rimanerci per più di 21 giorni.

Ricordare quel patto, in questo momento, più che un’operazione filologica di archeologia giuridica, sembra testimoniare il ritrovato interesse per Mosca per le politiche di sfera d’influenza. Ankara è avvisata.

Il recente conflitto russo-georgiano, d’altronde, preoccupa il governo Erdogan. Le pipeline che dal Caucaso giungono in Europa, attraverso la Turchia, sono state fatte passare per la Georgia, anche perché Tblisi era considerata una regione più stabile rispetto al versante azero ed armeno, soprattutto con riferimento al Nagorno-Karabakh, exclave armena rivendicata dall’Azerbaigian.

Attualmente la pipeline Baku-Tbilisi-Ceyhan, che passa di poco fuori l’area ossetina e che rappresenta l’interesse principale turco ed europeo nell’area, è rimasta intonsa. Ankara, però, già sta piangendo la distruzione del porto georgiano di Supsa, altro hub verso i porti turchi. Allo stesso modo, gli investimenti potrebbero fuggire dall’altro hub turco-georgiano, la pipeline Baku-Tbilisi-Erzurum.

In questo momento una pacificazione del conflitto armeno-azero per Ankara diviene fondamentale. Ciò non di meno la diplomazia turca è persuasa, molto probabilmente a torto, che possa riallacciare le relazioni con l’Armenia ancora da una posizione di forza; ovvero alle proprie condizioni. Il presidente turco Abdullah Gul ha infatti declinato l’invito del presidente armeno Serzh Sarkisian di assistere insieme all’incontro di calcio Turchia-Armenia del 6 settembre ad Erevan.

La Turchia, da tempo, non ha alcun rapporto diplomatico con l’Armenia né è disposta a riprendere i contatti fin quando l’Erevan non smetterà di alimentare il conflitto nel Karabakh e di delegittimare Ankara a livello internazionale attraverso, ad esempio, la questione del genocidio armeno, perpetrato all’epoca dell’impero Ottomano. Non è un mistero, infatti, che i recenti proclami dei parlamenti francese ed americano in merito a quel genocidio siano stati possibili grazie alle influenti lobby armene di Parigi e Washington.

In questa situazione di frammentazione, Mosca riesce facilmente ad esercitare una forte influenza anche su Ankara, grazie al proprio potenziale energetico. Ed ecco come un incontro del PSC può trasformarsi per Mosca in un’occasione per rivendicare la propria supremazia regionale.

E nonostante, storicamente, Ankara patteggi per Tblisi, l’influenza di Mosca impone al governo di Erdogan grande cautela, impedendogli di schierarsi apertamente con una delle parti del conflitto.

Nel frattempo la posizione assunta dall’UE, in occasione dell’incontro del primo settembre, è sicuramente un segnale positivo affinchè gli animi si plachino; anche se ci sono buone probabilità che alla fine l’integrità territoriale della Georgia verrà sacrificata sull’altare della stabilità della Transcaucasia.

La posizione intransigente degli Stati Uniti, invece, sembra dettata più da logiche interne alle lobby neocon che da una vera volontà di soluzione della crisi. I neocon, completamente sbugiardati su Afganistan ed Iraq e condannati ad essere ridimensionati da un’eventuale presidenza McCain, stanno tentando la carta della nuova guerra fredda per riguadagnare consensi. Una strategia statunitense di de-escalation della crisi, invece, sarebbe fondamentale e i frutti potrebbero essere colti subito. Gli Stati Uniti siedono con Russia e Francia, infatti nel Minsk Group, creato dall’OSCE per implementare il processo di pace nel Nagorno- Karabakh. Ricominciare a lavorare lì, per Washington, significherebbe annullare le già scarse probabilità che l’effetto Sud Ossezia si riverberi in quell’area e che magari l’Azerbaigian sferri un attacco contro gli armeni. L’altro temuto “effetto domino” che la recente crisi russo-georgiana potrebbe innescare è legato alla Moldavia. Anche lì ci sono separatisti filorussi nell’enclave della Transdniester che stanno guadando ai casi abcazo e osseto come dei precedenti da invocare. Ma il Transdniester non confina con la Russia. L’interesse di Mosca, per ora, è riconoscere solo delle porzioni di territori che possano servire come stati cuscinetto fra sé e l’Europa.

