Politiche

Biopotere, società, democrazia e conflitto

Posts contrassegnato dai tag ‘Vladimir Putin’

Le relazioni pericolose di Berlusconi con Putin e Gheddafi

Pubblicato da brasseriefoucault su Settembre 23, 2009

Perché l’Europa e l’America guardano con preoccupazione alle relazioni Italia-Russia-Libia. E perché anche i consumatori dovrebbero preoccuparsi.

Le partnership internazionali sulle quali Berlusconi ha più investito per implementare la politica di sicurezza energetica italiana sono quelle con la Russia e con la Libia.
Nella confusione fra ruolo pubblico e privato che coinvolge il nostro premier, si direbbe che Berlusconi abbia investito anche in modo extraprofessionale, compiacendosi di essere, addirittura, ottimo amico sia di Gheddafi che di Putin; al punto di concedere, al primo, un’irrituale tenda e di dedicare, al secondo, un “lettone” a Palazzo Grazioli.

berlusconi-putin

Ma proprio queste partnership, che dovrebbero rappresentare la punta di diamante della politica estera berlusconiana, attirano le più forti critiche da parte degli osservatori internazionali, a fronte delle discutibili credenziali democratiche di Putin e Gheddafi.
L’ultima frecciata è partita pochi giorni fa dalle pagine del Corriere della Sera, dove l’ambasciatore americano David H. Thorne, con tatto e diplomazia, ha lasciato intendere che dall’Italia, gli Usa, si aspetterebbero una politica diversa verso Libia e Russia.

D’altronde gli Stati Uniti sono inclini al realismo, abituati a stringere la mano ai dittatori quando servono gli interessi nazionali. “La patria è ben difesa in qualsiasi modo la si difenda” chiosava Machiavelli.

Ma siamo sicuri che l’interesse energetico nazionale italiano sia realmente difeso dalle partnership berlusconiane?
Allo stato attuale, Berlusconi sta facendo soprattutto gli interessi di Eni, né quelli dell’Italia, né quelli dell’Europa.
La strategia europea sulla sicurezza energetica è, infatti, volta a differenziare le fonti di approvvigionamento di gas naturale che, oggi, dipendono largamente dalla Russia che, come la crisi russo-ucraina dimostra, si trova in una situazione di quasi monopolio.
E’ per questo motivo che Bruxelles patrocina la pipeline Nabucco, in grado di portare in Europa risorse provenienti dalle regioni turcofone del Caspio.

Ma come può l’Italia appoggiare la politica comunitaria e giocare come battitore solitario con la Russia, entrando nel progetto Southstream, sponsorizzato da Mosca e diretto concorrente di Nabucco?
Southstream è, infatti, una joint venture Eni-Gazprom.
D’altronde Eni sembra sempre pronta a dare una mano al gigante russo, come il caso della vendita delle ex azioni Neft dimostra, quando Eni permise a Gazprom di mettere le mani sugli ex asset della Yukos, rivale di Gazprom e liquidata con il controverso arresto dell’ex proprietario (e nemico di Putin) Khodorkovskij.

Gli accordi con la Libia, infatti, rappresentano un ulteriore rafforzamento del duo Eni-Gazprom. L’impresa russa viene coinvolta anche in Elephant Oil Field, il giacimento libico di proprietà Eni, ed, in futuro, in Transmed e Greenstream, che porteranno petrolio dall’Africa all’Europa. Con i russi anche in Africa, il monopolio si rafforza.
Ci sono ottimi affari anche per gli altri, comunque.

Finmeccanica è fornitrice di aerei civili per Mosca, Impregilo è in pole per realizzare la litoranea africana promessa da Berlusconi a Gheddafi, quest’ultimo è azionista di Unicredit.

