Dopo l’accordo Turchia-Russia per il nuovo gasdotto South Stream di giovedì 6, il gasdotto Nabucco, appoggiato dell’Unione Europea, è sempre più in bilico.
Intanto, parte dell’opinione pubblica e della stampa italiana non hanno trovato di meglio da fare che disquisire sul ruolo importante, a detta di alcuni, o secondario, a detta di altri, del nostro premier Silvio Berlusconi, nel patto fra Putin ed Erdogan. Si dà, infatti, per scontato che l’accordo su South Stream sia una cosa buona; ma, nei fatti, non è così. Il progetto South Stream è stato, d’altronde, escogitato dai russi con un solo, semplice, obiettivo. Rafforzare il proprio monopolio energetico nei riguardi dell’Europa e bypassare la riottosa Ucraina che, come la recente guerra del gas dimostrava, ha rappresentato, fin’ora, per Mosca, una gatta da pelare.
L’Ucraina, infatti, è il Paese per il quale i vecchi gasdotti dovevano passare per alimentare il mercato europeo. Ora, con South Stream, il gas passerà altrove. La costruzione di una nuova pipeline con il conseguente rafforzarsi della posizione di Mosca, d’altronde, preoccupava l’Unione Europea. Bruxelles puntava a ridurre la dipendenza energetica di Eurolandia dalla Russia con due strategie. Sviluppo delle fonti di energia pulita (e graduale adozione di sistemi di trasporto pubblico elettrici o a biomasse) e costruzione di un’altra pipeline, Nabucco, che dalle regioni caspiche arrivasse in Europa, senza passare per Mosca.
Purtroppo Nabucco ha subito dei ritardi a causa, fra l’altro, della guerra russo-georgiana (ancora la longa manus di Mosca?) e, ora, South Stream potrebbe fare le scarpe a Nabucco definitivamente. Ma se la Russia gioisce (e Bruxelles piange) cosa hanno da guadagnare Italia e Turchia? Tralasciamo, per ora, il paradosso che il nostro Paese – a parole strafiloeuropeista – sulle questioni energetiche assuma una posizione filorussa. Potrebbe essere realpolitik. Se l’Italia ci guadagnasse. Ma così proprio non è.
Di sicuro ci guadagna Eni. La posizione italiana è un caso da manuale, da teoria dei giochi: dove i comportamenti razionali individuali di breve durata hanno esiti collettivi catastrofici, nella lunga durata. Eni, infatti, è diventata un partner strategico di Gazprom e della Russia, là dove lo Stato italiano dovrebbe perseguire una politica di emancipazione di Eurolandia dal giogo energetico russo.
Mosca, la terza Roma, invece, pratica il dividi et impera attraverso la sottoscrizione di accordi separati con alcuni Paesi, come l’Italia. Nel progetto South Stream, infatti, c’è Eni e l’Italia sa che “l’amico Putin” ci praticherà dei trattamenti di favore. Anche se l’interesse strategico unitario dell’Europa (e, quindi, anche dell’Italia) sarebbe, in realtà, in contrapposizione agli interessi energetici di Mosca.
Ma il nostro governo è scatenato: ha già, infatti, portato Gazprom pure in Libia (dove Eni ha dei pozzi importantissimi). Con la drammatica conseguenza che la Russia ha praticamente circondato l’Europa. Mentre alcuni nostri media, purtroppo, pontificano sui successi italiani. Ma sono i successi di Scaroni, in vero. L’amministratore delegato di Eni, d’altronde, ha rapporti di rilievo con l’establishment russo. Ma vale la pena ricordare che, da un lato, questo establishment è oggetto di inchieste giudiziarie per reati fiscali e non solo (vedi caso Yukos), dall’altro lo stesso Scaroni – dipinto dai media come un prode capitano d’industria: siede nel consiglio di amministrazione del Sole 24, infatti – è un vecchio boiardo di Stato, non certo dal curriculum immacolato.
Scaroni, vecchio socialista e cugino della Boniver, è stato condannato e ha patteggiato nell’ambito delle tangenti PSI- Techint nel 1996: e nel 2006 è stato nuovamente condannato per l’inquinamento de delta del Po nel caso di Porto Tolle. Il governo italiano, in definitiva, confonde gli interessi di Eni con quelli del Paese.
Ed Crooks, dalle pagine del Financial Times, ha d’altronde sostenuto che gli interessi di South Stream spingeranno i contraenti a consumare gas piuttosto che ad investire sulle rinnovabili (che era l’opzione che si accompagnava a Nabucco). Grazie all’amico Putin, saremo liberi di consumare ed inquinare. Fantastico.
