Il caso Villari non è un problema personale ma un fenomeno sistemico. Nei cartel party – come il Pd – c’è una tensione perenne fra le esigenze “pigliatutto” di aprirsi alla società civile e la necessità di mantenimento dell’unità organizzativa. 
Villari non lascia la poltrona, dunque. Dopo essere stato eletto, irritualmente, con i voti della maggioranza, ed essere stato pregato dal Pd di abbandonare la presidenza della Commissione di vigilanza Rai, si ribella agli ordini di partito e resta là dov’è. I più malignano. Mentre Villari dichiara che deve “assolvere al suo compito istituzionale”, altri l’accusano di “trasformismo”, “doppiogiochismo” ed altre amenità.
In realtà il caso Villari si presta ad una doppia serie di valutazioni.
La prima è di carattere politico, le altre di tipo tecnico. Partiamo dalla politica.
Veltroni crede che i maggiori problemi delle coalizioni di Sinistra fossero causati dai partiti definiti “radicali”. I fatti sono questi: il governo Prodi è caduto per mano di Mastella; il Pd oggi scivola su Villari, ex Margherita ed ex Dc.
Veniamo alle considerazioni di ordine tecnico e alla presunta condotta trasformistica di Villari.
Il trasformismo, innanzitutto, è un tratto tipico delle elite che compongono i partiti contemporanei, formate da “politici di professione”. Il trasformismo è una patologia che affligge soprattutto il modello organizzativo che ha assunto il Partito democratico, il “cartel party”: e che è, invero, la forma partito più diffusa oggigiorno.
Il caso Villari, quindi, non è un problema personale ma un fenomeno sistemico.
D’altronde, c’è una responsabilità personale dei leader del Pd che, con le loro scelte, aggravano questa debolezza strutturale del cartel party. Vediamo perché.
I partiti hanno, nel corso dei secoli, cambiato spesso fisionomia e struttura per assolvere a quella funzione fondamentale di collegamento fra società e Stato, governati e governanti, cui sono preposti nel nostro sistema politico. La scienza politica propone vari idealtipi o modelli concettuali per spiegare il complesso fenomeno della rappresentanza partitica.
Il partito dei notabili è la prima forma moderna: è un partito formato da proprietari terrieri, giudici, notai, che – a fronte della ristrettezza del suffragio – cercano di conquistare il potere per la protezione dei propri interessi particolari. L’ingresso delle masse, con l’avvento del popolarismo cattolico e delle dottrine social marxiste, crea il partito di massa, un partito organizzato capillarmente nella società ed animato da militanti, poco inclini ai cambi di casacca.
Le logiche della competizione elettorale, però, producono una burocrazia stabile di professionisti della politica, così come inducono i partiti a cercare di “acchiappare” più voti possibili. I militanti si indeboliscono, come le ideologie politiche.
Nasce il partito pigliatutto. Da questo momento, i teorici ravvisano sempre di più una evoluzione in senso autoreferenziale ed elitista del partito. I politici, in pratica, diventano più interessati al mantenimento della propria poltrona che al “bene comune”.Quello che gli italiani sembrano aver scoperto solo recentemente con la Casta è stato già descritto dagli studiosi negli anni scorsi.
Nel 1995, Richard Katz e Peter Mair hanno proposto un altro modello che affianca le altre forme di partito: il cartel party. Secondo questa teoria, i partiti diventano completamente integrati nello Stato e sono esclusivamente legati al finanziamento pubblico.
I cartel party non organizzano più la società civile e non sono neanche più espressione di altri gruppi di interrese: rappresentano solo sé stessi e formano un cartello per evitare che le sconfitte politiche si ripercuotano negativamente sulle carriere individuali dei politici.
C’è però, nei cartel party, una tensione perenne e sistemica. Le esigenze “pigliatutto” di aprirsi alla società civile – che degradano le differenze qualitative fra membri e supporter – confliggono con le necessità di mantenimento dell’unità organizzativa che è fondamentale per ottenere risorse dallo Stato. Proprio la distribuzione delle risorse è, per i cartel party, lo strumento per garantirsi la fedeltà degli iscritti, orami flebile in un contesto completamente de-ideologizzato.
Per performare l’unità organizzativa, inoltre, il cartel party dovrebbe avere una leadership centrale molto forte e prestare grande attenzione ai meccanismi di selezione locale dei candidati che, invece, esaltano questa tendenza centrifuga destabilizzante, sia per i partiti che per il sistema. Le sezioni locali non fanno filtro: non migliorano la fisionomia del partito che assume una forma stratarchica, cioè basa su strati.
Quando c’è un conflitto fra leadership nazionale e “strato” locale è quest’ultimo che riuscirà, alla fine, a disarmare la leadership. Perché è lo “strato” che è preposto al reclutamento degli iscritti.
Il Pd è, infondo, un partito giovane. Ancora deve strutturare adeguatamente le sezioni locali. E’ ovvio, però, che una leadership debole, per ora, sia un problema.
Nonostante, però, le difficoltà organizzative dei cartel party vadano ben oltre i demeriti personali delle leadership, c’è un’altra valutazione da fare.
