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I conflitti geopolitici al Polo Nord

Pubblicato da brasseriefoucault su Giugno 5, 2009

Le rivendicazioni territoriali russe sul Polo Nord si fanno sempre più forti. Il caso è scoppiato a seguito delle dichiarazioni del Cremlino, dopo l’ultima missione – degna di Jules Verne – dell’esploratore Artur Chilingarov, inabissatosi a ben 14.000 piedi di profondità nel mar Artico, a piantare la bandiera russa.

Sale la tensione con gli altri Stati interessati: Danimarca, Canada, Usa e Norvegia ribattono e rivendicano per sé una fetta di Polo. Altre spedizioni scientifiche di queste nazioni sono in programma. Per piantare una bandierina sui fondali. Ma non si tratta di un Risiko impazzito.
Polo

Con l’aumento della temperatura e lo scioglimento dei ghiacci sono, finalmente, sfruttabili i giacimenti di gas e petrolio del Polo. Almeno un quarto delle intere riserve del pianeta è concentrato lì. Siamo forse tornati all’epoca d’oro delle esplorazioni, quando bastava piantare bandierina per rivendicare territori?

A chi appartiene il Polo Nord? In base a quale principio i russi lo rivendicano come parte del territorio di Mosca? Allo stato attuale, diritti particolari sul Polo possono essere rivendicati solo dagli Stati costieri, che si affacciano sull’Artico. Nella disputa c’è anche la Danimarca che si protrae nell’Artico grazie alla proprietà della Groenlandia. Il diritto internazionale, in realtà, ha sempre postulato la libertà dei mari. Da quando le tecnologie consentono lo sfruttamento delle risorse marine ed aleutiche, la giurisprudenza, invece, si è evoluta nella direzione della privatizzazione, o meglio, della demanializzazione dei mari. Ma a tutt’oggi non è agevole per i giuristi stabilire quale legge abbia carattere consuetudinario e sia, quindi, vincolante per tutti gli Stati, e quale tragga legittimità soltanto dalla sottoscrizione di un accordo.

Già l’istituto consuetudinario della zona economica esclusiva (zee) aveva fatto a fette, come una torta, il Polo; ma, in fin dei conti, non si era mai presa in considerazione la possibilità di sfruttare queste risorse. Ma ora le cose stanno diversamente. Potrebbe valere la pena rivendicare la calotta artica attraverso la “piattaforma continentale”. La piattaforma è un concetto giuridico tipizzato dalla Convenzione di Montego Bay – sottoscritta da tutti i Paesi di questa disputa, tranne gli USA (che accettano, però, la“piattaforma” come consuetudine) – che risale ad una intuizione del presidente americano Truman.

La convenzione dice che “lo Stato costiero ha il diritto esclusivo di sfruttare tutte le risorse della piattaforma, intesa come quella parte del suolo marino contiguo alle coste che costituisce il naturale prolungamento della terra emersa e che pertanto si mantiene ad una profondità costante (200 m circa) per poi precipitare o degradare negli abissi”.

La zee di 200 miglia marine fu istituita proprio per le difficoltà tecniche di tracciare queste placche continentali con esattezza e per tutelare i Paesi che erano privi di piattaforme. Gli scienziati di Chilingarov, navigando negli abissi, dicono di aver scoperto che la placca russa arriva proprio fino al Polo. La fetta della Russia, quindi, sarebbe ben oltre la sua zee: si tratterebbe di circa 463.000 miglia.

La prima rivendicazione risaliva al 2001, in realtà. Allora la Russia fece formale richiesta al tribunale arbitrale del diritto del mare istituito dalla convenzione di Montego Bay di vedersi riconosciuta la piattaforma continentale per il tramite della placca di Lomonosov, che dalla Siberia giungerebbe al Polo; i giudici ritennero le prove addotte insufficienti.

La spedizione di Chilingarov è volta, quindi, ad ottenere nuove evidenze. Ma ha innescato, intanto, un’escalation scientifica della rivendicazione. Il ministro danese della ricerca, Helge Sander, ha già dichiarato che ci sono buone probabilità che la placca della Groenlandia si spinga anch’essa fino al Polo, proprio attraverso Lomonosov, che fra l’altro è anche collegata al Canada tramite le Isole Ellesmere; nel frattempo, il miraggio dell’oro nero, ha alimentato un forte movimento separatista groenlandese dalla madre patria.

Norvegia, Canada e Stati Uniti non sono stati certo a guardare ed hanno presentato le loro rivendicazioni, supportati dai loro esploratori. Cosa potrà succedere adesso? Innanzitutto l’istituto della piattaforma continentale è un diritto funzionale: lo Stato può esercitare il proprio impero esclusivamente per controllare e sfruttare le risorse della piattaforma. Insomma, senza la capacità tecnologica per impossessarsi delle risorse, la rivendicazione non esiste. Se tutti vantassero una placca al Polo Nord, eventualmente, si potrebbe ricorrere ad una delimitazione delle zone di sfruttamento mediante il principio dell’equidistanza, qualora questo principio, non consuetudinario, fosse accolto dai ricorrenti.  Per ora, comunque, nessuno sembra essere disposto a farsi una guerra per tutelarsi. Le Nazioni Unite, intanto, visioneranno le prove raccolte dagli stati nel 2014 per poi decidere a chi debba, eventualmente, appartenere il Polo Nord.

