La Russia ha praticato un trattamento di favore all’Ucraina per tenere Kiev nella sua sfera d’influenza; ma se cresce il partito filo Ue a Kiev, finiranno i prezzi politici. Tutto sullo scontro Gazprom – Naftogaz.
L’anno nuovo ricomincia e una nuova “guerra del gas” si riscatena fra Russia e Ucraina. Mosca ha bloccato le esportazioni di energia dirette a Kiev.
Con l’80% del gas riservato al mercato Ue che passa per l’Ucraina, la crisi fra i due Paesi dell’Est ha, ovviamente, preoccupanti ripercussioni su tutta Eurolandia. Con alcuni Paesi, con minori riserve, già sull’orlo del baratro; come Polonia, Slovacchia e Ungheria.
Il gesto di Mosca si spiega perché l’Ucraina non avrebbe saldato il debito accumulato nei confronti di Gazprom, mentre la Naftogaz Ukraini sostiene di essere stata ”costretta” a prelevare ogni giorno 21 milioni di metri cubi del gas russo in transito attraverso i gasdotti ucraini e diretti verso i mercati Ue per pagarsi i costi di servizio.
Teoricamente la guerra fra Ucraina e Russia non dovrebbe coinvolgere l’Europa. Ma quando Mosca chiude per ritorsione il rubinetto del gas, Kiev si rifà prendendosi l’energia destinata alla Ue.
E’ da molti anni che esiste un aspro contenzioso fra i due Paesi. L’Ucraina è stata accusata anche di sottrarre indebitamente il gas russo che passa per le proprie condutture. A partire dal 21 giugno 2002 – a causa della fama di Kiev di essere un cattivo pagatore e per i debiti accumulati – Gazprom e Naftogaz si erano accordati su una specie di “baratto” che concedeva all’Ucraina il privilegio di trattenere il 15% del gas russo per il consumo interno.
Gli aspetti controversi sono molteplici. Da un lato la Russia ha praticato un prezzo favorevole al fine di “legare” politicamente a sé l’Ucraina, soprattutto dopo che, a seguito della rivoluzione arancione, Kiev aveva iniziato a ricollocarsi strategicamente nell’area Ue, cosa assolutamente invisa a Mosca.
D’altra parte, a causa dell’aumento generalizzato del gas, Gazprom ha cercato di risiglare un accordo con l’Ucraina ratificando dei protocolli che prevedevano una serie di “baratti”.
Gli stessi scambi avrebbero potuto includere forniture militari russe all’Ucraina e le rinegoziazione del prezzo di concessione che Mosca paga a Kiev per la base russa di Sebastopoli in Crimea.
L’amministratore delegato di Naftogaz Ukraini, Oleg Dubina, ha già illustrato le controfferte di Kiev alle proposte russe: una tariffa di 235 dollari per 1.000 metri cubi di gas, mentre Mosca ne chiede 250; e un rialzo dei prezzi di transito da 1,7 a 1,8 dollari per 100 chilometri.
Gazprom è convinta che la crisi sia legata alla scena interna ucraina, allo scontro fra il presidente Iushenko e la premier Iulia Timoshenko.
Il 4 gennaio RosUkrEnergo – joint venture fra Svizzera, Gazprom e Turkmenistan – e Gazprom hanno citato l’Ucraina e Naftogaz al tribunale arbitrale della Camera di Commercio di Stoccolma, investita del potere di dirimire la questione.
E’ probabile che la Russia cerchi di usare l’energia come strumento di pressione su Kiev, sfruttandone la debolezza politica, istituzionale ed economica: anche se è indubbio che l’Ucraina ha avuto dei prezzi veramente vantaggiosi da Mosca. Ed è ugualmente legittimo che tale trattamento di favore sia stato praticato come merce di scambio.
E se l’Ucraina smette di essere filorussa, Mosca voglia dare un taglio a questi prezzi politici.





