Villari è l’epitome del “politico laico di professione”. Ex democristiano e medico. Espressione, cioè, di quel milieu neonotabiliare che può gemmare nel cartel party. I grandi professionisti, a coronamento della propria carriera di medici, avvocati, eccetera, scendono in politica per avere la definitiva consacrazione. E, per rafforzare la propria posizione, “laicamente” – più che “trasformisticamente” – saranno mobili qual piuma al vento.
Mi domando, infine: il Pd non voleva soffrire della disomogeneità dell’Ulivo.
Ma dare il benservito a tanti “militanti” e imbarcare i “laici professionisti” è servito all’organizzazione del partito?






























Di Pietro a caccia dei voti del Pd?
Pubblicato da brasseriefoucault su Febbraio 3, 2009
I fautori del bipolarismo competitivo hanno sofferto per i successi abruzzesi di Di Pietro. E tremano per le europee. Ma siamo sicuri che il sistema politico funzionerebbe meglio con un’Idv ridimensionata?
Per i profeti della governabilità – che secondo le migliori intenzioni dovrebbe coincidere con il bipartitismo – oggi, lo scandalo, si chiama Di Pietro. Ieri, le preoccupazioni andavano verso “la sinistra massimalista”, questa nefasta armata di “rivoluzionari di professioni”.
Oggi, lo “spettro che si aggira” per il parlamento italiano è Di Pietro. D’altronde è palese che il leader dell’Idv sia un pericoloso “bolscevico”; altrimenti come spiegare i fiumi di inchiostro che si scrivono sul novello Lenin molisano? Dopo le elezioni in Abruzzo, ad esempio, il Corsera ha parlato di «spallate e macerie» a causa dell’Idv, pronto a «cannibalizzare» la pecorella Pd, soccombente sotto le fauci della furia giustizial-stalinista di Di Pietro.
Insomma, è il “lider maximo molisano” il problema per la democrazia: no i Fiore, i Gentilini e i Calderoli.
Ma qual è lo scenario istituzionale che sognano i nemici dell’Idv?
Il bipartitismo competitivo? Non credo.
Innanzitutto, è assolutamente ridicolo dipingere Di Pietro come un massimalista o radicale; in più di un’occasione, egli ha rimarcato la sua diversità rispetto la “fu sinistra massimalista” (il che non è detto sia necessariamente un bene…).
Cosa ci sia di male, poi, nel fatto che i partiti siano in competizione fra di loro, anche nella stessa coalizione, per la ricerca del consenso, non è chiaro.
La metafora del libero mercato politico, più efficiente e performante dell’oziosa palude trasformistica e collusiva della I Repubblica, starebbe lì a dimostrarlo.
Gli aedi del bipolarismo competitivo la vogliono o no questa “allocazione ottimale delle risorse politiche” promessa dai sistemi competitivi e bipolari? Si direbbe di no, se Di Pietro «cannibalizza».
D’altronde, i nemici della I Repubblica lamentavano giustamente il carattere non performante del sistema politico italiano: condannato ad inefficienze e trasformismi.
Vivevamo in una situazione di pluralismo polarizzato e le cause erano da ricercarsi anche nella presenza dei “partiti anti-sistema”: partiti di lotta e non di governo, ali radicali, che spingevano il centro a governare con metodi clientelari ed opachi.
Ecco che la “modernità”, a detta di questi “profeti”, si sarebbe raggiunta espellendo Pdci, Rifondazione e Verdi dal parlamento: già era difficile convincere il Paese che quel trittico – che amministra placidamente tanti Enti locali – rappresentava i partiti anti-sistema della II Repubblica, gli eredi di Democrazia proletaria. Ma spacciare come anti-sistema l’Idv – che ha candidato De Gregorio, sicuramente non sospettabile di simpatie trozkiste – è, addirittura, risibile.
In realtà, l’attuale parlamento, pur se eletto con un sistema che non garantisce l’assenza di frammentazione partitica, presenta una meccanica di tipo “pluralista moderato”, con pochi partiti, in larga parte de-ideologizzati e non anti-sistema.
Insomma, nonostante il Mattarellum, la cosa funziona.
Ma forse, i nemici dell’Idv sognano un sistema bipolare perfetto – con soli due partiti – ancora più efficiente. Ma qui casca l’asino. Perché è molto probabile che un sistema bipolare, invece di garantire la massima competizione e governabilità, generi un contesto da “oligopolio collusivo”.
Cioè: se sono solo due i partiti che possono aspirare a vincere, è probabile che questi governino con modo consociativo al fine di mantenere il potere per il potere ed ammortizzare i rischi dell’exit, o dell’uscita dal gioco che un sistema di mercato “a mano invisibile” comporta.
L’attuale fisionomia da cartel party che i maggiori partiti italiani sembrano assumere non fa altro che rafforzare il timore di questa involuzione elitistica, da “casta”, che la prospettiva bipolare comporterebbe.
Il problema più serio, infine, non è di tipo meramente tecnico ma politico.
Perché l’Idv cresce? Perché la Lega è forte? Perché rastrellano voti di opinione di chi crede “nei territori” e “nei valori”. Il Pd, più che sentirsi «cannibalizzato», dovrebbe forse formulare delle risposte politiche a queste domande. O vogliamo un sistema bipolare oligopolistico dove vota il 30% dei cittadini?
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