Ma perché gli interessi di queste aziende non coincidono con quello dell’Italia? Semplice: perché in economia i monopoli non funzionano.
All’Italia, infatti, la Russia garantisce un trattamento di favore nelle forniture: nel breve periodo, quindi, la nostra sicurezza energetica (a scapito di quella comunitaria) sembra rafforzata. Ma nel lungo periodo, anche all’Italia gioverebbe un mercato aperto, dove non c’è solo Mosca, e l’offerta energetica includa anche le fonti rinnovabili.

Invece, noi investiamo sul petrolio di Gazprom…

Pubblicato su Commenti, Europa, Politica e politiche, Relazioni Internazionali, Russia | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , | 1 Commento »

Russia-Ucraina, la guerra del gas

Pubblicato da brasseriefoucault su Gennaio 14, 2009

La Russia ha praticato un trattamento di favore all’Ucraina per tenere Kiev nella sua sfera d’influenza; ma se cresce il partito filo Ue a Kiev, finiranno i prezzi politici.  Tutto sullo scontro Gazprom – Naftogaz.

L’anno nuovo ricomincia e una nuova “guerra del gas” si riscatena fra Russia e Ucraina. Mosca ha bloccato le esportazioni di energia dirette a Kiev.
Con l’80% del gas riservato al mercato Ue che passa per l’Ucraina, la crisi fra i due Paesi dell’Est ha, ovviamente, preoccupanti ripercussioni su tutta Eurolandia. Con alcuni Paesi, con minori riserve, già sull’orlo del baratro; come Polonia, Slovacchia e Ungheria.gazprom
Il gesto di Mosca si spiega perché l’Ucraina non avrebbe saldato il debito accumulato nei confronti di Gazprom, mentre la Naftogaz Ukraini sostiene di essere stata ”costretta” a prelevare ogni giorno 21 milioni di metri cubi del gas russo in transito attraverso i gasdotti ucraini e diretti verso i mercati Ue per pagarsi i costi di servizio.

Teoricamente la guerra fra Ucraina e Russia non dovrebbe coinvolgere l’Europa. Ma quando Mosca chiude per ritorsione il rubinetto del gas, Kiev si rifà prendendosi l’energia destinata alla Ue.

E’ da molti anni che esiste un aspro contenzioso fra i due Paesi. L’Ucraina è stata accusata anche di sottrarre indebitamente il gas russo che passa per le proprie condutture. A partire dal 21 giugno 2002 – a causa della fama di Kiev di essere un cattivo pagatore e per i debiti accumulati – Gazprom e Naftogaz si erano accordati su una specie di “baratto” che concedeva all’Ucraina il privilegio di trattenere il 15% del gas russo per il consumo interno.
Gli aspetti controversi sono molteplici. Da un lato la Russia ha praticato un prezzo favorevole al fine di “legare” politicamente a sé l’Ucraina, soprattutto dopo che, a seguito della rivoluzione arancione, Kiev aveva iniziato a ricollocarsi strategicamente nell’area Ue, cosa assolutamente invisa a Mosca.

D’altra parte, a causa dell’aumento generalizzato del gas, Gazprom ha cercato di risiglare un accordo con l’Ucraina ratificando dei  protocolli che prevedevano una serie di “baratti”.

Gli stessi scambi avrebbero potuto includere forniture militari russe all’Ucraina e le rinegoziazione del prezzo di concessione che Mosca paga a Kiev per la base russa di Sebastopoli in Crimea.
L’amministratore delegato di Naftogaz Ukraini, Oleg Dubina, ha già illustrato le controfferte di Kiev alle proposte russe: una tariffa di 235 dollari per 1.000 metri cubi di gas, mentre Mosca ne chiede 250; e un rialzo dei prezzi di transito da 1,7 a 1,8 dollari per 100 chilometri.
Gazprom è convinta che la crisi sia legata alla scena interna ucraina, allo scontro fra il presidente Iushenko e la premier Iulia Timoshenko.