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Mar Cinese Merdidionale. Accordo Tokyo-Pechino?

Pubblicato da brasseriefoucault su Giugno 26, 2008

La storia delle relazioni fra Cina e Giappone è sempre stata burrascosa. Da quando il Giappone rilevò il posto di attore principale nell’area, si sono succeduti una serie di episodi che hanno assunto raramente la forma dello screzio banale e più frequentemente quella della brutale violenza.

Il punto più alto della tensione è sicuramente legato all’occupazione nipponica della Cina e alle atrocità commesse dagli occupanti, come quelle tristemente famose del Massacro di Nanking. In quella occasione, nel 1937, le truppe giapponesi si lanciarono in una serie di crudeli violenze a danno dei civili della città di Nanjing, ricorrendo in modo sistematico agli stupri che venivano comminati a migliaia al giorno, strappando – secondo quanto emerse dalla testimonianza rilasciate al Processo di Tokyo, che in Asia svolse il ruolo ricoperto in Europa dal Processo di Norimberga – finanche le bambine dalle braccia dei genitori.
Il Massacro di Nanking ha subito ricoperto un ruolo simbolico molto forte: è diventato una specie di Olocausto fondativo del nazionalismo cinese mentre, di convesso, ha trovato in Giappone una folta schiera di negazionisti che ne hanno fortemente limitato la portata. L’eco del caso ha dispiegato i suoi biliosi effetti fino al 1997 con il caso dei libri di testo scolastici giapponesi che ancora “censuravano” l’episodio (The Ienaga textbook incident).

Il nuovo ruolo economico della Cina sta però imponendo ai governi dei due paesi una normalizzazione delle relazioni diplomatiche. Da questo punto di vista assume un valore simbolico molto importante il recente preliminare di accordo del 18 giugno fra Pechino e Tokyo per lo sfruttamento congiunto delle riserve di Longjing. Si tratta di due imponenti riserve di petrolio e gas localizzate nel mar Cinese Occidentale al confine fra le Zone Economiche Esclusive dei due stati.
Abbiamo già detto su queste pagine di come l’evoluzione tecnologica stia rendendo sempre più obsoleta e lacunosa la disciplina del diritto internazionale del mare, creando lo spazio per contenziosi sempre più aspri fra gli Stati limitrofi relativamente allo sfruttamento di risorse delle quali viene contestata la titolarità.

Da questo punto di vista il Mar Cinese Occidentale è un grosso focolaio di conflitto sul quale gli opposti nazionalismi hanno in passato montato molti casi; il più increscioso dei quali è stato l’incidente di Chunxiao del 2005. In quell’occasione, una nave cinese, mentre le aziende di Pechino continuavano il trivellamento dei fondali nonostante la diffida ad interrompere le attività di sfruttamento delle riserve mossa da Tokyo, puntò le armi contro un aereo giapponese in ricognizione. L’affaire dello sfruttamento delle riserve contese ha, inoltre, creato una certa pressione sulle opinioni pubbliche dei due Paesi.

In questi ultimi anni i tentativi di risolvere il conflitto sono proseguiti a singhiozzo e con esiti incerti e fallimentari. La recente intesa fra Hu Jintao e il premier giapponese Yasuo Fukuda segna un’importante tappa. In assenza di regole internazionali certe ed evitando la delimitazione delle piattaforme continentali adottata al Polo Nord, che per ora sta solo aumentando i contenziosi, i due Capi di Stato hanno siglato un’intesa a sottoscrivere un accordo che prevede la divisione degli investimenti e dei profitti e che annuncia una nuova era di armonia e prosperità fra i due Paesi.

L’incredibile ed insolito idillio, però, può ancora essere turbato: da Taiwan.

I buoni rapporti fra Taipei e Tokyo, infatti, sono un asset strategico nelle relazioni diplomatiche dell’area e confliggono colla tradizionale politica di isolamento imposta da Pechino.

Il 10 giugno c’è stato un caso fra Taiwan e il Giappone: uno skipper taiwanese è stato erroneamente affondato da una nave guardiacosta giapponese al largo delle isole di Senkakus, controllate de facto da Tokyo ma rivendicate dalle due Cine. Le mancate scuse formali giapponesi hanno indotto Taipei a ritirare gli ambasciatori. Nei giorni immediatamente precedenti la sottoscrizione del preliminare fra Pechino e Tokyo la situazione si stava normalizzando.

Molto maliziosamente, però, il governo cinese vorrebbe includere nell’accordo per lo sfruttamento delle riserve marine con Tokyo un gasdotto che dovrebbe passare attorno le isole Senkakus.