Infine, la Turchia: cosa ci guadagna? Ankara non entra direttamente in South Stream ma ha spuntato il sì di Mosca al nuovo oleodotto Samsun-Ceyhan che collegherà il Mar Nero al Mar Mediterraneo. Ma, probabilmente, non è questa la mossa più interessante di Ankara. Erdogan, solo un mese fa, aveva firmato con Bruxelles per Nabucco, in quanto anche quest’altra pipeline passerebbe per la Turchia. L’accordo con Mosca, per Ankara, è un messaggio all’Europa. La Turchia, infatti, vuole entrare nella UE. Ma sa che, nonostante il favore dell’establishment di Bruxelles e dell’America (in chiave antirussa: Ankara è fra i Paesi che hanno dato vita alla Nato, d’altronde), molti governi (Francia ed Italia, ad esempio) sono contrari. Se l’Europa vuole emanciparsi dalla Russia, dovrà accogliere la Turchia nella UE. Ma soprattutto dovrà implementare una politica energetica che non consenta agli Stati nazionali di fare i “battitori liberi”.


















Le relazioni pericolose di Berlusconi con Putin e Gheddafi
Pubblicato da brasseriefoucault su Settembre 23, 2009
Perché l’Europa e l’America guardano con preoccupazione alle relazioni Italia-Russia-Libia. E perché anche i consumatori dovrebbero preoccuparsi.
Le partnership internazionali sulle quali Berlusconi ha più investito per implementare la politica di sicurezza energetica italiana sono quelle con la Russia e con la Libia.
Nella confusione fra ruolo pubblico e privato che coinvolge il nostro premier, si direbbe che Berlusconi abbia investito anche in modo extraprofessionale, compiacendosi di essere, addirittura, ottimo amico sia di Gheddafi che di Putin; al punto di concedere, al primo, un’irrituale tenda e di dedicare, al secondo, un “lettone” a Palazzo Grazioli.
Ma proprio queste partnership, che dovrebbero rappresentare la punta di diamante della politica estera berlusconiana, attirano le più forti critiche da parte degli osservatori internazionali, a fronte delle discutibili credenziali democratiche di Putin e Gheddafi.
L’ultima frecciata è partita pochi giorni fa dalle pagine del Corriere della Sera, dove l’ambasciatore americano David H. Thorne, con tatto e diplomazia, ha lasciato intendere che dall’Italia, gli Usa, si aspetterebbero una politica diversa verso Libia e Russia.
D’altronde gli Stati Uniti sono inclini al realismo, abituati a stringere la mano ai dittatori quando servono gli interessi nazionali. “La patria è ben difesa in qualsiasi modo la si difenda” chiosava Machiavelli.
Ma siamo sicuri che l’interesse energetico nazionale italiano sia realmente difeso dalle partnership berlusconiane?
Allo stato attuale, Berlusconi sta facendo soprattutto gli interessi di Eni, né quelli dell’Italia, né quelli dell’Europa.
La strategia europea sulla sicurezza energetica è, infatti, volta a differenziare le fonti di approvvigionamento di gas naturale che, oggi, dipendono largamente dalla Russia che, come la crisi russo-ucraina dimostra, si trova in una situazione di quasi monopolio.
E’ per questo motivo che Bruxelles patrocina la pipeline Nabucco, in grado di portare in Europa risorse provenienti dalle regioni turcofone del Caspio.
Ma come può l’Italia appoggiare la politica comunitaria e giocare come battitore solitario con la Russia, entrando nel progetto Southstream, sponsorizzato da Mosca e diretto concorrente di Nabucco?
Southstream è, infatti, una joint venture Eni-Gazprom.
D’altronde Eni sembra sempre pronta a dare una mano al gigante russo, come il caso della vendita delle ex azioni Neft dimostra, quando Eni permise a Gazprom di mettere le mani sugli ex asset della Yukos, rivale di Gazprom e liquidata con il controverso arresto dell’ex proprietario (e nemico di Putin) Khodorkovskij.
Gli accordi con la Libia, infatti, rappresentano un ulteriore rafforzamento del duo Eni-Gazprom. L’impresa russa viene coinvolta anche in Elephant Oil Field, il giacimento libico di proprietà Eni, ed, in futuro, in Transmed e Greenstream, che porteranno petrolio dall’Africa all’Europa. Con i russi anche in Africa, il monopolio si rafforza.
Ci sono ottimi affari anche per gli altri, comunque.
Finmeccanica è fornitrice di aerei civili per Mosca, Impregilo è in pole per realizzare la litoranea africana promessa da Berlusconi a Gheddafi, quest’ultimo è azionista di Unicredit.
Ma perché gli interessi di queste aziende non coincidono con quello dell’Italia? Semplice: perché in economia i monopoli non funzionano.
All’Italia, infatti, la Russia garantisce un trattamento di favore nelle forniture: nel breve periodo, quindi, la nostra sicurezza energetica (a scapito di quella comunitaria) sembra rafforzata. Ma nel lungo periodo, anche all’Italia gioverebbe un mercato aperto, dove non c’è solo Mosca, e l’offerta energetica includa anche le fonti rinnovabili.
Invece, noi investiamo sul petrolio di Gazprom…
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