Il 4 gennaio RosUkrEnergo – joint venture fra Svizzera, Gazprom e Turkmenistan – e Gazprom hanno citato l’Ucraina e Naftogaz al tribunale arbitrale della Camera di Commercio di Stoccolma, investita del potere di dirimire la questione.
E’ probabile che la Russia cerchi di usare l’energia come strumento di pressione su Kiev, sfruttandone la debolezza politica, istituzionale ed economica: anche se è indubbio che l’Ucraina ha avuto dei prezzi veramente vantaggiosi da Mosca. Ed è ugualmente legittimo che tale trattamento di favore sia stato praticato come merce di scambio.
E se l’Ucraina smette di essere filorussa, Mosca voglia dare un taglio a questi prezzi politici.

Social Bookmarks:

Pubblicato su Economia, Europa, Politica e politiche, Relazioni Internazionali, Russia | Contrassegnato da tag: , , | Lascia un commento »

Russia: vittoria di Medvedev

Pubblicato da brasseriefoucault su Aprile 9, 2008

Già il poster dice tutto. Nel manifesto elettorale si vede un compassato, imbolsito, grigio burocrate, affianco ad un giovane ed energico atleta in giubbotto di pelle che lo precede. Il primo è Medvedev, il secondo Putin. D’altronde quest’ultimo già era stato immortalato dai paparazzi a torso nudo, a caccia, nella gelida steppa o vestito da campione di arti marziali. Insomma, l’iconografia autocratica c’era tutta; come nei servizi dell’Istituto Luce dove Mussolini trebbiava il grano del Tavoliere. Un leader maschio che possiede una Patria femmina. Questo manifesto elettorale che ha tappezzato i muri della città russe ci racconta due cose. Che il vero leader è sempre lui: Putin. E che il delfino, la cui iconografia è diversa, potrebbe rappresentare un cambiamento, per quanto piccolo ed impercettibile.

Le elezioni in Russia sono state registrate in Europa per il loro discutibilissimo carattere plebiscitario che ci descriverebbe un Paese che ha abbondantemente eroso i confini di una qualche decenza democratica: Dmitry Medvedev ha conquistato circa il 70 per cento dei consensi. Una vittoria che non sarebbe altro che il successo personale di Putin; il sistema politico gli impedisce di concorrere per un altro mandato ed egli “si accontenterebbe” di fare il primo ministro; sperando in un riaggiustamento semipresidenziale che gli consentirebbe sempre più poteri, anche ora che la sua esperienza presidenziale si è conclusa. Eppure, anche se la caratura democratica della Russia lascia l’amaro in bocca agli osservatori, giova ricordare che gli antagonisti di Medvedev erano assolutamente meno presentabili. Il comunista Ghennadi Zjuganov, che si è fermato al 17 per cento dei voti, e l’ultranazionalista Zhirinovskij, avrebbero mai potuto avere maggiori credenziali democratiche? Queste elezioni, anche senza brogli, avrebbero certificato, comunque, la vittoria di Putin. L’oramai ex presidente è stato “person of the year” per Time magazine: questo non edulcora la sua cifra autocratica. Ma fa capire come goda di un vasto consenso. E, tutto sommato, egli sta favorendo una lenta trasformazione del sistema in senso meno autocratico. La così detta guerra siloviki (NdA, l’elite di mandarini nei posti chiave del Paese) che è implosa l’anno scorso ha mostrato come il blocco di potere che sorreggeva Putin non fosse, poi, così compatto e come poteva ingenerare un’involuzione ancora più totalitaria del sistema politico: da una parte il capo del Sevizio Federale antidroga, Viktor Cherkesov, dall’altra Nikolai Patrushev, capo della Sicurezza e, soprattutto, Igor Sechin, capo staff di Putin e colui che più di ogni altro voleva un colpo di mano dal Presidente per cambiare al volo il sistema politico e consentirgli di tenere la presidenza per un altro mandato. Se questa fronda di burocrati sono le redini di Putin per domare Medvedev, attorno al neopresidente si potrebbero coagulare forze più liberali tali da consentirgli maggiore autonomia, come il ministro delle Finanze Aleksei Kudrin e il capo della Unified Energy Systems Anatoly Chubai. Il rapporto fra Putin e il suo delfino, infatti, potrebbero rivelarsi molto complicato: è vero che fra i due, sin da quando lavoravano insieme al Comune di Sanpietroburgo, si è creato un legame personale molto forte. Ma è anche vero che la formazione di Medvedev è abbastanza eterodossa; è un uomo colto e di idee abbastanza liberali. Se si può generare una competizione nella nomenclatura russa, a questo punto, è perché Putin ha concesso questo grazioso dono all’establishment; consentendo la formazione di gruppi che, forse, per bocca di Medvedev, non giungeranno a minacciare di “puntare i missili sull’Europa”, come lo scatenato Presidente aveva fatto in occasione della questione Scudo spaziale. Il vero problema per Medvedev è, allora, che per smarcarsi da Putin, ha bisogno di appoggiarsi a quella parte di nomenclatura – i siloviki, ma anche i governatori federali, di nomina centrale – che, per quanto più liberali, sono essi stessi la causa del problema, non la soluzione. Secondo l’economista Vladislav Inozemtsev (fonte: Global Affairs Journal), la burocrazia si è gonfiata fino a raggiungere la mostruosa cifra di 1,45 milioni di persone e, anche grazie ai meccanismi immanenti di corruzione che presiedono al suo funzionamento, essa pesa circa il 3 per cento all’anno del PIL russo. La stessa enorme partecipazione elettorale riscossa in queste ultime elezioni è stata possibile attraverso un ciclo economico elettorale imponente. Fin quando ci sarà abbastanza crescita e abbastanza consenso il sistema si auto sosterrà con solo leggere e piccole modifiche.