(pubblicato su Notizie Verdi)

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Medioriente e nucleare

Pubblicato da brasseriefoucault su Aprile 2, 2008

Samuel Huntington è un vecchio conservatore pessimista e scettico. Ha fatto parte della Commissione Trilaterale e nel 1993 anni fa diede alle stampe quello “Scontro di civiltà” che oggi sembra essere uno dei paradigmi più accreditati nella comprensione Occidente-Oriente: libro che, come diceva Churchill a proposito del Capitale di Marx, tutti citano ma nessuno legge. Ad Huntington non sono mai piaciuti i terzomondisti e i sostenitori dell’economia della dipendenza; ovvero, non ha mai creduto che tutti i problemi dei Paesi sorti dalla decolonizzazione fossero imputabili ai perfidi Occidentali. Uno dei suoi cavalli di battaglia era l’analisi del budget militare e nucleare. Se questi Paesi non hanno uno stato sociale degno di questo nome e soffrono per un’estesa povertà, come è mai possibile che spendano la maggior parte del proprio PIL in armamenti? Tralasciando le spiegazioni, che pure ci sono, Huntington lamentava, ad esempio, l’inutilità di spese relative alla bomba nucleare per il Pakistan. Se al tempo della corsa agli armamenti c’era una diffusa percezione nelle opinioni pubbliche mondiali che il nucleare fosse cattivo e pericoloso, oggi esistono diversi gruppi di pressione che riabilitano l’atomo: basti pensare al nostrano Casini. Non stupisca allora se è venuto meno un freno inibitorio nei confronti del nucleare e si assista drammaticamente ad una corsa al reattore proprio da parte di quei Paesi che avrebbero ben altri problemi a cui pensare. Sia detto senza offesa ma, in un momento in cui l’atomo sembra essere assurto al ruolo di status symbol della potenza dello Stato, si diffonde, parafrasando Lenin, un vero e proprio nuclearismo degli straccioni.

Il Medioriente è oramai una polveriera. Gli ultimi venuti sono, ora, gli Emirati Arabi: 100 milioni di dollari sono stati stanziati per un’agenzia nucleare a Dubai, con l’aiuto tecnologico della Francia. Un progetto colossale, fanno sapere, che servirà solo per scopi pacifici come la desalinizzazione dell’acqua. Come se gli Emirati Arabi Uniti fossero un Paese con cronica deficienza energetica(!): per chi non lo sapesse, si tratta dell’ottavo produttore al mondo di petrolio e del terzo esportatore globale. Con l’eccezione dell’Iran, nell’area, tutti i governi strombazzano la natura civile dei loro progetti, mentre l’Agenzia Atomica Mondiale si limita a registrare queste dichiarazioni. Peccato che di tanto in tanto spuntino fuori notizie – non tutte verificate – che turbano questo clima idilliaco: proprio gli Emirati avrebbero intrattenuto rapporti con scienziati cinesi e pachistani al fine di importare le tecnologie militari e starebbero costruendo una centrale, non civile questa volta, ad El Solayil. Le notizie che trapelano suggerirebbero la costituzione di equivoche alleanze: come quella fra Siria e Corea del Nord per dotare Damasco di armi atomiche. Mentre la Francia, ubiqua, presta ingegneri specializzati ai novelli Stranamore. Allo stato attuale quasi tutti i Paesi dell’area hanno avviato o dichiarato di voler attuare un programma “pacifico”. Arabia Saudita, Giordania, Yemen, Qatar. Poi ci sono le nazioni che hanno avviato un progetto congiunto nell’ambito del Consiglio di Cooperazione del Golfo: Bahrein, Oman, Kuwait. Infine, il Mediterraneo: Libia, Marocco, l’Egitto, che iniziò gli esperimenti già negli anni 50, l’Algeria che negli anni 80 si era già dotata di reattori costruiti illegalmente con l’aiuto di Argentina e Cina, e, come se tutto ciò non bastasse, la Turchia, che costruirà una centrale a Sinop.