Alessio Postiglione
(pubblicato su Notizie Verdi)

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Guerre polari

Pubblicato da brasseriefoucault su Aprile 9, 2008

C’era da aspettarselo. Dopo che l’esploratore Artur Chilingarov, alla fine di un viaggio a 14.000 piedi di profondità degno di Jules Vernes, aveva piantato la bandierina russa al Polo Nord il 2 agosto, ora è il turno del sottomarino danese. Canadesi, americani e norvegesi sono già all’opera. Ma cosa sta succedendo? Si da il caso che l’aumento della temperatura e lo scioglimento dei ghiacci permetterebbe di rendere accessibili all’uomo una quantità di gas e petrolio inimmaginabili: almeno un quarto delle intere riserve del pianeta è concentrato al Polo Nord. Ciò che prima non era una risorsa sfruttabile, lo potrebbe diventare. Nonostante la comunità internazionale vada nella direzione di arginare il surriscaldamento del pianeta, gli stati che si affacciano sull’Artico pensano che, tutto sommato, non tutti i mali vengono per nuocere; se i ghiacci si scioglieranno, potranno mettere le mani su queste enormi risorse. Ma qual è la situazione al Polo e perché i russi lo rivendicano come parte del territorio di Mosca? Il diritto internazionale ha sempre postulato la libertà dei mari. Da quando le tecnologie consentono lo sfruttamento delle risorse marine ed aleutiche, il diritto è andato sempre più nella direzione della privatizzazione, o meglio, della demanializzazione dei mari. Ma a tutt’oggi non è agevole per i giuristi stabilire quale legge abbia carattere consuetudinario e sia, quindi, vincolante per tutti gli stati, e quale tragga legittimità soltanto dalla sottoscrizione di un accordo. Già l’istituto consuetudinario della zona economica esclusiva (ZEE) aveva fatto a fette, come una torta, il Polo; ma, in fin dei conti, non si era mai preso in considerazione la possibilità di sfruttare queste risorse. Ma ora le cose stanno diversamente. Potrebbe valere la pena rivendicare la calotta artica attraverso la piattaforma continentale. La piattaforma è un concetto giuridico tipizzato dalla Convenzione di Montego Bay, sottoscritta da tutti i paesi di questa disputa, originariamente creato nel 1945 dal presidente americano Truman. La convenzione dice che “lo Stato costiero ha il diritto esclusivo di sfruttare tutte le risorse della piattaforma, intesa come quella parte del suolo marino contiguo alle coste che costituisce il naturale prolungamento della terra emersa e che pertanto si mantiene ad una profondità costante (200 m circa) per poi precipitare o degradare negli abissi”. La ZEE di 200 miglia marine fu istituita proprio per le difficoltà tecniche di tracciare queste placche continentali con esattezza e per tutelare i paesi che erano privi di piattaforme. Ma ecco che gli scienziati russi, navigando negli abissi, dicono di aver scoperto che la loro placca arriva proprio fino al Polo. La fetta della Russia è ben oltre la ZEE: si tratterebbe di circa 463.000 miglia. La prima rivendicazione risaliva al 2001, in realtà. Allora la Russia fece formale richiesta di vedersi riconosciuta la Piattaforma Continentale per il tramite della placca di Lomonosov che dalla Siberia giungerebbe al Polo; gli arbitri internazionale ritennero le prove addotte insufficienti.

La spedizione di Chilingarov è volta, quindi, ad ottenere nuove evidenze. Ma ha innescato, intanto, un’escalation scientifica della rivendicazione. Il ministro danese della ricerca, Helge Sander, ha già dichiarato che ci sono buone probabilità che la placca della Groenlandia si spinga proprio fino al Polo, proprio attraverso Lomonosov, che fra l’altro è anche collegata al Canada tramite le Isole Ellesmere; nel frattempo, il miraggio dell’oro nero, ha alimentato un forte movimento separatista groenlandese dalla madre patria. Norvegia, Canada e Stati Uniti non sono stati certo a guardare ed hanno presentato le loro rivendicazioni, supportati dai loro esploratori. Cosa potrà succedere adesso? Innanzitutto l’istituto della Piattaforma Continentale è un diritto funzionale: lo Stato può esercitare il proprio impero esclusivamente per controllare e sfruttare le risorse della piattaforma. Insomma, senza la capacità tecnologica per impossessarsi delle risorse, la rivendicazione non esiste. Se tutti vantassero una placca al Polo Nord, eventualmente, si potrebbe ricorrere ad una delimitazione delle zone di sfruttamento mediante il principio dell’equidistanza, qualora questo principio, non consuetudinario, fosse accolto dai ricorrenti. Per ora, comunque, nessuno sembra essere disposto a farsi una guerra per tutelarsi. Le Nazioni Unite, infatti, visioneranno le prove raccolte dagli stati nel 2014 per poi decidere a chi debba, eventualmente, appartenere il Polo Nord. Fino ad allora è solo un Risiko.

I paesi che si affacciano sul Polo Nord e che possono aspirare a promuovere delle rivendicazioni territoriali sono la Russia, la Norvegia, il Canada, la Danimarca (tramite la Groenlandia) e gli USA (tramite l’Alaska).

Alessio Postiglione
(pubblicato su Notizie Verdi)

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