Alessio Postiglione
(pubblicato su Notizie Verdi)

Social Bookmarks:

Pubblicato su Elezioni, Relazioni Internazionali, Russia | Contrassegnato da tag: , , , , | Lascia un commento »

Premiata ditta Putin

Pubblicato da brasseriefoucault su Marzo 17, 2008

Putin è indubbiamente un uomo forte. Di sicuro più a suo agio nell’azione o nella repressione, piuttosto che nella reazione, come le poche cose fatte dopo il massacro di Beslan dimostrano. Ma, nonostante l’immagine del potere russo all’esterno sia di una forte leadership personale, e la dimensione carismatica sia un’evidenza incontrovertibile, egli non governa da solo. Alcuni giornali russi hanno parlato di Korporatsiya, corporazione. Una struttura piramidale dominata da ex veterani del KGB che hanno saldato il potere politico a quello economico.

La comunicazione pubblica istituzionale è incentrata sulla figura carismatica di Putin, ma ogni decisione, anche quella apparentemente più legata all’arbitrio di un uomo di potere che ha spostato la propria dimensione istituzionale da primus super partes a quasi quella di legibus solutus, è collegiale. Anche la recente scelta a sorpresa di incaricare lo sconosciuto Viktor Zubkov come Primo Ministro è stata presa da questa corporazione. Olga Kryshtanovskaya, direttrice del Centro di Studi Superiore dell’Accademia Russa di Sociologia ha pubblicamente sostenuto che questo direttorio è composto da quattro persone, tutte amiche di Putin da vari anni, come lui nativi di Sanpietroburgo; provenienti dallo stesso contesto e che condividono col Presidente la stessa visione strategica sulla Russia. Si tratta di Igor Sechin, Viktor Ivanov, Sergei Ivanov e di Nikolai Patrushev. Provengono tutti dagli ex servizi segreti sovietici e occupano posizioni di rilievo nello staff del Cremlino. E’, quindi, Putin un nostalgico dell’Unione Sovietica? Putin, e la corporazione, hanno rimodernato l’inno nazionale sovietico, ristabilito i gruppi di “gioventù pro Cremlino” e c’è una continuità, è vero, fra le due classi dirigenti. Ma queste sono semplicemente delle strategie di costruzione identitaria e politica. Questa elite è meno interessata al potere burocratico degli ex gerarchi del PCUS e guarda di più al potere economico. Anzi, essi sono l’economia russa. In un certo qual senso, ci troviamo di fronte ad un gruppo che è patriotticamente realmente interessato allo sviluppo economico della nazione. Sono dei modernizzatori, non c’è dubbio. Ma sono dei modernizzatori autoritari. Da questo punto di vista condividono un approccio realista, machiavellico ed antiumanitario con la tradizione comunista leninista. Per raggiungere un fine nobile ed emancipatore dell’umanità qual è il comunismo, si possono sacrificare kulaki, dissidenti e i marinai di Kronstadt. C’è, quindi, una continuità con la storia russa recente; ci troviamo di fronte ad una sorta di staliniana modernizzazione forzata, un piano quinquennale.