Nell’area, ovviamente, c’è Israele che per motivi di difesa e deterrenza è da tempo dotato di un vero e proprio arsenale nucleare tecnologicamente innovativo. Questa escalation, comunque, camuffata dietro la foglia di fico degli “usi pacifici”, è stata innescata dall’Iran. C’è poi il problema degli Stati dotati di infrastrutture e materie prime nucleari, nonostante dal punto di vista giuridico abbiano aderito alla non proliferazione. Kazakhstan, Krygyzstan, Tajikistan, Turkmenistan, and Uzbekistan hanno sottoscritto due anni fa il Central Asian Nuclear Weapon Free Zone (CANWFZ); eppure in questi Paesi c’è ancora materiale nucleare che risale all’Unione Sovietica, come nel famoso caso del plutonio della centrale di Semipalatinsk in Kazakhstan. In Uzbekistan, fra l’altro, è presente una fortissima organizzazione terrorista islamista, il Movimento Islamico del Turkestan. Come il nome lascia intendere, il loro obiettivo non è solo rovesciare il presidente uzbeco Islam Karimov ma creare un grande califfato comprendente tutti i Paesi turcofoni dell’area e giungere ad includere anche lo Xinjiang, regione della Cina a maggioranza mussulmana. La presenza di gruppi organizzati legati ad Al Qaeda rende il quadro geopolitico ancora più rischioso. Uranio impoverito e plutonio potrebbero essere trafugati ed utilizzati per costruire ordigni artigianali dalla grande forza distruttiva.

Alessio Postiglione
(pubblicato su Notizie Verdi del 01 04 08)

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La Commissione frena la Turchia

Pubblicato da brasseriefoucault su Marzo 17, 2008

Martedì, il Commissario all’Allargamento dell’Unione Europea Olli Rehn ha dichiarato che gli accession talk con la Turchia potrebbero fermarsi nuovamente. La UE giudica l’articolo 301 del codice penale di Ankara, che criminalizza gli insulti all’identità nazionale turca, contrario all’acquis communautaire, cioè a quella serie di principi ai quali gli Stati che vogliono far parte dell’Unione debbono conformarsi. Un altro stop, l’ultimo di molti. Difatti dall’ottobre del 2005, quando iniziò la negoziazione d’accesso per la Turchia nella UE, il processo di ingresso ha subìto diverse interruzioni: e sono ancora sotto valutazione dei Commissari 8 Capitoli dei 35 sui quali ci deve essere un accordo UE-Stato Candidato affinchè l’ingresso possa perfezionarsi.

Le dichiarazioni alla stampa del Commissario, infatti, sottolineano come l’articolo sia stato alla base del processo che è stato fatto in Turchia al grande scrittore premio Nobel Orhan Pamuk. In pratica, l’articolo 301 è tristemente servito per promuovere l’azione penale contro dissidenti ed intellettuali avversi ai Governi di Ankara. A fare da sfondo, però, sia alla vicenda di Pamuk che alle altre perplessità occidentali antiturche è sempre, più spesso, la triste e negata storia del genocidio armeno, non riconosciuto dal Governo turco. In realtà, il Presidente Abdullah Gul ha più volte sottolineato che il processo al Premio Nobel non si è basato su questa norma. Gul, comunque, ha dichiarato al Financial Times che, pur di entrare in Europa, è sicuramente favorevole che il Parlamento modifichi la norma contestata. Ma tace, per ora, sulla querelle armena o su quella – seppur differente – curda.