Le relazioni pericolose di Berlusconi con Putin e Gheddafi
Pubblicato da brasseriefoucault su Settembre 23, 2009
Perché l’Europa e l’America guardano con preoccupazione alle relazioni Italia-Russia-Libia. E perché anche i consumatori dovrebbero preoccuparsi.
Le partnership internazionali sulle quali Berlusconi ha più investito per implementare la politica di sicurezza energetica italiana sono quelle con la Russia e con la Libia.
Nella confusione fra ruolo pubblico e privato che coinvolge il nostro premier, si direbbe che Berlusconi abbia investito anche in modo extraprofessionale, compiacendosi di essere, addirittura, ottimo amico sia di Gheddafi che di Putin; al punto di concedere, al primo, un’irrituale tenda e di dedicare, al secondo, un “lettone” a Palazzo Grazioli.
Ma proprio queste partnership, che dovrebbero rappresentare la punta di diamante della politica estera berlusconiana, attirano le più forti critiche da parte degli osservatori internazionali, a fronte delle discutibili credenziali democratiche di Putin e Gheddafi.
L’ultima frecciata è partita pochi giorni fa dalle pagine del Corriere della Sera, dove l’ambasciatore americano David H. Thorne, con tatto e diplomazia, ha lasciato intendere che dall’Italia, gli Usa, si aspetterebbero una politica diversa verso Libia e Russia.
D’altronde gli Stati Uniti sono inclini al realismo, abituati a stringere la mano ai dittatori quando servono gli interessi nazionali. “La patria è ben difesa in qualsiasi modo la si difenda” chiosava Machiavelli.
Ma siamo sicuri che l’interesse energetico nazionale italiano sia realmente difeso dalle partnership berlusconiane?
Allo stato attuale, Berlusconi sta facendo soprattutto gli interessi di Eni, né quelli dell’Italia, né quelli dell’Europa.
La strategia europea sulla sicurezza energetica è, infatti, volta a differenziare le fonti di approvvigionamento di gas naturale che, oggi, dipendono largamente dalla Russia che, come la crisi russo-ucraina dimostra, si trova in una situazione di quasi monopolio.
E’ per questo motivo che Bruxelles patrocina la pipeline Nabucco, in grado di portare in Europa risorse provenienti dalle regioni turcofone del Caspio.
Ma come può l’Italia appoggiare la politica comunitaria e giocare come battitore solitario con la Russia, entrando nel progetto Southstream, sponsorizzato da Mosca e diretto concorrente di Nabucco?
Southstream è, infatti, una joint venture Eni-Gazprom.
D’altronde Eni sembra sempre pronta a dare una mano al gigante russo, come il caso della vendita delle ex azioni Neft dimostra, quando Eni permise a Gazprom di mettere le mani sugli ex asset della Yukos, rivale di Gazprom e liquidata con il controverso arresto dell’ex proprietario (e nemico di Putin) Khodorkovskij.
Gli accordi con la Libia, infatti, rappresentano un ulteriore rafforzamento del duo Eni-Gazprom. L’impresa russa viene coinvolta anche in Elephant Oil Field, il giacimento libico di proprietà Eni, ed, in futuro, in Transmed e Greenstream, che porteranno petrolio dall’Africa all’Europa. Con i russi anche in Africa, il monopolio si rafforza.
Ci sono ottimi affari anche per gli altri, comunque.
Finmeccanica è fornitrice di aerei civili per Mosca, Impregilo è in pole per realizzare la litoranea africana promessa da Berlusconi a Gheddafi, quest’ultimo è azionista di Unicredit.
Ma perché gli interessi di queste aziende non coincidono con quello dell’Italia? Semplice: perché in economia i monopoli non funzionano.
All’Italia, infatti, la Russia garantisce un trattamento di favore nelle forniture: nel breve periodo, quindi, la nostra sicurezza energetica (a scapito di quella comunitaria) sembra rafforzata. Ma nel lungo periodo, anche all’Italia gioverebbe un mercato aperto, dove non c’è solo Mosca, e l’offerta energetica includa anche le fonti rinnovabili.
Invece, noi investiamo sul petrolio di Gazprom…
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