La corporazione è un club di industriali, non di burocrati. Sechin, per esempio, siede nel consiglio di amministrazione della Rosneft, un’importante azienda energetica. Sergei Ivanov è a capo della potente United Aircraft Company. Viktor Ivanov è nel consiglio direttivo della Almaz-Antei, un’azienda di produzione missilistica, e della Aeroflot, la compagnia aerea di bandiera. Dmitry Medvedev, altra figura di spicco del Cremino, anch’egli siede nel consiglio di amministrazione della Gazprom. Ci troviamo di fronte al conflitto d’interessi eletto a sistema. Proprio come è successo in USA con i “padroni del petrolio”. Questi industriali, poi, a capo di aziende di stato, ne sono, in pratica, quasi diventati i proprietari; tutti condividono un preciso progetto politico dove ci sia più spazio per il capitalismo in un mercato oligopolistico bloccato. Con lo stato che protegge i loro interessi.

C’è, quindi, il tentativo di costruire una tecnostruttura modernizzante e moderna ma espungendo la democrazia (forse mai del tutto attecchita) dal sistema politico russo. La Kryshtanovskaya ha dichiarato a Radio Free Europe che la corporazione sta chiaramente perseguendo una strategia di concentrazione dei poteri inconciliabile con uno stato di diritto. Putin, giunto al suo ultimo mandato, starebbe infine per realizzare una mossa astuta e perversa. Non contento di mettere un uomo di sua fiducia al Cremlino, egli sta cercando di completare una riforma istituzionale attraverso la quale il sistema politico russo si trasformerebbe da presidenziale in un premierato, con il ruolo del presidente depotenziato. Ineleggibile come Presidente, Putin non lo sarebbe come Primo Ministro.

Alessio Postiglione

Pubblicato su Notizie Verdi del 16-08-07

Pubblicato su Economia, Politica e politiche, Russia | Contrassegnato da tag: , , , , , , , , , | Lascia un commento »

La nuova Guerra Fredda?

Pubblicato da brasseriefoucault su Marzo 13, 2008

Cosa pensereste se il vostro vicino vi minacciasse di puntarvi una pistola alla tempia? Certo, avete ottimi rapporti commerciali con lui; ma la gravità del gesto resterebbe inalterata.

E’ questo quello che è successo fra l’Europa e la Russia. Come ritorsione contro i Paesi Ue che sembravano accettare l’ignominioso Scudo spaziale americano che prevedeva la realizzazione di basi missilistiche, per giunta, in Stati ex satelliti di Mosca; in quell’occasione Putin dichiarò che avrebbe puntato le sue armi contro l’Europa. E, all’epoca, la reazione diplomatica europea non fu molto veemente, in vero.

Il 2007 appena conclusosi è stato l’annus horribilis delle relazioni diplomatiche fra Russia, da un lato, e Ue e Stati Uniti, dall’altro. Eppure, mai come in questo momento dalla caduta del Muro in poi, Mosca ha goduto di tanto credito internazionale. Leggi il seguito di questo post »

Pubblicato su Europa, Relazioni Internazionali, Russia, USA | Contrassegnato da tag: , , , | 1 Commento »