La sensazione è, tuttavia, che nel dialogo UE-Turchia il confronto non sia trasparente e sereno.

Ankara sicuramente non è un Paese virtuoso sul fronte dei diritti umani. Eppure quasi tutti gli Stati Occidentali sono dotati di una serie di norme quali “il vilipendio delle Istituzioni o della Bandiera”; leggi penali legate a quelle politiche di sacralizzazione del Potere Politico intraprese nell’Ottocento nell’ambito del processo di “nazionalizzazione delle masse”, durante il quale, “dopo aver fatto l’Italia”, fu necessario fare gli Italiani; ovvero connotare simbolicamente lo Stato, attraverso la costruzione dello Stato-Nazione. Eppure la norma è contestata solo alla Turchia. Ugualmente pretestuose sembrano le dichiarazioni di vari Parlamenti, come quello francese, riguardo il genocidio armeno. La verità è che la Francia è assolutamente contraria all’ingresso della Turchia in Europa. Sarkozy ha proposto che gli accession talk con Ankara siano sottoposti al parere di “un comitato di saggi” e non è un mistero che vuole istituire questo panel per frenare l’integrazione. Da questo punto di vista, posto che la Turchia è sempre stato un fedele alleato NATO e degli USA, ma che proprio Sarkozy ha cambiato radicalmente la politica estera francese nei riguardi del gigante americano, le mosse dell’Eliseo sono, ora, legate ad una sorta di politica dell’equilibrio con la Germania che ha attratto nella sua sfera di influenza molti Paesi dell’Est ed anche Ankara.

Le perplessità dell’Unione, quindi, rispondono più ad interessi geopolitici francesi che a solenni e fumosi valori. La UE, fino ad oggi, ogni volta che ha potuto colpire un nervo scoperto turco, lo ha fatto. Recentemente, infatti, ha posto nuovamente la questione del divieto di approdo, navigazione e sorvolo di navi ed aerei ciprioti nello spazio e nelle acque territoriali turche. Ma anche Ankara dovrebbe optare per una maggiore chiarezza: se è facile “pizzicare” la Turchia è perché il Paese non ha ancoro sciolto dei nodi legati al proprio passato. Perché non risolvere, ad esempio, definitivamente il problema del genocidio turco?

 

Alessio Postiglione

pubblicato su Notizie Verdi del 7-11-07

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La fine del Kemalismo? Cosa succede in Turchia con l’elezione di Gul?

Pubblicato da brasseriefoucault su Marzo 7, 2008

Alla fine ce l’ha fatta. Abdullah Gul è stato eletto presidente della Turchia nata dalle ceneri dell’Impero Ottomano per mano di Mustafa Kemal Ataturk. E’ Presidente della Repubblica uno dei fondatori del partito islamico Giustizia e Sviluppo (AK). E’ la fine del kemalismo? Il “padre della patria” volle fare della Turchia un moderna democrazia di stampo occidentale. Nella convinzione che democrazia e modernizzazione fossero sinonimi di occidentalizzazione, Kemal impose una serie di riforme dall’alto, come un radicale francese giacobino a capo di un comitato di salute pubblica; addirittura mandando in pensione il diritto turco ed applicando la legislazione elvetica, ritenuta più capace di gestire i rapporti in uno stato moderno. Per carità, non che questo approccio non trovasse un’elite felice di farsi interprete di questo “grande balzo in avanti” o che non abbia seminato ottimi frutti. Le manifestazioni contro Gul testimoniano il grande fervore della Turchia laica e fiera delle proprie istituzioni repubblicane. Per quanto ingenuo possa suonare il mese di Brumanio o la Madeleine tempio della dea ragione, le rivoluzioni sono fatte anche di immagini e allegorie. Ma non cessano, per questo, di essere tali, proprio come quella che ha fatto Kemal in Turchia. Leggi il seguito di questo post »

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